LA STORIA

La voce che allora non avevo

24 settembre 2021 | diMario Calabresi

«Avevo 23 anni, lavoravo già come giornalista da quattro, ero appena stata assunta quando cominciai a vomitare tutto quello che mangiavo. Non trattenevo più nulla, ero già magra ma in un anno persi dieci chili. La bilancia era diventata la mia fissazione ma non mi rendevo conto di quello che mi stava accadendo, avevo una totale dispercezione del mio corpo. Non ero mai magra abbastanza. Alla fine di quell’anno andai in vacanza in Grecia e Turchia, scattammo un sacco di foto e poi al ritorno facemmo una di quelle serate in cui si guardavano le diapositive. Quando sono apparsa, era un’immagine di me a Patmos, non mi sono riconosciuta. Non era possibile che quella fossi io. Non mi ero resa conto di come mi fossi ridotta, nello specchio non mi vedevo così ma quella foto mi rivelò tutto e finalmente cominciai a fare i conti con il problema». Sono passati più di trent’anni da quell’estate e Fiorenza Sarzanini, la più nota giornalista italiana di cronaca giudiziaria e d’inchiesta, oggi vicedirettrice del Corriere della Sera, ha sentito l’urgenza di alzare la voce sul dramma dei disturbi alimentari. Così è uscita allo scoperto e ha costruito un grande reportage audio che ha chiamato “Specchio”, un viaggio in sei puntate tra le ragazze e i ragazzi che si ammalano di anoressia e bulimia. 

Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera ha realizzato la sua prima serie podcast, “Specchio”: un’inchiesta sui disturbi alimentari

«Ho pensato che dovessi farlo dopo aver letto uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che denunciava un’esplosione di casi di disturbi alimentari durante il lockdown: un aumento del sessanta per cento. Un numero mostruoso. Ho immaginato il dramma delle famiglie nei mesi in cui per il Covid farsi rispondere da un medico era impossibile, in cui tutto è stato inaccessibile, in un’Italia dove in molte regioni non esistono strutture specializzate, dove genitori e figli restano soli e disperati. Per esserci passata so quanto sia importante parlarne, combattere silenzi e pregiudizi».
Secondo Fiorenza Sarzanini il primo vero silenzio è quello delle Istituzioni, ma non si può più aspettare, è tempo di smuovere le cose, di costruire reti pubbliche di assistenza e cura. Il secondo è quello dei genitori, che si vergognano di dire mia figlia è anoressica o bulimica. «Io stessa – racconta con la sua voce roca, potente e l’accento romano – mi sono posta il problema per anni: lo dico o non lo dico che sono stata malata di disturbi alimentari?». 
Ora Fiorenza è venuta allo scoperto e lo ha fatto mettendoci la faccia, anzi la voce, e combattendo pudori e luoghi comuni: «Nessuno si vergogna di raccontare che ha avuto un tumore, invece ci si vergogna a dire: “Vomitavo, nascondevo il cibo, stavo male”, perché è una cosa vista con sospetto. Invece bisogna parlarne e bisogna farlo in fretta, è importante intervenire in tempo per salvare vite ed esistenze».

Nella sua serie Fiorenza Sarzanini racconta un fenomeno che un tempo era considerato soltanto femminile ma che oggi, in un caso su quattro, riguarda i ragazzi: «Per loro è ancora più difficile, nessuno li prende sul serio, i loro sembrano capricci, ma se non si interviene arrivano a morire, come mi racconta, nella quarta puntata, Francesca la mamma di Lorenzo, scomparso a vent’anni dopo sei di calvario».
Il Covid e la quarantena sono stati fattori di accelerazione del problema, ma il fenomeno non può essere semplificato: «I social hanno certamente un ruolo, si parla tanto delle ragazzine che vorrebbero fare le modelle o le influencer, essere magre, ma in nessuna delle storie che ho raccolto questo è il fattore scatenante. Può accadere invece che smettere di mangiare sia un modo per dire ai genitori qualcosa che non si riesce a dire, per esempio l’omosessualità. Oppure per reagire a una situazione insostenibile, di scontro famigliare. Tantissimi ragazzi si sono ammalati per spostare su di sé il problema di un padre e una madre che chiusi in casa hanno passato il tempo a litigare. Il fenomeno è talmente aumentato che i reparti di pediatria generale non sanno più dove mettere questi adolescenti».

«Ho scelto di chiamare “Specchio” questa serie podcast perché lo specchio è il luogo della dispercezione di te: non ti vedi magra, ti vedi come ti vuoi vedere. Tanto che nei centri di cura gli specchi non ci sono». Ma accanto allo specchio c’è sempre la bilancia.
Fiorenza ha cominciato a fare la giornalista a 19 anni, appena finita scuola, seguendo il padre Mario che era il re della cronaca giudiziaria capitolina. Si è fatta le ossa in Pretura, seguendo i piccoli casi di quartiere e a 23 anni è stata assunta al Messaggero. Proprio in quel periodo si è ammalata, i segni c’erano tutti: andando da casa alla redazione, ogni giorno, entrava in tutte le farmacie che incontrava e si pesava. Fiorenza è guarita, ma ci sono delle cose che le sono rimaste dentro, uno dei segni – mi spiega – è controllare sempre il proprio peso, anche se si sta benissimo rimane questa fissazione di controllo del corpo. 

«La bilancia per me è diventata una compagna di vita, è come la coperta di Linus, la devo avere sempre con me. Se parto, anche per un solo giorno, la metto in valigia. Resta la paura di ricadere, io non controllo se ingrasso ma se dimagrisco, quello mi spaventa ancora, è il segnale d’allarme».
«Io non ho mai capito cosa mi fosse accaduto, allora non c’era tutta questa preparazione per aiutare a individuare le cause scatenanti, non c’era appoggio psicologico. La mia vita era apparentemente senza problemi, non c’era nulla di grave, eppure l’anoressia era scattata. Il giorno dopo essermi vista in quella diapositiva però ho chiamato il nostro medico e ho chiesto aiuto. E da quel momento ho cominciato a risalire».
Tra le storie che ha raccolto la cosa che l’ha colpita di più è la forza dell’ossessione: «Io allora facevo di tutto e questa mia iper attività l’ho ritrovata in quelle ragazze che durante la quarantena facevano esercizi tutto il giorno con le app, oppure camminavano in corridoio, anche per 5 ore…». 
Quasi tutti quelli che ha incontrato le hanno parlato “dell’ossessione nella testa”, che si trasmette a tutta la famiglia e che rompe relazioni e ogni forma di dialogo. «La cosa più inutile è sentire i genitori che dicono “mangia, mangia”, è controproducente concentrarsi a parlare del cibo, cercare di convincerli in quel modo. Ho visto ragazzi nascondere il cibo, sminuzzarlo e metterlo ovunque, nelle tasche dei pantaloni, nello zainetto, buttarlo dalla finestra. Bisogna cercare di capire che cosa ci stanno dicendo. Il filo che lega tutto è il controllo del corpo, che viene usato per mandare un messaggio, per chiedere aiuto».

Fiorenza Sarzanini durante le registrazioni del podcast “Specchio”

La forza dell’inchiesta di Fiorenza sta nell’empatia che ha creato con tutte le persone a cui ha dato voce: «Se tu hai un disturbo alimentare non hai voglia di parlarne, ma io ho detto subito ad ognuno di loro che ne avevo sofferto anch’io, e loro si sono aperti, si sono sentiti compresi. Io oggi sono una persona realizzata, ho una figlia, ho fatto un percorso di lavoro entusiasmante e sono felice della mia vita. Mostrare a questi ragazzi che se ne può uscire, e uscire bene, è fondamentale». 
In questi venti mesi di Covid Fiorenza Sarzanini è stata la firma che sul Corriere della Sera ha spiegato le misure che avrebbe preso il Governo, e quindi come cambiavano le nostre vite: «Ho scoperto un lato nuovo del mio lavoro: le informazioni di pubblica utilità, il giornalismo di servizio». Ora ha realizzato un’inchiesta giornalistica che parla quella stessa lingua, che serve ad aiutare gli adolescenti e i loro genitori. «Questo podcast mi rende orgogliosa, è uno dei lavori più belli che ho fatto nella mia vita. Ho messo a disposizione delle famiglie testimonianze, competenze e strumenti che li possono aiutare davvero. Dal 14 settembre, data di uscita della prima puntata di Specchio, ho ricevuto centinaia di messaggi di ragazze e ragazzi che ci ringraziano per questo podcast. C’è chi racconta di avere un problema analogo, chi vorrebbe raccontare la propria storia, chi ci confida che pur senza avere sviluppato la malattia si trova a disagio con il proprio corpo, e chi ci dice che se avesse potuto ascoltare storie del genere forse non si sarebbe ammalato».

Le chiedo ancora una cosa; perché un podcast? «Perché le voci hanno una potenza che nessun raccontatore potrebbe far emergere. Nessuno scrittore, neanche il più bravo, potrebbe rendere quella sensazione, restituire la fatica e il dolore di quelle voci strascicate e affaticate. Mi sono convinta che la voce è più potente dell’immagine, va oltre e la supera. Se avessimo mostrato quelle ragazze e quei ragazzi, l’attenzione si sarebbe concentrata sui loro corpi, invece così va sul racconto e sul senso. Ascolti le loro parole e finalmente comprendi».