IL CASO

L’acqua val bene una lotta

9 ottobre 2020 | diAnna Dichiarante

«Si ricorda di Flint?», sbotta Alice. «È la città del Michigan, negli Usa, dove gli abitanti hanno bevuto per anni acqua contaminata dal piombo. Ora lo Stato dovrà risarcire chi si è avvelenato. Lo racconto perché anche noi finiremo per essere una piccola Flint». Alice vive e lavora come giornalista radiofonica a Londra. Quando dice “noi”, però, si riferisce al paese dov’è nata e dove abita la sua famiglia: Cava Manara, circa 6.700 anime a pochi chilometri da Pavia. Qui, da oltre un decennio, il fatto di veder scorrere acqua limpida dai rubinetti è diventato un miraggio.

L’acqua che scende giallastra o verdastra nella vasca da bagno di una casa di Cava Manara (Pavia)

Come a Flint, anche a Cava Manara l’acqua è sporca, non è quasi mai trasparente e spesso ha un cattivo odore. A settembre un’ordinanza del sindaco ha imposto di bollirla sia prima di berla sia prima di utilizzarla in cucina o per igiene orale. Il motivo? Le analisi hanno rilevato la presenza di batteri coliformi. Dopo qualche giorno è stata di nuovo decretata la potabilità. Anche se pochi si azzardano a metterla in bocca e cresce il consumo di bottiglie di minerale. Oltre ai coliformi, c’è la perenne minaccia dell’arsenico. Ma ancora non si conoscono con certezza né cause né rimedi, mentre la Procura di Pavia ha inviato la polizia giudiziaria negli uffici del Comune per acquisire documentazione. «La gente è esasperata – dice Alice – io stessa soffro di dermatite e, quando torno a trovare i miei, non posso toccare l’acqua».

Così, come a Flint, anche qui è montata la protesta. Alice invita a visitare la pagina Facebook “Salviamo Cava da…”, aperta dai cittadini per raccogliere informazioni e segnalazioni. Si capisce che cosa succede. Le fotografie pubblicate mostrano vasche e lavandini riempiti con liquido di vari colori, dal giallo chiaro al marrone scuro, filtri completamente anneriti, stoviglie ed elettrodomestici in cui l’acqua ha lasciato depositi, bollicine o aloni. Il gruppo social esiste dall’aprile del 2019 e oggi conta più di mille iscritti. A crearlo è stata Barbara, 61 anni, ex responsabile di filiale per conto di un grossista del settore termoidraulico. Si è trasferita a Cava Manara nel 2014; dopo un tumore, ha deciso di cambiare vita e avviare un bed&breakfast. A gennaio dell’anno scorso, però, ha chiuso l’attività perché la sua salute non le permetteva più di gestirla. Intanto, si è dedicata a quella che chiama «la lotta per il diritto universale all’acqua pulita».

Barbara Chiesa, 61 anni, fondatrice del gruppo “Salviamo Cava da…”

Barbara spiega che nell’acqua di Cava Manara si sono sempre riscontrati livelli alti di arsenico, tanto che il Comune fu in difficoltà quando le norme europee abbassarono i limiti di tollerabilità. Quanto agli episodi di flusso sporco, se in passato erano occasionali, adesso, in alcune zone, sono una realtà cronica. Nel 2008 si è stabilito che l’origine del problema fosse l’inquinamento da sostanze antropiche, cioè derivanti da attività umane come l’industria o l’agricoltura, del pozzo da cui l’acqua veniva prelevata. Perciò si è dato incarico di costruirne uno nuovo al gestore dell’acquedotto (all’inizio un concessionario privato, poi l’azienda multiservizi locale e, infine, Pavia Acque, società pubblica che si occupa della rete idrica in tutta la provincia). Ma i guai non sono finiti.

«Il secondo pozzo è stato realizzato nel 2009, nella parte alta del paese – prosegue Barbara – per portare l’acqua in tutte le frazioni e per disinfettarla, veniva impiegata una grande quantità di ossigeno. Conseguenze? Pressione elevata, caldaie continuamente guaste, acqua torbida per il distacco di sedimenti dalle tubazioni». Arrivata a Cava Manara, Barbara si è resa conto della situazione e ha iniziato a scaricare dal sito del gestore le analisi dell’acqua: «I valori rientravano nei parametri. Eppure ero costretta a regalare acqua in bottiglia ai miei clienti, perché erano spaventati dal colore di quella che scendeva in bagno. Chiamavo il Centro Assistenza, ma mi rispondevano che ero l’unica a lamentarmi». Lei, allora, ha lanciato una petizione e aperto la pagina Facebook: adesioni e reclami sono fioccati a centinaia.

L’acqua nera che per tutto il mese di dicembre 2019 è scesa dai rubinetti del paese

E tra le adesioni c’è quella di Alessandra, 47 anni, mamma di una bambina con una grave forma di disabilità congenita. «Sapevo che la fornitura idrica aveva delle criticità – racconta – le ho testate di persona nel 2014. Mia figlia aveva quattro anni, stava seguendo un particolare percorso di riabilitazione e doveva sottoporsi al test del capello per rintracciare eventuali sostanze tossiche trattenute dal suo corpo nei sei mesi precedenti. Emerse una concentrazione di arsenico molto alta». Volendo risalire all’origine dell’intossicazione, Alessandra ha fatto eseguire a sue spese le analisi dell’acqua utilizzata in casa: l’arsenico era superiore al limite massimo, 13 su 10. Quanto bastava per incidere sull’organismo fragile della piccola.

Così, Alessandra ha fatto installare un filtro domestico e ha cambiato abitudini per proteggere sua figlia: «Il filtro trattiene soltanto parte delle impurità e, vista la quantità di sporcizia, va sostituito di frequente. Perciò non beviamo l’acqua del rubinetto e ho smesso di usarla per sciacquare la verdura o per lavare i piatti. Alla bambina non faccio più mangiare gli ortaggi coltivati in zona e nemmeno alcuni tipi di riso che trattengono di più i liquidi, perché l’irrigazione è alimentata dalla falda. Quell’acqua la uso solo per il bagnetto, ma con parsimonia e sfruttando i momenti in cui è più pulita». La correlazione tra queste accortezze e gli esiti dei test successivi non si può provare, ma, di semestre in semestre, i valori di arsenico nei capelli della bambina si sono abbassati e stabilizzati.

Il filtro domestico installato da Alessandra, annerito per tutte le impurità che assorbe dall’acqua (nell’immagine scattata dall’alto, la differenza con il bianco del filtro pulito)

La speranza di Alessandra e degli altri s’è accesa nel luglio del 2019, quando è entrata in funzione una vasca di decantazione per eliminare l’ossigeno in eccesso dall’acqua. Inoltre, è stato installato un filtro per l’arsenico. Fino all’autunno le cose sono andate bene, ma poi è ripreso il flusso sporco, l’arsenico è tornato altalenante e per tutto il mese di dicembre l’acqua è stata nera. «Era impressionante – ricorda Barbara – abbiamo trascorso le feste natalizie tra salviettine umidificate e bottiglie. Avrei sfidato chiunque a usare l’acqua del rubinetto. Negli ultimi sei anni le analisi dell’Agenzia di Tutela della Salute di Pavia ne hanno spesso attestato la “non conformità”, registrando tracce di arsenico, nitriti, ferro, manganese o batteri. Ma sono seguiti meri inviti al gestore affinché risolvesse i problemi. Non sono mai state mandate autobotti per rifornirci, non sono stati applicati sconti sulle tariffe del servizio idrico e, fino a tre settimane fa, non è stata dichiarata la non potabilità».

Il deposito di sporcizia che l’acqua ha lasciato in un lavandino dopo lo scarico

Lo scorso febbraio, davanti agli abitanti di Cava Manara riuniti nel teatro, il gestore ha promesso la costruzione di un terzo pozzo, il rifacimento di pezzi della rete idrica e l’allacciamento con gli acquedotti di Comuni confinanti. I dubbi di Barbara, però, sono parecchi. «Primo: Ats ha disposto controlli sugli impianti, ma il gestore ha anticipato che in quella data ci sarebbero stati dei lavori e che avrebbero potuto alterare l’acqua. Secondo: sono partiti gli scavi per il pozzo, che ha una profondità minore di quello dismesso. Eppure alcuni studi accertano la probabilità di contaminazione della falda a quella profondità. Terzo: gli episodi di acqua “colorata” si verificano a macchia di leopardo; ciò potrebbe dipendere da pozzi abusivi che prelevano dall’acquedotto e poi vi riversano sporcizia, ma nessuno li ha cercati. Quarto: a causare le colorazioni sarebbero gli acidi umici, presenti nel suolo. Perché non si riesce a eliminarli?».

Non solo. Secondo Barbara, già da gennaio Ats rilevava la presenza di coliformi: «È sintomo di scarsa manutenzione o inefficace disinfezione dell’acqua. Nei giorni in cui è stato in vigore l’obbligo di bollitura, in realtà, i livelli di batteri erano scesi. Poi le analisi di Ats e del gestore hanno cominciato a fornire dati diversi tra loro». Intanto, in paese si sarebbero registrati casi di disturbi intestinali e di infezioni urinarie, due dei quali positivi all’Escherichia coli. Il prossimo passo è quello di costituire un vero comitato: «Saremo più rappresentativi e agiremo almeno per un risarcimento dei danni economici», assicura Barbara. Mentre Alessandra scorre una bolletta dell’acqua fino alla voce “depurazione”: «Una beffa. Nel 2020 tutto questo è incredibile».