LA STORIA

L’arte della libertà

14 gennaio 2022 | diMario Calabresi

Ha messo tutti i suoi libri in un luogo sicuro, perché è convinto che non sarà per sempre, è convinto che tornerà. Non è la prima volta che lascia la sua casa perché prendono il potere dei fanatici religiosi per i quali l’arte è da mettere al bando e le donne devono essere invisibili. E per l’uomo che ha aperto la prima accademia femminile a Kabul non era più possibile restare. Troppo pericoloso.

Rahraw Omarzad con le ragazze dell’Accademia d’arte contemporanea femminile di Kabul (© Rahraw Omarzad)

Lui si chiama Rahraw Omarzad, ha 57 anni, una moglie artista come lui e due figlie, di 15 e 8 anni. Lo incontro a Torino, dove è arrivato due mesi fa grazie agli sforzi appassionati del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. È un uomo coraggioso e visionario che ha sfidato nel profondo le tradizioni del suo Paese, battendosi per la libertà di espressione delle donne. Mi parla con grande calma ed eleganza, quasi sottovoce, e racconta per la prima volta la sua vita e una salvezza che è arrivata dopo otto settimane di tentativi, cominciati quel giorno di Ferragosto in cui i talebani entrarono a Kabul, mentre gli ultimi soldati americani gestivano un’evacuazione drammatica e umiliante.
«Mi sono innamorato della pittura a 13 anni, ho frequentato un corso e poi sono andato alla facoltà di Belle Arti. Ma quando i talebani hanno preso il potere per la prima volta è stato davvero uno shock perché hanno annunciato la fine di tutto ciò che amavo: hanno vietato la fotografia, la musica, il cinema, il teatro, la pittura, tutto… Dopo un anno, me ne sono andato a Peshawar, in Pakistan, ho fondato una rivista che si chiamava Gahnam-e-Hunar e parlava proprio di tutto ciò che era stato proibito. Sono tornato a Kabul con la mia rivista nel 2002 perché non c’erano più i talebani ma le Nazioni Unite e le forze internazionali».

Da quel momento ha lavorato per liberare le energie, prima introducendo il concetto di arte contemporanea – l’idea che qualsiasi cosa possa essere un’opera: un gesto, una performance, una foto, un processo, una trasformazione, un quadro, un’installazione – e fondando il Center for Contemporary Arts, un ponte tra artisti afghani ed europei, poi aprendo, nel 2006, il Women’s Center for the Arts.

Una performance delle giovani artiste del Women’s Center For The Arts (© Rahraw Omarzad)

«Quando ero uno studente d’arte avevo solo due compagne di classe e le cose per anni sono rimaste sempre uguali. La verità è che alla maggioranza degli uomini afghani non piace l’idea di far interagire le loro figlie o le loro mogli con l’arte, pensano che le donne non dovrebbero andare al cinema e ascoltare la musica. Io, fin da ragazzo, ero invece convinto che avessero molte più cose da dire degli uomini e che l’arte potesse essere per loro un buon modo per liberarsi, per far emergere ciò che provavano». 
All’inizio il Centro per le donne era solo un appartamento di quattro stanze con due allieve, ma in pochi mesi la voce cominciò a girare e un anno dopo le studentesse erano già 150. Omarzad dovette trovare una nuova sede che le accogliesse tutte: «Alle ragazze interessava vivere al centro più che stare a casa, perché quando dipingevano erano loro a decidere quale tipo di soggetto rappresentare, quale colore utilizzare, quale composizione realizzare e quello era l’unico spazio in cui erano libere. Nelle loro case, invece, erano gli uomini che dicevano: “Fai questo, non fare quello”».

Alcune partecipanti a un seminario di fotografia (© Rahraw Omarzad)
Rahraw Omarzad con le studentesse dell’Accademia (© Rahraw Omarzad)

C’erano corsi di pittura, fotografia, miniatura, poi dopo quattro anni ha lanciato quello di arte contemporanea, con l’idea di lavorare sui video, le installazioni e le performance, una cosa rivoluzionaria e forse troppo ardita. Invece arrivarono mille candidature anche se i posti erano solo quaranta. «All’inizio le opere parlavano solo di violenza, di quella che subivano quotidianamente, poi piano piano sono arrivate anche alle questioni sociali e politiche, dalla guerra alla povertà, e, con il loro lavoro, hanno cambiato l’arte afghana». 
Ma tutto questo non poteva passare inosservato: «Eravamo molto conosciuti, le nostre studentesse andavano in televisione e uno dei nostri cataloghi arrivò nelle mani dei talebani, che erano ancora ben presenti nel Paese. Alla fine del 2015 ci fu un attentato suicida al centro culturale francese e subito dopo arrivò l’avvertimento che sarebbe toccato a noi. Fummo costretti a chiudere. Spostai le attività in un magazzino anonimo, non c’era nessuna insegna, facevamo incontri clandestini per artisti, ma il tempo delle mostre e dei corsi era finito. Eravamo riusciti a far studiare 500 donne, ma le lancette della Storia stavano tornando indietro».

Una delle allieve della scuola intervistata dalla televisione durante una mostra dei loro lavori (© Rahraw Omarzad)

I talebani avevano cominciato a riconquistare terreno e gli afghani ad essere sempre più delusi dalla corruzione e dall’incapacità dei governi sostenuti dall’Occidente: «Quando le forze internazionali sono arrivate nel 2002, gli afghani ci hanno creduto. Ora non c’è più fiducia in nessuno. Adesso che i talebani sono arrivati per la seconda volta, la gente sa che questo scenario è destinato a durare. Tutto si è spento». 
Così, quando Kabul è caduta, Omarzad ha deciso di scappare: «Ero infelice all’idea di abbandonare il mio Paese, ma non c’era altra possibilità. Tutti gli artisti e almeno quattrocento professori dell’Università di Kabul hanno lasciato l’Afghanistan e con loro molti studenti. I talebani sono sempre gli stessi. L’unica novità è che ora sanno come mostrarsi alle telecamere e ai giornalisti. Visto che hanno bisogno del supporto internazionale, hanno dovuto accettare qualche cambiamento di facciata ma sono mossi dalla stessa ideologia, dalla stessa mentalità molto cupa: anti-sviluppo, anti-libertà, anti-arte, anti tutto».

Quando era ormai chiaro che la situazione stava precipitando, Omarzad ha ricevuto una telefonata da Torino, a chiamarlo è stata Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli. Si erano conosciuti nel 2012 a Kassel, in Germania, quando lei curava Documenta, il più prestigioso appuntamento d’arte al mondo. Lei si è offerta di aiutarlo a uscire da quell’inferno, ha segnalato la situazione all’Ambasciata Italiana e al Ministero della Difesa e il nome di Omarzad è entrato nella lista di quelli che avevano diritto di salire su uno degli ultimi voli da Kabul.

Rahraw Omarzad insieme a Carolyn Christov-Bakargiev direttrice del Castello di Rivoli

Ma solo riuscire ad arrivare al cancello dove c’erano gli italiani è apparsa subito un’impresa impossibile: «C’era gente che era lì da giorni, e notti. Nessuno tornava a casa e non c’era posto per sedersi o per riposare, non c’era da mangiare o da bere. Era una situazione tragica. Io avevo fatto un cartello con il mio nome e cercavo di avvicinarmi alla recinzione: se riuscivi a farti notare, poi dovevi attraversare un canale, pieno di acqua di fogna, per arrivare alla rete e far vedere i documenti. Ci abbiamo provato per quattro giorni e io una sera sono riuscito ad arrivare di fronte ai militari, ma nella calca avevo perso le figlie. Sono tornato indietro a cercarle ma poi la folla si è chiusa e non ci hanno fatti più passare». 
Carolyn gli mandava messaggi e lo chiamava ogni ora, sapeva che il tempo stava finendo, ma l’ultimo giorno gli ha scritto di rinunciare, che era troppo pericoloso: c’era l’allarme attentati. Omarzad invece voleva provare un’ultima volta, era preso dalla disperazione. Allora lei lo ha chiamato e gli ha promesso che avrebbero trovato un’altra strada.  

La famiglia Omarzad però non è tornata a casa (avevano già trasferito tutte le loro cose, i libri, gli oggetti, gli album di famiglia con le fotografie, in un luogo sicuro), ma è andata a nascondersi da un amico. «L’unico motivo per cui potevamo ritenerci fortunati era che non eravamo dei cantanti, dei comici o degli attori: le nostre facce non erano note. Ma avevamo la grave colpa di aver fondato il Women’s Center for the Arts».
Carolyn intanto aveva ricominciato da capo la trafila, questa volta rivolgendosi alla Farnesina e al ministero dei Beni Culturali che riusciranno, all’inizio dell’autunno, a trovare una strada per farli uscire dall’Afghanistan. Ci vorranno settimane e sarà un lungo viaggio, ma per proteggere i contatti e le persone che lo hanno messo in salvo mi chiede di non scrivere i dettagli di questo esodo. Con loro c’è solo una grande valigia. Omarzad ha con sé il suo computer ma la sua vita artistica non è lì dentro: «Avevo cancellato tutte le immagini e tutte le cose che potevano essere pericolose e avevamo ripulito anche i cellulari. Ma avevo due hard disk esterni con tutti i miei progetti, i documenti, i cataloghi e le foto e i video delle opere. Li ho messi in valigia. Quando, ad un controllo, mi hanno chiesto cosa fossero, ho risposto: “Batterie esterne che uso per caricare il telefono”. È andata bene».

Rahraw Omarzad ora vive in Italia, a Torino

Rahraw Omarzad resta in silenzio, cerco di cogliere il suo sguardo dietro le lenti. Guarda fuori dalla finestra e mi sembra malinconico. Gli chiedo se davvero crede che tornerà mai a Kabul. «Sì, sì, certo. Nulla è per sempre. C’è stata l’invasione russa, ma dov’è l’esercito russo adesso? Per vent’anni ci sono stati i soldati delle Nazioni Unite, ma dove sono adesso? C’erano i mujahideen, ma ora non ci sono più. Sono sicuro che domani non ci saranno più talebani». Ciò che lo preoccupa di più è che vadano disperse le intelligenze e le energie migliori della sua terra: «L’Afghanistan avrà bisogno di persone che tornino e ricostruiscano il Paese. Ma se i professori, i ricercatori e gli artisti avranno passato il loro tempo a dormire, perché avranno ricevuto solo sostegno economico, allora non serviranno più a nulla. Sarebbe bello se i governi europei li facessero rimanere attivi, ci permettessero di lavorare e studiare. Dobbiamo tenere accesa la fiamma». 

Le allieve durante un seminario di fotografia (© Rahraw Omarzad)

Mi fa vedere sul computer le foto che ha salvato, quelle delle ragazze che si sono sentite libere, che hanno sperimentato l’arte: sorridono, sembrano felici. Alle sue spalle le luci di un albero di Natale, che aspetta di essere smontato, continuano a lampeggiare. Chissà se le luci di Kabul si riaccenderanno mai per quelle donne.