IL PERSONAGGIO

La capoccia e la creatività

18 settembre 2020 | diMario Calabresi

«Per avere futuro bisogna guardare avanti, non perdersi nelle nostalgie del passato e nel ricordo dei tempi andati». Se la raccomandazione viene da un uomo di 102 anni e mezzo che ogni mattina nuota per almeno mezz’ora, legge, scrive, vive da solo, va al ristorante, naviga su Internet e manda mail con allegati, allora siamo obbligati a prenderla alla lettera. Un uomo che è nato durante la Prima guerra mondiale, nell’anno esatto – il 1918 – in cui il virus della Spagnola fece strage nel mondo: «Ero il quarto figlio, davanti a me c’erano tre femmine, ma alla fine di quell’anno sarei stato il primogenito, la pandemia prima e la difterite poi si portarono via le mie sorelle».

Francesco De Bartolomeis (ritratto pochi giorni fa, nella sua casa di Torino) nasce nel 1918 a Pellezzano, provincia di Salerno. Si trasferisce a Firenze per studio e, grazie all’intercessione di Benedetto Croce, a 26 anni pubblica il suo primo saggio: “Idealismo ed esistenzialismo”. Dopo la laurea, Adriano Olivetti lo vuole come collaboratore a Ivrea. De Bartolomeis diventa uno dei protagonisti principali della pedagogia in Italia

Francesco De Bartolomeis, pedagogista, inventore del tempo pieno, si è sempre preoccupato dell’educazione delle persone, non tanto dei programmi della scuola ma piuttosto del sistema formativo, di quel percorso che prepara un bambino a essere un cittadino creativo. Per questo sono venuto a trovarlo nella sua casa torinese, in mezzo ai libri e ai suoi quadri, per parlare della scuola che ricomincia, della didattica a distanza e di come si può diventare grandi conservando viva la curiosità dei bambini. Mi fa sedere su una sedia di design e mette la mani avanti: «L’ha progettata l’architetto Caccia Dominioni, significa che è bella ma anche molto scomoda e tu sei così alto». Sorride da solo, confrontando la mia altezza con la sua e aggiunge: «Se oggi noi siamo qui a parlare è perché io sono piccolo: ero a Pola, allievo ufficiale di fanteria, quando arrivò un’ordinanza di Mussolini, diceva che chi era più basso di un metro e 65 non poteva fare l’ufficiale di fanteria ma doveva passare in artiglieria. Io ero alto 164 centimetri e mezzo e devo a quel mezzo centimetro la vita: i miei compagni andarono tutti a fare la campagna di Russia e non tornarono».

Gli chiedo subito, al di là dell’altezza, se esiste una formula per arrivare a superare il secolo di vita con la sua energia: «La smoderatezza, non nel senso dell’eccesso, ma nel senso che bisogna buttarsi nelle cose, essere creativi, vivere con passione. Io non ho nostalgie del tempo passato: a settant’anni ho dato le dimissioni da professore universitario anziché chiedere di restare fuori ruolo, perché non volevo un ripiego, sarei stato come un chirurgo che lasciano stare in ospedale ma non può operare. Invece bisogna essere sempre protagonisti della propria esistenza, coltivare interessi e progetti».

Grazie a De Bartolomeis, la pedagogia acquista autonomia nell’ambito delle scienze sociali. Nel 1953 esce il suo libro “La pedagogia come scienza”, un testo miliare. Ma la sua ricerca è condotta pure sul campo: nel 1975 il Partito Comunista lo candida come indipendente al consiglio comunale di Torino (dove si è stabilito) ed è durante questa esperienza che formula e mette in pratica l’idea del tempo pieno e delle mense scolastiche

Ma davvero si può riuscire a non guardare indietro, a non avere nostalgia?

«Naturalmente la nostalgia non chiede il permesso, ti arriva addosso all’improvviso, ma se tieni un piede nel futuro può anche essere una cosa dolce». Si infastidisce perché ho dovuto ripetere la domanda: «Sono diventato un po’ sordo, porca miseria». Gli chiedo se abbia altri problemi e capisco che la provocazione e l’allegria sono la sua cifra: «Sì, ho il problema che sono disordinato. Si vede che vivo da solo perché è un casino e ogni pomeriggio vengo sgridato dalla mia compagna quando viene a trovarmi».

Lei è il padre del tempo pieno e l’ispiratore di molte riforme della scuola.

«Dicono così…scrivono così. Non voglio darti una risposta spiritosa, ma a me il tempo pieno non interessa, mi interessa invece l’apprendimento. Dimostratemi che si può imparare senza avere un tempo lungo e mi ricrederò. Il tempo pieno è necessario per apprendere, ma niente compiti a casa: quando gli scolari e gli studenti escono da scuola devono essere liberi. La scuola non è un lavoro, non è una professione, fuori ci sono altre cose da fare per crescere. Il tempo pieno è l’ampliamento temporale a cui va aggiunto l’ampliamento spaziale: andare a vedere come stanno le cose nei luoghi dove accadono».

Per questo lei è favorevole all’alternanza scuola-lavoro?

«Sì, ma va fatta in modo costruttivo, dovrebbe essere l’occasione per dare ai ragazzi la capacità di affrontare problemi e di risolverli. Certo, se tu vai a formarti in un lavoro statico e ripetitivo, vai a fare le fotocopie in banca, allora non cresci e ti prepari a fare un lavoro così, in modo conformista. Il mondo invece è trasformazione e il lavoro è il motore di tutto».

Lei insiste sempre sul valore del lavoro, perché? Non le piace l’idea di una formazione pura?

«È più importante il lavoro dello studio, dirò di più: se allo studio togli il lavoro non capisci niente. È importante preoccuparsi dello sbocco di tutto il percorso scolastico. A scuola la storia andrebbe fatta come si fa la preistoria, studiare come vivevano, cacciavano, si organizzavano e abitavano gli uomini primitivi; poi, invece, diventa un racconto di guerre e alleanze politiche. Ma non puoi capire la società se non conosci cosa si produceva e cosa si inventava e non capisci il mondo in cui ti troverai. Il lavoro è progresso, per questo sono stato consulente per vent’anni dell’Olivetti».

Lei mette al centro la contaminazione, la necessità di confrontarsi con il mondo, oggi viviamo un tempo di distanziamento fisico e abbiamo avuto mesi di didattica a distanza.

«Io sono favorevolissimo agli strumenti informatici e, se non si può fare diversamente, ben venga la didattica a distanza. Ma non può essere la regola, lo studente deve avere la possibilità di sentire non solo il suo insegnante ma avere un’interazione con l’esterno, incontrare persone, raccogliere stimoli. E poi, mi perdoni la parolaccia, devi togliere il culo dalla sedia. Un conto sono i documentari, ma devi vedere i luoghi, toccare la terra e l’acqua».

Vedo che usa regolarmente il computer, non sento in lei una diffidenza verso la tecnologia.

«È fondamentale usare le tecnologie nuove ma ogni invenzione, ogni nostro passo, ha sempre un padre e una madre: la capoccia e la creatività».

Tra le frequentazioni di De Bartolomeis, ci sono figure che hanno fatto la storia della pedagogia e non solo: Margherita Zoebeli con il Centro educativo italo-svizzero di Rimini, il gruppo di Ernesto Codignola e la Scuola-città “Pestalozzi” di Firenze, Piero Calamandrei e la rivista “Il Ponte”. Per Loescher, De Bartolomeis traduce gli autori più innovativi e, nel 1968, pubblica “Il bambino dai tre ai sei anni”, il primo libro italiano di pedagogia dedicato alla scuola dell’infanzia

Che studente era lei?

«Ho fatto le Magistrali a Salerno e non si studiava molto, si faceva vita di strada. La professoressa di latino era cieca, noi a turno uscivamo e andavamo a fare il bagno. Poi mettevamo il costume ad asciugare sulla finestra. Ma all’ultimo anno il professore di filosofia, mi ricordo ancora il suo cognome, Corigliano, mi spinse ad andare a studiare per conto mio alla Biblioteca civica, a prendere libri di filosofia. Mi disse: “Non sprecare il tuo tempo, puoi diventare una persona importante”. Mi ha smosso qualcosa dentro e mi sono detto: qui bisogna cominciare a fare sul serio e sono andato a studiare all’Università a Firenze. Mi sono laureato poi con una tesi su Vico che è piaciuta a Benedetto Croce, che nel 1944 pubblicherà il mio primo libro: “Idealismo ed esistenzialismo”».

Guarda continuamente avanti e mi parla di presente e di futuro, ma quali sono i suoi ricordi più belli?

«Ho avuto una vita felice fino al 2016, quando è morto mio figlio Paolo, un bravissimo matematico. Da quel momento ho smesso di dipingere e i ricordi belli si sono oscurati. Di lui mi porto dentro la semplicità, era una persona piacevole, lineare, stava bene con tutti ed era in sintonia con gli altri».

Lei ha un dolore così grande eppure ha così tanta vita.

«Sono attivissimo, scrivo libri, faccio interviste, ma questo non compensa la sofferenza per la morte di mio figlio, anzi, la rafforza. Più sei vitale e più hai forze per soffrire».

Le morti innaturali, quelle dei figli e dei bambini, la accompagnano fin dalla nascita.

«Io ero appena nato quando la sorellina poco più grande di me è morta di Spagnola. Per il dolore mia madre perse il latte, così venni cresciuto con il latte d’asina. Poi sono morte le altre due sorelle, una dietro l’altra in quel 1918, una dietro l’altra. Mia madre restò traumatizzata tutta la vita, non siamo mai andati al cimitero e non se ne è mai parlato. Ho avuto altri tre fratelli ma adesso non c’è più nessuno, sono rimasto solo».

Chi sono i suoi amici oggi?

«Sono un gruppo di settantenni con cui vado al ristorante e con cui faccio le mie discussioni».

Che vita fa ogni giorno a 102 anni?

«Ogni mattina mi alzo alle sei, faccio colazione con yogurt, cereali e frutta, e alle 8:30 vado in piscina. Nuoto con calma per una quarantina di minuti, lo faccio tutti i giorni da quarant’anni. Prima facevo 50 vasche a stile libero, adesso sono sceso a 40 e certi giorni ne faccio solo 20 e poi aggiungo un po’ di esercizi in acqua. Quando ho compiuto i cento anni non mi volevano più far pagare l’abbonamento. Se avessi accettato sarei stato un miserabile. Ma loro insistevano, allora ho preso i soldi della tessera e ho fatto una donazione per la promozione sportiva».

Accanto al computer c’è un libro di poesia di Andrea Zanzotto, lo sta rileggendo, ma predilige i romanzi e il suo autore preferito è Maurizio Maggiani, anche se la libreria è piena soprattutto di libri di arte e il suo artista preferito è stato Lucio Fontana: «Era un uomo eccezionale». Si mette a rovistare sulla sua grande scrivania, sta cercando una cartellina, tira fuori due disegni di Ernesto Treccani, quasi un suo coetaneo, era nato nel 1920, ma se ne è andato dieci anni fa. Me li mostra, sono due donne stilizzate, li rimette nella cartellina e me li regala. Perché? «Perché è un modo di farli vivere. Non è generosità, il piacere è mio, con te staranno più tempo». Ma se non è generosità questa! «No, la generosità per essere tale deve essere scomoda, devi fare qualcosa di fastidioso e faticoso, altrimenti è solo un piacere».