IL PERSONAGGIO

La palestra del sogno congelata dal virus

5 febbraio 2021 | diMario Calabresi

Per anni, ogni sera, tornando al collegio universitario Einaudi dove dormiva, Teo si fermava a guardare una fila di finestre spente lungo il marciapiede. Erano i locali vuoti di un immenso seminterrato che dormiva da più di mezzo secolo, dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Erano gli spazi di una conceria chiusa per sempre dai bombardamenti inglesi. Teo sbirciava dietro i vetri e sognava. Aveva solo diciannove anni, era il 1989, ed era appena arrivato a Torino da Bari con un’idea fissa in testa: aprire un grande centro dove le persone di ogni età imparassero a muovere in armonia il proprio corpo. Lavorò duro per quindici anni e finalmente nel 2004 si accesero le luci del suo sogno. Da un anno quelle luci sono di nuovo spente, questa volta non sono state le bombe ma un virus, e Teodosio Mennuti, detto Teo, osserva senza parole quello spazio tornato deserto.

Teodosio Mennuti, detto Teo, 51 anni, è il gestore di Ace Palestre a Torino (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

«L’8 marzo dello scorso anno, giorno del primo blocco, io avevo 23 istruttori che giravano in palestra, due ragazze alla reception, più tre persone addette alle pulizie. C’era gente che lavorava dalle 5 del mattino alle 11 di sera. La paura però era arrivata già il 24 febbraio, il primo giorno in cui cominciarono ad arrivare le telefonate di quelli che chiedevano di congelare l’abbonamento. Tutti immaginavano una cosa momentanea, due o tre settimane di blocco. Avevo 400 soci attivi, ma in una decina di giorni un terzo di loro sospese la tessera, a metà marzo sarebbero stati 300. Io non mi spaventai e cercando di pensare positivo interpretai quello stop come un’occasione di rilancio: rinnovai completamente gli spogliatoi e i servizi investendo 18.000 euro». L’Italia intera pensava che in breve saremmo tornati alla vita di prima e che avremmo dimenticato in fretta.

Ogni mattina Teo apre la sua palestra, cammina nelle sale vuote, silenziose: «Questo lockdown mi ha fatto capire una cosa che forse può sembrare banale: i luoghi esistono nella misura in cui sono abitati dalle persone, a farli vivere è l’energia che ci si mette dentro. Me ne sono reso conto il primo lunedì sera della quarantena. Il lunedì è il giorno storicamente più frequentato, forse perché la gente deve espiare le colpe del fine settimana, quello che ha mangiato e bevuto. Sono entrato in questo luogo di 900 metri quadrati e l’ho trovato buio, senza un rumore, senza centinaia di voci, la musica, i suoni degli attrezzi e ho percepito soltanto il vuoto. Tutto era intatto e in ordine ma nulla aveva più senso».

Una delle sale della palestra di Teo, deserta in questo periodo di chiusura imposta dalle norme anti-contagio (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

Dopo un anno che parliamo di bar, ristoranti, palestre e alberghi vuoti, sono andato a cercare una storia che mi dicesse a che punto è la notte per chi ha pagato il prezzo più alto. Per chi, in questo caso, rifiutò un impiego sicuro alle Poste prima e nella scuola dopo per scommettere su un sogno e oggi non osa più immaginare. La storia è semplice: da Bari a Torino per studiare Scienze motorie, poi sei anni di Osteopatia, il pellegrinaggio tra centri sportivi e palestre come libero professionista e poi la decisione di provare a farcela da solo. In testa quello spazio vuoto e spento, di proprietà di un ente religioso, per ottenerne uno spicchio – all’inizio 300 metri quadrati – dovette convincere il vescovo. A settembre di sedici anni fa l’inaugurazione di “Ace Palestre”, un acronimo che significa: anima corpo ed energia.

«Perché il progetto era quello di abbracciare uno spirito olistico, non solo attività sportiva ma insegnare a muoversi al bimbo di dieci anni e al signore di ottanta. Incidere sullo spirito, sulla socialità, sul tanto decantato benessere fisico». In sei anni gli spazi triplicano e quella che era la vecchia conceria è finalmente occupata tutta. Corsi di ogni tipo, con un folto gruppo di affezionati sopra i settant’anni che si vedevano ogni mattina e si erano anche dati un nome, “I reumaticos”, composto da professori universitari e professionisti in pensione capitanati da un presidente emerito della Corte costituzionale. «Per molti anziani, spesso soli, questa occasione di movimento e socialità era il fulcro della giornata, dopo il corso andavano a mangiare insieme e si fermavano a lungo a discutere i fatti del giorno».

Un’altra sala vuota della palestra di Teo (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

Tra queste persone c’è una donna di 92 anni che abita al Lingotto, abbastanza lontano dalla palestra di Teo che è dietro Piazza Vittorio, non lontana dal Po. Questa donna tutti i giorni pur di andare a seguire la sua lezione prendeva la metropolitana fino alla stazione e poi un autobus. Un’ora di spostamenti tra andata e ritorno per un’ora di lezione. Poi veniva sempre invitata a pranzo da una delle signore del gruppo. È stata la prima a cui è stato consigliato di rinunciare a febbraio del 2020. Quindici giorni fa ha mandato un messaggio: «Una mattina mi ha scritto: “Ciao Teo, ti voglio dire che sto morendo”. L’ho chiamata subito per chiederle cosa le stesse succedendo, ho pensato avesse preso il Covid-19. Ma non era così. Mi ha risposto: “Non ce la faccio più, mi manca la mia vita”. Ora la chiamiamo tutti i giorni e per quelli come lei ho aperto delle lezioni su Zoom, per tenere loro compagnia, per tenere vivo un filo».

Gli attrezzi nella palestra chiusa, per il secondo lockdown, dal 23 ottobre scorso (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

Ma torniamo indietro per capire. La prima chiusura durò fino al 5 maggio, poi le palestre riaprirono con tutte le nuove prescrizioni, a partire dal contingentamento, dalle distanze, dall’igienizzazione, dalla misurazione della temperatura, dalle mascherine fino alle prenotazioni obbligatorie e condite da un sacco di ambiguità. «Potevamo ospitare solo 12 persone per corso, anziché 30. Dovevamo disinfettare tutto all’inizio e alla fine. Grazie al cielo, nell’ultima ristrutturazione avevamo inaugurato il sistema di aria forzata con i filtri, ma la sicurezza è stata un investimento. Non del tutto utile, perché le palestre che già scontano la stagionalità non hanno ritrovato all’apertura gli anziani e gli studenti. La nostra struttura a pieno regime ospitava 160 persone al giorno, a giugno il picco è stato di 55 e non ci siamo mai ripresi, la paura ha avuto la meglio. Tutto è stato richiuso il 23 ottobre e da allora nessuna notizia, navighiamo a vista».

Teo non fa nessuna polemica, non discute il fatto che le palestre siano state chiuse, non vede complotti o persecuzioni, ma coglie contraddizioni e disinteresse: «Noi facciamo molti lavori individuali di ginnastiche specifiche, con istruttore a distanza, che potevano essere equiparati al servizio alle persone, come estetisti, parrucchieri, dentisti. Si è potuto fare il massaggio ma non la ginnastica, eppure per molti il movimento sarebbe una necessità certamente non meno importante di una messa in piega».

Gli spogliatoi vuoti della palestra di Teo (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

Ho chiesto a Teo cosa si aspetta adesso: «Quando noi riapriremo, spero alla fine dell’inverno, avremo un periodo importante di latenza perché avremo 250 persone che, lecitamente, chiederanno di portare a termine l’abbonamento che avevano congelato, così noi per parecchi mesi riprenderemo il servizio ma senza introiti».

E la questione economica è drammatica, molti sono quelli che non riapriranno e ai problemi delle palestre si sommano quelli dei singoli: «I dipendenti subordinati sono andati in cassa integrazione, con circa la metà del loro netto, ma la prima rata è arrivata a luglio, con quasi cinque mesi di ritardo. In quel periodo ho anticipato gli stipendi a quelli che non avrebbero potuto pagare affitti e bollette. Chi ha la partita Iva ha preso il ristoro Inps, mentre gli istruttori sportivi, che hanno contratti stagionali, hanno avuto il ristoro dal ministero dello Sport e dal Coni, più celeri (sono arrivati dopo 40 giorni), ma in tutto hanno ricevuto tre rate da 600 euro. I miei ragazzi se ne sono andati da Torino o sono tornati a vivere in famiglia con i genitori. Una delle ragazze che avevo cresciuto e assunto si è licenziata e ha raggiunto il fidanzato che ha trovato lavoro in Svizzera».

E tu? «La mia prospettiva è che ci facciano riaprire in primavera, ma mi auguro in maniera definitiva, se ci fosse un altro singhiozzo io dovrei capitolare. Ho smesso di pagare l’affitto: sono 5.000 euro al mese, avevo ottenuto la riduzione del canone a metà nel primo lockdown, poi è tornato normale, io ho pagato fino alla fine di novembre, adesso mi sono fermato perché non ce la faccio più, senza nessun introito. Ho dato la precedenza alle rate del finanziamento che avevo fatto tre anni fa per la ristrutturazione, poi ci sono tutte le spese fisse, pensa solo alla bolletta della luce, l’ultima è stata di 400 euro al mese, di cui i consumi erano il dieci per cento, il resto costi fissi. Pago il manutentore delle caldaie, dell’aria forzata, i software e le assistenze. Io non discuto la chiusura, ma mi aspettavo un aiuto sostanziale».

Gli chiedo di farmi vedere con la stessa chiarezza quanto ha ricevuto dallo Stato: «A me come attività imprenditoriale è stato dato ad aprile il trenta per cento della differenza di fatturato tra il 2020 e il 2019, così ho avuto 3.200 euro di ristoro. A ottobre poi si sono aggiunti 6.400 euro. In un anno 9.600 euro, ma io solo di affitto ne spendo 60 mila. I miei colleghi tedeschi hanno ricevuto mensilmente l’ottanta per cento del loro fatturato. Non credo ci sia altro da aggiungere».

Teo con la lavagna su cui sono scritte le attività che normalmente si praticano nella sua palestra e che spera possano ricominciare in primavera (©Davide Greco e Vanessa Vettorello)

Rimaniamo in silenzio, io non so cosa dirgli per riaccendere la luce dei suoi sogni, ma è Teo a spiazzarmi: «Conosco la tua newsletter e non possiamo lasciarci così, allora ti racconterò due cose belle. La prima è che tre dei miei ragazzi hanno approfittato di questo tempo vuoto per tornare a studiare e si sono iscritti a una nuova facoltà. La seconda è che ci sono state persone che sono venute in palestra e mi hanno chiesto di non congelare l’abbonamento, di lasciarlo scadere, come forma di sostegno alla struttura e di solidarietà. In dieci poi si sono presentati e hanno pagato il rinnovo, anche se non sanno quando potranno tornare. È questa la cosa che voglio ricordare».