IL PODCAST

La strada si trova perdendosi

22 ottobre 2021 | diMario Calabresi

«Ogni giorno dovremmo fare una cosa nuova e una cosa vecchia. Tu vai a letto a mezzanotte e ti chiedi: oggi cosa ho fatto di nuovo e cosa ho fatto di antico? Non devono essere cose eccezionali, basterebbe semplicemente percorrere una strada che non hai mai fatto, semplicemente metterti una maglia che non ti sei mai messo perché pensavi ti stesse male, una piccola cosa, ma allo stesso tempo recuperare anche un gesto antico: come salutare uno sconosciuto o dire una preghiera. Queste due cose insieme fanno futuro».

Il poeta Franco Arminio (© Franco Arminio)

Franco Arminio è il poeta del silenzio, dei paesi spopolati, delle relazioni umane, è nato nel 1960 a Bisaccia, in Irpinia, dove ancora vive e il suo sguardo sul mondo non finisce di sorprendermi. L’ho conosciuto nel periodo più difficile del primo lockdown, in quei giorni di inizio primavera del 2020 quando eravamo chiusi in casa e avevamo già smesso di cantare dalle finestre. Franco aveva condiviso il suo numero di telefono sui social e si era messo a disposizione di chi chiamava, non per dare risposte ma per offrire ascolto, per rompere la bolla di solitudine. Lo avevo raccontato su questa newsletter e ora che finalmente ci possiamo incontrare di persona ripartiamo da lì: «In quel periodo il mio telefono suonava senza sosta, ma se lo rifacessi domani mattina succederebbe la stessa cosa: c’è un enorme bisogno di raccontare i propri dolori, i propri abbandoni. Forse oggi siamo tutti connessi ma in realtà la gente non sa con chi parlare». La voce di Franco è calda, lenta, misurata, ho pensato che fosse la persona giusta per fare un podcast per ragionare di questo tempo di trasformazione e di come interpretarlo.

«Io indago i silenzi, oggi i paesi non hanno più una colonna sonora, prima c’era il canto degli animali, quello dei mestieri e si cantava in osteria, oggi invece c’è silenzio. Ed è un silenzio che fa bene se lo vivi per un’ora, se scappi dal rumore cittadino ma se ci stai dentro, ogni giorno, ti fa male». Per questo Arminio scrive poesie e gira l’Italia per raccontare le terre spopolate, i borghi dove sono rimasti solo gli anziani e la vita si sta spegnendo. Lo fa guidato dalla nostalgia ma anche dalla necessità di dare valore a ciò che sta fuori dalle grandi città e dai percorsi turistici tradizionali. Lo fa con una dose di improvvisazione, tenendo aperta sempre la porta alle sorprese, tanto che è più corretto dire che “girovaga” anziché viaggia.
Da lui ho imparato l’idea che sia necessario lasciarsi contaminare dall’impensato: «La vita può sempre portare delle situazioni nuove, dobbiamo mettercelo in testa, possono essere belle o possono essere terribili. E questo è il mistero. Noi non dobbiamo mai ridurre la quota di mistero, noi non sappiamo cosa ci può accadere tra un’ora. Se noi tendiamo a rendere prevedibile la giornata, a fare solo cose programmate, a sapere già cosa faremo questa sera alle otto, allora un po’ si impoverisce la vicenda umana. La vita è una danza tra mistero e cose conosciute, l’impensato è una grande risorsa». 

La sfida mi sembra di quelle da accogliere: guardare le cose con occhi nuovi e osservare ciò che ci circonda: «Il mondo esterno ci può guarire, uscire di casa la mattina con curiosità aperti all’incontro con gli altri è una grande medicina. Dobbiamo avere più fiducia in quello che c’è fuori».

Franco Arminio in uno dei sui viaggi in Italia (© Franco Arminio)

Arminio non sta mai fermo e nel nostro dialogo podcast mette in guardia dal vizio che abbiamo di piangerci addosso, di ripetere continuamente che siamo stanchi: «Ci sono energie enormi e risorse che non utilizziamo, non bisogna risparmiarsi nella vita: la salute aumenta consumandola. Dobbiamo avere il coraggio di essere fragili, ogni giorno consumiamo un sacco di energie a nascondere le nostre crepe, a truccare le carte, è veramente tempo perso, facciamo prima a dire: non ce la faccio».
Parla di crepe e occasioni e non può non venirmi in mente quel bellissimo verso di una canzone di Leonard Cohen che io ripeto spesso: “In ogni cosa c’è una crepa, è da lì che passa la luce”