IL RITRATTO

La coincidenza di chiamarsi Andrea

29 maggio 2020 | diAnna Dichiarante

Ci sono coincidenze capaci di suggestionare persino il più convinto degli esistenzialisti. Il 24 maggio, per esempio. È il giorno in cui Andrea Rocchelli (per tutti, Andy) è stato ucciso vicino a Sloviansk, in Ucraina. Ma è anche il giorno del compleanno di suo figlio Nico. Per questo, scorrendo il calendario delle udienze del processo per l’omicidio del fotografo pavese, il sostituto procuratore Andrea Zanoncelli non ha potuto fare a meno di sottolineare la data prevista per la sua requisitoria: il 24 maggio 2019. Esattamente cinque anni dopo l’agguato che si portò via la vita di Andy e quella dell’attivista e interprete russo, Andrej Mironov. «Quel giorno Nico compiva otto anni – ricorda il magistrato – ho pensato che fosse il momento di incontrarlo, di parlare con lui, perché era l’unico tra i protagonisti di questa vicenda che ancora non avevo conosciuto. È arrivato nel mio ufficio portandomi in dono un bellissimo disegno».

Andrea Zanoncelli, 36 anni, sostituto procuratore a Pavia. Qui ritratto all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Milano (foto ©Gabriele Micalizzi/Cesura)

L’emozione filtra dalla voce del pm. «Altre coincidenze? Ho lo stesso nome di Rocchelli e sono nato nello stesso anno, il 1983». Poi riprende il suo tono determinato e racconta di quella mattina, quando è entrato in aula per tirare le somme di un dibattimento cominciato dieci mesi prima e per formulare le sue richieste davanti alla Corte d’Assise di Pavia. Una requisitoria durata quasi tre ore, serrata, senza cedimenti alla retorica, durante la quale Zanoncelli ha analizzato i 15 punti su cui si fondava la tesi accusatoria. Chiedendo, alla fine, una condanna a 17 anni di reclusione per Vitaly Markiv, il militare italo-ucraino imputato per concorso nell’omicidio di Andy. «Sentivo il peso della responsabilità che mi stavo assumendo – spiega – di fronte a me, alla sbarra, c’era un ragazzo di 29 anni che ne aveva già scontati due di custodia cautelare in carcere. Così, ho voluto precisare come nell’elenco delle vittime di questa storia, seppure per ultimo, figuri anche lui».

Secondo Zanoncelli, Markiv sarebbe stato sacrificato dall’Ucraina, da quel Paese che chiama patria, per cui ha deciso di combattere nel conflitto contro i separatisti filorussi. Mentre lui si rifiutava di fare i nomi di commilitoni e superiori, coprendo gli altri presunti responsabili dell’attacco ai fotoreporter, nessun testimone ha fornito prove concrete a sua discolpa. La sua difesa, insomma, non ha portato elementi che ne attestassero l’innocenza. È scritto nella sentenza che gli ha inflitto 24 anni di reclusione: sette in più di quelli chiesti dal pm, perché i giudici non hanno concesso le circostanze attenuanti generiche. Una condanna pronunciata in un caldo pomeriggio del luglio scorso: Zanoncelli sente ancora la tensione di quell’attesa, seduto al suo banco per tutto il tempo in cui i giudici sono rimasti in camera di consiglio. Poi la lettura del dispositivo nel silenzio totale e una carezza appena accennata a uno dei suoi collaboratori.

«Per dimostrare che non cercavamo un capro espiatorio – continua Zanoncelli – nel corso della requisitoria ho chiarito che avrei rinunciato a impugnare un’eventuale assoluzione, se i giudici avessero ritenuto insufficienti le prove contro Markiv, ma avessero riconosciuto la validità dell’impianto accusatorio nel suo complesso. Se avessero, cioè, confermato la ricostruzione dei fatti emersa dalle indagini: a sparare contro Rocchelli e Mironov fu la fazione ucraina. Questa è la verità storica, ancor prima che processuale, suffragata da ogni riscontro possibile. E scoprire la verità sulla morte di Andy era il nostro unico obiettivo».

La copertina della serie podcast su Andy Rocchelli, intitolata “La volpe scapigliata”

Un obiettivo che, all’inizio, sembrava utopistico. Zanoncelli lo ricorda bene. Era arrivato in Procura a Pavia nel gennaio del 2015: il suo primo incarico, nella città dove aveva frequentato la scuola di specializzazione. Poco più di un anno dopo, il fascicolo contro ignoti che era stato aperto per l’omicidio di Rocchelli finì sul suo tavolo. Con un compito preciso, quello di chiederne l’archiviazione. «Il fascicolo era praticamente vuoto – ammette il pm – non conteneva niente che permettesse di imbastire un’imputazione e poi un processo». Alla famiglia di Andy, però, si dovevano rispetto e trasparenza: «Non si poteva dare l’impressione di aver agito con leggerezza. Quindi, iniziai a raccogliere le informazioni necessarie per motivare in modo scrupoloso l’istanza di archiviazione».

Poi, il colpo di scena. Studiando il caso, Zanoncelli scovò un articolo di giornale che gli indicò una pista investigativa. Partì un lavoro lungo, faticoso, a volte farraginoso, ma via via corroborato da indizi sempre più consistenti. Giorni e notti davanti al computer e alle carte. Zanoncelli convocò subito William Roguelon, il fotografo francese che si trovava insieme a Rocchelli e che sopravvisse all’imboscata. Riprese i contatti con le autorità diplomatiche italiane e ucraine, sperando che la domanda di assistenza giudiziaria rivolta a Kiev desse dei frutti. Nel fascicolo del dibattimento sono conservate le sue e-mail di sollecitazione. Ma le risposte sono di circostanza. Visti gli sviluppi internazionali, il pm chiese l’aiuto dei carabinieri del Ros di Milano: «Mentre attendevo che fossero autorizzati a intervenire, ho continuato a indagare da solo. Tutti gli elementi consolidavano in me una convinzione: la morte di Rocchelli e Mironov non era stata un incidente di guerra, ma un omicidio volontario. Bisognava capire chi fosse l’autore».

Furono i racconti di alcuni giornalisti presenti a Sloviansk nel maggio 2014, l’analisi di profili social e un’intervista in circolazione su YouTube a condurre al nome e al volto di un sospettato. Markiv, appunto. «Fu la seconda svolta – prosegue Zanoncelli – la terza fu scoprire che lui era cittadino ucraino, ma anche italiano. Potevamo, dunque, metterlo sotto indagine, intercettarlo, perseguirlo. Ma la cosa incredibile è che le prove più pesanti contro di lui le ha fornite lui stesso. Al momento dell’arresto, tra gli oggetti che gli sono stati sequestrati, c’erano le memorie di pc e smartphone piene di foto e video: mostravano la sua presenza nel luogo dell’agguato contro i fotoreporter, il suo ruolo nei combattimenti, la sua postazione».

Raffaele Della Valle, l’avvocato di Markiv, ha rinfacciato al pm di aver trasformato il processo in una maratona da vincere a ogni costo, di non essere andato in Ucraina, di aver abusato della tecnologia e del Web per alimentare l’inchiesta. «Il fatto che la nostra rogatoria sia stata pressoché ignorata – ribatte Zanoncelli – è la ragione per cui non abbiamo compiuto sopralluoghi di persona; senza la collaborazione di Kiev, come avremmo potuto fare indagini sul territorio ucraino? Sarebbe stato inutile. Gli strumenti, anche tecnologici, che abbiamo utilizzato ci hanno permesso di ovviare a questo ostacolo, di ottenere dati precisi, verificabili, oggettivi. E la Corte ha stabilito che quegli strumenti erano sia legittimi sia capaci di provare la nostra tesi accusatoria».

Ma c’è una critica che il sostituto procuratore non sopporta. La difesa di Markiv e quella dello Stato ucraino, così come una piccola parte della stampa e alcuni esponenti dei Radicali sostengono che in aula sia entrata la propaganda russa. La Procura, cioè, si sarebbe servita di documenti confezionati da Mosca con lo scopo di scaricare le colpe sugli ucraini. “Ombre russe sulla giustizia italiana” è il titolo di una conferenza organizzata in Senato due settimane dopo la fine del processo. Zanoncelli sgrana gli occhi nerissimi e scuote la testa: «Non so come si possa pensare una cosa simile. Ogni argomento che abbiamo portato nel processo è stato sottoposto prima ai nostri riscontri e poi al vaglio dei giudici. Non abbiamo mai avuto pregiudizi anti-ucraini e ritengo grave che l’indipendenza del nostro sistema giudiziario venga messa in dubbio senza che qualcuno si senta in dovere di respingere illazioni del genere».

A ferire Zanoncelli è pure la provenienza degli attacchi. Lui che – prima di diventare magistrato – è stato vicino a battaglie care al mondo radicale. Da studente si è occupato di tematiche legate ai diritti civili, in particolare alla libertà in materia di cure e di fine-vita: «Lavorando alla mia tesi di laurea ho conosciuto Beppino Englaro e Mina Welby, ci siamo incontrati varie volte e mi hanno aiutato con le ricerche di materiali e documenti». Lui che, durante il processo, ha subito contestazioni talvolta ai limiti delle minacce.

Presto, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, si celebrerà il secondo grado. I difensori di Markiv, infatti, hanno impugnato la condanna. Nel frattempo, Zanoncelli si avvia a chiudere un secondo filone d’inchiesta, riguardante l’ex comandante di plotone della Guardia nazionale ucraina, Bogdan Matkivskyi. Per l’accusa, sarebbe lui l’anello della catena gerarchica tra Markiv – che da osservatore avrebbe passato le coordinate per colpire Rocchelli e gli altri – e l’esercito, che materialmente avrebbe sparato con i mortai.


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