LA STORIA

Il soldato fotografo che amava la vita

6 gennaio 2023 | diUmberto Gentiloni

Mentre si avvicinavano le cento primavere cresceva la sua incredulità. Passavano gli anni e i nostri incontri avevano un non detto finale, una sorta d’imbarazzo mal celato: quando ci vedremo? «Non so se riuscirò a prendere l’aereo per l’Italia ma ti aspetto a New York dopo l’estate, il foliage dell’autunno non posso proprio perdermelo».

Tony Vaccaro, fotoreporter statunitense che, dopo essersi arruolato nell’esercito con una macchina fotografica ben nascosta, scattò alcune tra le immagini divenute simbolo della Seconda guerra mondiale

Tony Vaccaro era nato il 20 dicembre 1922 a Greensburg in Pennsylvania, famiglia di origini molisane, legato alla sua terra come rifugio e luogo della serenità. Mi capitava di chiedergli del segreto della sua longevità, di quanto contava il passato di combattente, soldato e fotografo della 83ma divisione fanteria dell’esercito degli Stati Uniti. Non era facile avvolgere il nastro dei suoi ricordi, talvolta cambiava argomento per non cedere alle curiosità di chi, come me, era interessato allo sbarco in Normandia del giugno 1944, agli addestramenti, le attese, le storie di soldati rimasti senza nome nella lunga traversata verso Berlino. Aveva ventidue anni il 6 giugno 1944 quando si trovò sospeso tra il sud dell’Inghilterra e le coste della Normandia, le condizioni meteo proibitive, le imbarcazioni più grandi non riuscivano ad avvicinarsi alla costa. «Cominciava a fare buio. Eravamo in tanti. Si creò una fila, una specie di lunga attesa per scivolare fuori dalla pancia della nave. Poi finalmente il piede a terra, lo scarpone umido, bagnato, tanta paura di non potercela fare. Tutto sembrava bruciare. Dopo l’acqua, il fuoco. Ci stringiamo l’uno all’altro e andiamo avanti».

Omaha Beach, Normandia, 1944. Tony Vaccaro © Getty Images
Prigioniero tedesco disinnesca una mina. Omaha Beach, Normandia 1944. Tony Vaccaro © Getty Images

Preferiva parlare di cultura italiana, di letture e film, cercare ristoranti che avevano conquistato fama e clienti pubblicizzando la pasta o la pizza con farine originali. Per trovare i segni della presenza italiana «bisogna conoscere bene New York e la sua evoluzione, non ci sono più i quartieri e le aree definite, meglio curiosare fuori dai giri turistici e vedrai che le sorprese non mancano». E il suo segreto, così lo chiamava con un grande sorriso stampato sul volto, era la curiosità insaziabile. Camminava per chilometri salendo e scendendo dalla metropolitana newyorchese, sempre sul primo vagone, meno affollato e ben posizionato per guardare indietro la vasta umanità che popola le fermate. Faticavo a stargli dietro anche quando aveva superato i 90. «Non uso lo zoom tranne in casi di necessità. Meglio muoversi con le proprie gambe, cercare di essere vicini agli oggetti dei nostri desideri, alle immagini che si vogliono fotografare». Il moto quotidiano era diventato una sua routine, conosceva New York palmo a palmo, riusciva persino a trovare i segni delle assenze, dei cambiamenti nel tessuto della città spesso incomprensibili e nascosti.

Il “bacio della Liberazione”, la foto scattata da Tony Vaccaro a Saint-Briac-sur-Mer, in Francia, il giorno di Ferragosto del 1944. © Monroe Gallery
La foto scattata da Tony Vaccaro l’11 settembre del 2001 a New York. I passanti guardano la seconda torre che viene giù

La mattina del 9/11 segue le notizie, prende la macchina fotografica e cerca di fissare al di là dell’East River immagini di una sconvolgente mattinata. Guarda i volti dei passanti mentre la seconda torre viene giù, cerca conforto negli sguardi attoniti dei tanti newyorchesi che si chiedono cosa sia successo, perché tanta foga distruttrice? Si ferma in un parco al di là del fiume, le lacrime per una città in guerra lo portano indietro fino ai ricordi delle battaglie sul suolo del vecchio continente nella fase cruciale della Seconda guerra mondiale. Ne parla con timore, vorrebbe capire e leggere cosa scatena l’odio verso altri esseri umani dopo che tanta violenza ha attraversato il secolo scorso. Rimane fino alla fine un inguaribile ottimista, fiducioso nelle sorprese della vita. Aveva preso il Covid nella prima ondata, se la cava con un breve ricovero in ospedale dove fotografa e si fa fotografare. Fa in tempo a gioire per l’arrivo dei vaccini e mi chiede della situazione in Italia, «vedrai è solo questione di tempo, ce la faremo anche stavolta».

*Umberto Gentiloni è uno storico italiano. Insegna Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. È editorialista de la Repubblica.