IL LIBRO

Il sindaco che cambiò Roma

18 giugno 2021 | didi Fabio Martini*

È accaduto poco prima che arrivasse la pandemia. Roma era entrata in un vortice di avversità: inaudite e una più paradossale dell’altra. Gli autobus si incendiavano per autocombustione. Le stazioni della metropolitana venivano chiuse in sequenza e restavano inagibili per mesi. I sacchetti dell’immondizia si accatastavano, formando colline innaturali e insalubri. È stato in quei mesi che è partito il passaparola: Roma oramai è una città ingovernabile. Facile a dirsi. Ma era davvero così? E se non fosse vero, potrebbe diventarlo nei prossimi anni? Sentendo questi discorsi mi è tornato alla mente Ernesto Nathan: una leggenda più che una figura dai connotati ben definiti. 

È passato alla storia come il più grande sindaco di Roma, ma si è sempre trattato di una nomea ad honorem. Tanto elogiato ma poco conosciuto. Era stato un amministratore straordinario – si diceva da anni – eppure nessuno lo aveva imitato. Curioso anche questo: forse perché troppo anticonformista ed estraneo agli interessi forti?  
Nel periodo nel quale avevo lavorato, come cronista capitolino al Messaggero – erano gli ultimi anni della Prima Repubblica – avevo studiato la sua figura, avevo messo assieme centinaia di fotocopie e di appunti. Con l’idea – prima o poi – di comprendere e raccontare il fascino di un’eterna attualità che non era mai diventata attuale. In più di un anno di pandemia ho deciso di raccontare chi fosse per davvero Ernesto Nathan.  

Era diventato sindaco nelle ultime settimane del 1907, alla guida di una coalizione che metteva assieme liberali e repubblicani, radicali e socialisti. Per quasi 40 anni i romani si erano fatti guidare da nobili prestati momentaneamente alla politica. Con quei precedenti nessuno poteva risultare più eccentrico di quel signore di 62 anni, del quale allora si conoscevano soltanto i connotati essenziali ma molto definiti: anticlericale, ebreo, repubblicano, idealista, nato a Londra ed estraneo agli interessi vivi che si muovevano in città. Si era presentato con un atteggiamento anti-demagogico: sostenendo di essere pronto ad «accettare suffragi ma non a cercarli».  
Nel novembre del 1907, quando entra nel Palazzo Senatorio, Nathan è un uomo con un potente imprinting, fissato negli anni della formazione intellettuale ed emotiva. Una giovinezza vissuta in un ambiente rivoluzionario, seguendo le orme della madre, donna di straordinario carisma operativo. 

Ernesto Nathan sindaco di Roma dal 1907 al 1913

Per decenni Sarina Nathan aveva protetto Giuseppe Mazzini e ne aveva finanziato i progetti sovversivi e per queste ragioni era stata tallonata in tutta Europa dalla polizia sabauda. Dietro di lei, ovunque fosse stata costretta a trasferirsi, si era portata i dodici figli, tra i quali Ernesto che finirà per impregnarsi delle idealità mazziniane: Terza Roma, istruzione laica e per tutti, questione morale, la politica come etica civile, un’etica mai integralista ma imbevuta di pensiero impaziente di trasformarsi in azione e concretezza. Al termine dei sei anni di Campidoglio migliaia di romani non abitano più in squallidi rifugi e conoscono il miracolo di aver acqua e gas nelle proprie abitazioni a costi più bassi: anche il tram costa meno, arriva in periferia; migliaia di bambini entrano per la prima volta in una scuola pubblica. C’è per la prima volta (e anche l’ultima) il disegno di una città a misura d’uomo e sottratta alla legge del più ricco. C’è la lezione (incredibile alla luce di quel che accadrà) di aziende pubbliche capaci di fare concorrenza ai privati con le armi della tecnologia e dell’efficienza.  

Roma ingovernabile? La classica leggenda nera, alimentata da comprovate incapacità, ma contraddetta da significativi momenti di buona amministrazione. Grazie ai sindaci Petroselli e Argan, o in anni più recenti per opera di Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Ernesto Nathan ci mise qualcosa in più: un idealismo pragmatico e modello di governo esemplari non solo per Roma ma per tanti Comuni e anche per chi aspira a guidare un Paese. Con l’idea che per cambiare le cose, bisogna volerlo. 

*Fabio Martini racconta personaggi, storie e retroscena della politica italiana per il quotidiano La Stampa, del quale è inviato. Insegna Giornalismo politico all’Università di Roma Tor Vergata.