IL RACCONTO

La fabbrica e lo stigma

30 ottobre 2020 | diAnna Dichiarante

Si sperava che, finalmente, giustizia fosse fatta. Per i cittadini di Broni, però, la sentenza con cui ieri la Corte di Cassazione ha ordinato che si ripeta il processo d’appello a carico degli ultimi due ex dirigenti della Fibronit ancora alla sbarra segna l’ennesima delusione. Mentre i disastri causati dalla fabbrica dell’amianto – che fino agli anni Novanta ha inquinato il paese e la zona circostante, tra le colline dell’Oltrepò pavese – sono una ferita che sanguina e che, nonostante i progressi della bonifica, continuerà a farlo chissà per quanto. Qui, dove l’incidenza di malattie collegate alle fibre killer e il conseguente tasso di mortalità sono i più alti d’Italia.

L’ex fabbrica Fibronit tra le colline dell’Oltrepò pavese. Il fermo-immagine, come i successivi, è tratto dal video che la società Unirecuperi, incaricata della bonifica, ha realizzato per il Comune di Broni

Sul banco degli imputati ci sono Michele Cardinale, ex amministratore delegato di Fibronit, e Lorenzo Mo, ex direttore di stabilimento, entrambi ultrasettantenni e condannati nei due gradi precedenti per omicidio colposo. Sono rimasti solo loro a rispondere di 27 decessi, tra dipendenti e abitanti di Broni, provocati dall’esposizione all’asbesto, cioè il misto di minerali da cui deriva l’amianto. In origine, il rinvio a giudizio era avvenuto per 832 casi di malattia o morte, ma la prescrizione e la difficoltà di provare il nesso causa-effetto hanno via via sfrondato l’elenco. Ora la Cassazione ha rimandato gli atti alla Corte d’Appello di Milano: per i giudici di Roma, la responsabilità di Cardinale e Mo va rivista perché il periodo in cui hanno rivestito ruoli apicali in azienda non coincide totalmente con quello in cui le vittime si sono intossicate.

Da questa sentenza dipende pure il destino dell’inchiesta-bis, che la Procura di Pavia è pronta ad aprire e che si alimenta della drammatica conta delle vittime successive alla chiusura della prima indagine: sul registro tenuto dal novembre 2009 sono stati annotati i nomi di 492 persone scomparse o affette da patologie “asbesto-correlate”. Per alcune è scattata la prescrizione nel corso dell’estate. Se l’ipotesi di omicidio colposo – l’unica sopravvissuta al tempo e alle alterne vicende processuali – avesse retto in via definitiva, i pm avrebbero potuto procedere con questo fascicolo. Invece, tutto si ricongela. Nella consapevolezza che, intanto, la strage proseguirà.

La Fibronit dall’alto, dopo la rimozione delle coperture in amianto dai capannoni

Se a lungo andare le fibre di amianto possono causare l’asbestosi, una malattia cronica che colpisce i polmoni, inalazioni pur minime possono provocare il mesotelioma, tumore della pleura che può manifestarsi anche dopo 30-40 anni d’incubazione. Perciò gli epidemiologi hanno previsto che nel nostro Paese il picco di casi si raggiungerà da adesso al 2025. E perciò la storia di Broni – meno nota di quella, uguale e contraria, di Casale Monferrato – è rappresentativa dell’insuperata dicotomia tra salvaguardia della salute e del lavoro.

«È una falsa dicotomia», taglia corto Romana Bianchi Beretta. Lei racconta le cose da un punto di vista privilegiato perché a Broni è nata 76 anni fa e tuttora ci vive, ma, soprattutto, perché è stata tra i promotori della legge 257 del 1992: norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto. «La mia permanenza in Parlamento stava per finire e mi premeva di veder approvato quel testo. La Fibronit aveva sempre accompagnato la mia esistenza, sentivo dentro l’urgenza del problema».

Romana Bianchi Beretta (ritratto di Marta Signori)

Romana entra alla Camera nel 1976 (tra le più giovani onorevoli) nelle file del Pci; si occupa di cultura, scuola, diritti delle donne, ma in nome della sua terra si batte affinché questo minerale pericoloso sia messo al bando. Nel novembre 1989 lei e altri deputati comunisti presentano la proposta di legge, seguiti dai colleghi del Senato. Si scontrano, però, con chi sostiene che si possa usare in sicurezza l’amianto e preservare l’indotto. Solo nel marzo 1992 le divisioni si ricompongono e la legge passa a larga maggioranza: sancisce il divieto di produzione, estrazione, importazione o esportazione dell’amianto; il censimento e la bonifica dei siti in cui è presente; il prepensionamento per i lavoratori esposti e agevolazioni per la riconversione delle aziende.

«Il mio impegno – spiega Romana – era maturato frequentando il gruppo “Ambiente e Lavoro” di Bologna, tra i primi a sollevare l’allarme, e la comunità di Casale Monferrato. Lì, il sindaco, i medici, le associazioni e la Cgil si erano già mobilitati per arginare i danni dell’amianto. A Broni, invece, niente. La Fibronit era padrona dei mezzi di produzione da cui dipendeva l’economia del territorio, una sorta di feudatario a cui mostrare gratitudine. Nei momenti di maggior espansione aveva assunto fino a 1.600 persone, su una popolazione di circa diecimila. Il paese operaio preferiva convivere con l’amianto che perdere il lavoro». Così, Romana fa i conti con l’ostilità e la reticenza della gente, degli enti locali e dei suoi compagni di sindacato: «Quando si è compresa la gravità della situazione, era tardi. E il prezzo in termini di vite umane è stato altissimo».

Un’immagine della Fibronit negli anni Trenta pubblicata sul libro “Cara ‘l me Bron”

A Broni, la Cementifera Italiana Fibronit esisteva dal 1919 e dal 1932 aveva avviato la produzione di cemento-amianto. Tra gli anni Settanta e Ottanta, questo materiale eterno e ubiquo per resistenza, versatilità ed economicità conosce un autentico boom in Italia. Ma l’evidenza scientifica della sua tossicità è ormai acquisita e il mercato va riducendosi. Alla Fibronit il settore del cementificio viene ceduto e in quello dell’amianto partono periodi di cassa integrazione e licenziamenti. Nel 1990 l’azienda tenta di puntare su prodotti alternativi, ma in alcune filiere il minerale continua a essere manipolato fino alla chiusura nel 1993.

Si sa che i dipendenti, senza protezioni né informazioni, respirano le fibre di amianto. Le loro rappresentanze ottengono dalla dirigenza l’installazione di filtri e aspiratori, l’adozione di tecniche di lavorazione “a umido” e l’uso di mascherine di carta. Tutto assolutamente inutile. La contaminazione non risparmia gli impiegati, gli operai, i figli che li abbracciano al rientro, le mogli che lavano le tute sporche, gli abitanti delle case e i coltivatori dei campi intorno allo stabilimento, i ferrovieri in servizio alla vicina stazione, il personale sanitario, insegnanti, carabinieri. Chiunque è in contatto con l’amianto, perché l’amianto è ovunque.

Da queste immagini aeree si vede come lo stabilimento Fibronit sorga a ridosso delle case e dei campi coltivati

«Il 6 marzo 1990 – ricorda Romana – ci fu la peggiore fuoriuscita di polveri. Accadeva spesso che i tubi attraverso cui la materia prima veniva trasportata dai silos ai reparti si rompessero: l’amianto veniva sparato in aria e ricopriva il paese. La ditta si trova nel centro, poco distante dalla piazza. Quella mattina il guasto fu più consistente, la coltre bianca era così diffusa e densa che sembrava neve. Fibronit si accollò la pulizia dei terreni limitrofi e la linea ferroviaria fu interrotta per liberare i binari». Non stupisce, allora, che uno studio dell’Agenzia di Tutela della Salute di Pavia abbia rivelato come nella provincia, tra il 1980 e il 2015, la media di decessi per mesotelioma sia stata di 6 ogni centomila abitanti contro quella nazionale di 1,5. Ed è Broni l’epicentro.

«C’è stata una rimozione del problema – prosegue Romana – poi i lutti, le famiglie decimate e il senso di colpa hanno smosso gli animi. Ma il dolore era privato. Mentre la fine della fabbrica ha decretato la deindustrializzazione della zona e inaugurato il pendolarismo verso Milano». Come spiega il libro “Sembrava nevicasse” di Bruno Ziglioli, che confronta le vicende di Casale Monferrato e Broni, qui la comunità non ha affrontato compatta la questione dell’amianto. Anzi, resta la tendenza a nascondere uno stigma che rovina la fama di città del vino. Solo di recente i cittadini si sono aggregati, grazie all’Associazione Vittime Amianto Nazionale Italiana. E solo dal 2004 hanno cominciato ad arrivare le denunce per i cari uccisi dall’amianto. «Anche sul fronte sanitario è trascorso parecchio tempo senza che venissero istituiti presidi e protocolli di terapia dedicati a questo tipo di patologie», conclude Romana.

I sacchi con i detriti di amianto raccolti nell’area Fibronit pronti per essere portati allo smaltimento

Al cambio di passo hanno contribuito le nuove generazioni di amministratori. Antonio Riviezzi, 40 anni, è sindaco di Broni dal 2016 e nei giorni scorsi ha dato un annuncio importante: «Il secondo lotto della bonifica della Fibronit è compiuto. Sui 130mila metri quadrati occupati dallo stabilimento non c’è più amianto. Rimangono gli scheletri dei capannoni che saranno abbattuti nel terzo lotto». Ci sono voluti 13 anni e 32 milioni di euro stanziati da Ministero dell’Ambiente e Regione Lombardia. Ora si deve demolire la vecchia scuola elementare e costruire un nuovo liceo scientifico. L’amianto è pure lì. Soprattutto, servono finanziamenti per estendere la bonifica all’intero territorio: «Fuori dalla fabbrica – chiarisce il sindaco – ci sono oltre centomila metri quadrati di amianto, sparsi tra numerosi edifici. Il deterioramento del materiale è preoccupante, bisogna sostenere i privati nelle costose operazioni di smaltimento».

L’uso che si potrà fare del sito in futuro dipende dai livelli di inquinamento che si riscontreranno nel sottosuolo. Ma quello raggiunto è un traguardo simbolico, come simbolica è la costituzione di parte civile del Comune di Broni nel processo: «I dirigenti di Fibronit non hanno fatto nulla per risanare o contenere la contaminazione. Nessuna sentenza e nessun risarcimento potranno ripagare le perdite che ciascuno ha subito e, probabilmente, subirà».