LA STORIA

La gloria dura una vita

24 giugno 2022 | diMario Calabresi

Quarant’anni dopo sono seduto davanti al mio idolo di bambino. Io allora avevo dodici anni e lui quaranta. Tutti i miei coetanei volevano essere Paolo Rossi, io invece volevo essere Dino Zoff, mi piaceva profondamente quel suo parlare poco, quel suo essere da solo tra i pali, quel senso di sicurezza che emanava. Così, alla fine dell’estate del 1982, feci una lunga coda alla posta per comprare il francobollo commemorativo della vittoria italiana al Mondiale di Spagna. Lo aveva disegnato il pittore Renato Guttuso e si vedevano le braccia di Zoff, con la maglia grigia e i polsini azzurri, sollevare la Coppa del Mondo. Guardando quell’immagine sembrava di sentire il telecronista Nando Martellini che da Madrid, con la sua voce, aveva riempito le case e dato il via alla festa nelle strade e nelle piazze italiane. Poi quell’anno a Natale chiesi come regalo un paio di guanti da portiere e cominciai a giocare tra i pali. Poco tempo dopo, data la mia inesperienza, nel tentativo di parare un tiro particolarmente violento del mio vicino di casa mi fratturai il polso destro (il fastidio lo sento ancora oggi quando cambia il tempo) e conclusi così la mia breve carriera da portiere.

Il francobollo di Renato Guttuso che celebra la vittoria del Mondiale del 1982: le braccia che sollevano la coppa sono di Dino Zoff

Ho colto l’occasione dell’anniversario della vittoria azzurra al Mundial di Spagna (la finale si tenne l’11 luglio del 1982) per farmi raccontare da Dino Zoff quell’estate ma anche e soprattutto la sua idea della vita.
Non ha perso un capello e li porta sempre allo stesso modo, con la riga da un lato. È gentilissimo, attento alle parole e con un’idea del rispetto delle persone che ho incontrato raramente. In questo suo essere all’antica c’è un po’ di malinconia, la sensazione di non sentirsi in sintonia con lo spirito del tempo, tanto che l’amico che gli manca di più è Gaetano Scirea, campione con lui nell’Italia e nella Juventus, morto per un incidente d’auto in Polonia poco prima che cadesse il comunismo, nel 1989, quando aveva solo 36 anni. «Ho sempre invidiato Scirea, perché in campo era un uomo autenticamente di stile e di comportamento e fuori era una persona davvero serena. È stata una perdita importante per il calcio, per l’esempio che aveva dato». Poi, con un filo di amarezza aggiunge: «Però gli esempi non servono sempre: il mondo cammina come vuole lui».

Il giorno che io ricordo meglio di quel Mondiale è il 29 giugno: l’Italia vinse contro l’Argentina, con i gol di Tardelli e Cabrini, sembrava impossibile e, dopo ben quattordici anni in cui “piazza” era sinonimo di protesta, di scontri, di lacrimogeni, di spranghe, chiavi inglesi, P38, quel giorno la paura lasciò spazio alla festa. Era un martedì e improvvisamente si fermò tutto: ricordo gente che ballava sugli autobus, un uomo che picchiava una padella contro il palo di un semaforo, ragazzi che si buttavano in una fontana. Quel giorno finirono gli Anni di Piombo. Fu un giorno bellissimo. Nessuno poteva immaginare che poi, grazie alla rinascita di un ragazzo prodigio – Paolo Rossi – avremmo sconfitto anche il mitico Brasile e avremmo vinto i mondiali contro la Germania. Così cominciarono gli Anni Ottanta. Anche per Zoff, quello, resta il momento più intenso di una vita.

«Ebbene sì, quel Mondiale per me è stato straordinario, non ci sono santi: è stato l’apice in assoluto. Ti dirò di più, un Mondiale così non lo vedrai più. È stato senz’altro il più bello, pensa ai tanti gol fatti su azione. E se lo paragono al Mondiale che abbiamo vinto con tutti i meriti nel 2006, combattutissimo ma vinto grazie a corner e rigori, non cambio idea».

Dino Zoff durante la registrazione dell’ultima puntata della mia serie podcast “Altre/Storie”

Una decina di anni fa Zoff ha scritto la sua autobiografia, che si chiama: “Dura solo un attimo, la gloria. La mia vita”. Oggi, che ha ottant’anni, pensa che quel titolo contenga un errore: «Non è adatto: essere in gloria dura un attimo, ma invece poi ho capito che la gloria dura molto più di quanto mi sarei aspettato, pensa che ricevo più posta adesso di prima». Ci vuole poco a constatarlo, sono venuto a incontrarlo nel circolo romano dove Zoff viene a nuotare quasi ogni mattina, davanti a noi scorre il Tevere; ci sediamo su un divano appartato che mi sembra tranquillo, inizio la registrazione dell’intervista (da cui è nato il podcast che potete ascoltare qui) ma ci dobbiamo interrompere continuamente perché ogni persona che lo riconosce si ferma a salutarlo. Così traslochiamo e ci rifugiamo in una piccola stanza dove i soci, solitamente al pomeriggio, giocano a carte. Il discorso era partito dalla gloria, eppure quell’avventura che sarebbe diventata mitica era cominciata nel peggiore dei modi: tra mille polemiche giornalistiche e con immenso scetticismo, tanto che la squadra era in silenzio stampa. 

Zoff riprende da qui e mentre gira eternamente il cucchiaino nella tazzina di caffè, quasi per riallacciare il filo dei ricordi, mi racconta quel clima pesantissimo e la capacità di un uomo, l’allenatore Enzo Bearzot, di tirare dritto e fare di testa sua: «Nel Paese lo scetticismo e la sfiducia erano totali, perché non erano stati convocati due idoli delle tifoserie, l’interista Beccalossi e il romanista Pruzzo, per portare in Spagna un giocatore che tornava da due anni di squalifica per il calcio scommesse: Paolo Rossi. E poi c’era quel portiere troppo vecchio, di quarant’anni… Erano tutte previsioni terribili. Però, per noi, la fiducia in Bearzot era totale, perché era un grande uomo. In una situazione così solo lui poteva vincere, perché era di una dirittura morale e di un’onestà feroce, aveva grande esperienza e ha tirato fuori il meglio di noi. Certo, mentre ti parlo mi rendo conto che oggi a parlare del valore dell’esperienza si appare quasi patetici».

Quando la squadra decide il silenzio stampa, l’unico autorizzato a incontrare i giornalisti è proprio Dino Zoff: «Mi son preso io la responsabilità di parlare, perché io parlo poco però cerco di dire le cose abbastanza giuste. Ho detto a tutti gli altri: voi pensate a giocare, a parlare ci penso io. È stata dura: alla conferenza stampa, dopo la partita, si presentavano i due capitani ma quando toccava a me i giornalisti italiani prendevano i loro taccuini e se ne andavano tutti fuori. Io facevo finta di niente e non ho mai azzardato un rimprovero o un vittimismo. Come se niente fosse successo. Nessuna polemica, nessun battibecco».

L’ultimo episodio della mia serie podcast “Altre/Storie” per Choramedia

La stella polare dell’esistenza di Dino Zoff, quello che lo fa apparire (anche ai suoi occhi) come un uomo di altri tempi è la misura. Non ama per nulla le polemiche, in campo e fuori, tanto che lo sport che oggi apprezza di più è il rugby: «Per me il rugby può essere definito il primo o l’ultimo sport: il primo per comportamento e l’ultimo che adopera ancora regole di comportamento. Nel rugby l’arbitro non permette a chiunque di andare a insultarlo, di fare proteste infinite, ci va solo il capitano a parlare e tutti si assoggettano all’interpretazione. Nel calcio ormai è tutto esagerato».

Ogni volta che si rende conto di rimpiangere il passato, Zoff smette un attimo di raccontare e scuote la testa: «Anch’io parlo da vecchio, ma forse è normale perché lo sono». E qui si mette a ridere: «Però, insomma, io credo che le regole nell’ambito dello sport siano significative, lo sport deve essere il completamento di una persona, insegna a stare in una squadra, a rispettare le regole e il giudizio dell’arbitro, ai giovani va spiegato che non è un modo per fare i muscoli o per diventare famosi e finire sui giornali. Sono molto critico con quello che vedo: i giovani calciatori, appena li toccano in area, si buttano giù per ottenere il rigore. Ma io quasi li giustifico, perché se ottengono un rigore e lo segnano sono tutti contenti. I dirigenti sono contenti perché la squadra ha vinto, i tifosi sono contenti e voi, i giornalisti, dite che è stato furbo. Allora un giovane di vent’anni come fa a non comportarsi scorrettamente se tutte le componenti del mondo in cui vive, che sono i giornali, il pubblico, la società, lo trovano bravo e furbo. Dovrebbe avere due palle così e un fortissimo concetto dell’etica dello sport per restare in piedi, per non fregare l’arbitro. Io comunque continuerò a dire che quello non è stato furbo, io dico che ha rubato».

Nei suoi undici anni alla Juventus, Zoff non ha mai saltato una partita: 330 presenze, sempre in campo. «Non esisteva ammalarsi – mi risponde –, io vengo dalla campagna». Mi complimento con lui per non aver mai avuto un’influenza o un mal di gola, ma subito mi interrompe. «Ma no, certo che mi sono ammalato, ma non mi sono mai fermato. Volevo dimostrare il coraggio di non aver paura e avevo una tale voglia di esserci e di giocare che affrontavo sempre tutto, anche i dolori e le malattie».

La storica partita a scopone tra Dino Zoff, Franco Causio, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e il c.t. Enzo Bearzot

Per me l’immagine più bella e sorprendente di quella stagione è la foto scattata sul DC9 presidenziale che riporta la squadra campione del mondo, siamo su uno di quegli aerei che hanno anche un tavolo e quattro poltrone intorno. Sul tavolo è appoggiata la coppa e mentre l’aereo vola verso Roma si gioca una storica partita di scopone tra il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e Dino Zoff da un lato, Enzo Bearzot e Franco Causio dall’altro. A perdere saranno il portiere e il Presidente: «Abbiamo perso la partita e, naturalmente, il Presidente non ci stava e aveva cominciato a dire: “No, no, non è possibile, ma perché?”. In verità era colpa sua ma non voleva ammetterlo. Tempo dopo mi arrivò un telegramma dal Quirinale in cui il Presidente si prendeva la responsabilità – diceva: “Lo so che ho sbagliato io” – e ci invitava a giocare la rivincita».
Non era un caso che Zoff fosse stato scelto per giocare in coppia con Sandro Pertini, lui era il giocatore più vecchio della squadra, la persona che tutti rispettavano. 

Ma cosa passa nella testa di uno che a quarant’anni gioca il suo ultimo Mondiale? «Sapevo che era l’ultima possibilità di partecipare a un grande avvenimento, era il mio fine vita calcistico e in quei momenti cerchi di tirare fuori il meglio da quello che ti propone ancora la vita».
Adesso ha ottant’anni e allora gli chiedo come viva la vecchiaia. «La vivo da vecchio. Non sono uno di quelli che dicono di sentirsi come se avessero vent’anni. Io ho sempre vissuto nella realtà, vengo da una casa contadina dove valgono la terra, il tempo, la pioggia, la grandine, tutte cose autentiche. Non è che puoi raccontare cose che non ci sono. Vivo come ho sempre vissuto: mi interesso di tante cose, leggo abbastanza i giornali e qualche libro, nuoto, gioco un po’ a golf, ma certo non è semplice perché il mondo mi appare rovesciato. E allora mi chiedo: ma sto invecchiando perché tutto mi sembra diverso o veramente cambiano le cose? Però io resto legato a certe cose: il rispetto, l’educazione, la dignità. E sono convinto che il successo debba essere figlio della sostanza, non dei momenti di gloria». 

Non ha detto una parola fuori posto nemmeno questa volta, restiamo a parlare della solitudine dei portieri, di quanta nostalgia abbia dell’asciuttezza del mondo contadino, dei comportamenti corretti, tanto che vuole accompagnarmi alla macchina e prima di salutarmi si scusa per essere arrivato all’intervista con cinque minuti di ritardo. L’ultima cosa che faccio è guardargli le mani, quelle che a un minuto dalla fine della partita con il Brasile bloccarono sulla linea di porta il colpo di testa di Oscar e regalarono all’Italia un decennio indimenticabile.