LA STORIA

Speciale Ucraina 01. I sogni interrotti dei ragazzi indiani

6 marzo 2022 | diMario Calabresi

Aroghya Maji ha camminato per 45 chilometri su una strada ghiacciata, poi ha viaggiato dieci ore su un lentissimo treno locale fino a Leopoli, dove ha dormito in stazione, ha trovato un passaggio verso il confine e poi ha passato un giorno e una notte in fila per percorrere gli ultimi 14 chilometri. All’alba di venerdì è riuscito a uscire dall’Ucraina e a entrare in Europa, passando dal varco di Siret con la Romania. Aroghya ha 24 anni, un immenso ciuffo e la barba, è nato e cresciuto a Calcutta, e da tre anni viveva a Kyiv dove studiava medicina come altri seimila  ragazzi indiani.

Aroghya Maji, 24 anni
Aroghya Maji, 24 anni

Incontro Aroghya fuori all’aeroporto rumeno di Suceava, dove sta aspettando un volo speciale organizzato dal suo governo che lo porterà a New Delhi. È insieme ai suoi amici Sushovan e Brijesh con cui ha fatto il viaggio, la temperatura è sotto zero ma loro sono fuori in camicia a fumare una sigaretta che nascondono dietro la schiena quando chiedo se li posso fotografare. Sorridono, penso che siano felici perché ce l’hanno fatta, adesso torneranno a casa. «No – mi dice Aroghya -, per me casa oggi è Kiev, io voglio diventare un chirurgo e l’Ucraina è il Paese dove stavo realizzando il mio sogno. Avevo trovato un posto dove studiare, venivo trattato bene, con grande rispetto, e ora non vedo l’ora di ricominciare. Sono sicuro che torneremo, che la guerra russa prima o poi finirà e riprenderemo a studiare da medici».

Sushovan Bera, 22 anni
Sushovan Bera, 22 anni
Brijesh Ghosh, 24 anni
Brijesh Ghosh, 24 anni

Il più giovane dei tre, Sushovan Bera, viene anche lui dal Bengala, era al terzo anno della Kyiv Medical University, in un solo giorno è passato dall’aula dove faceva lezione a un bunker sotterraneo dove è riuscito a chiamare i genitori su WhatsApp prima che si si scaricasse il telefono. Migliaia di famiglie indiane, angosciate, hanno fatto pressioni sul governo perché organizzasse un ponte aereo per riportare gli studenti a casa. Il governo di Delhi ha scelto di indirizzarli a Siret al confine rumeno.

In Ucraina, fino a dieci giorni fa, studiavano 18mila ragazzi indiani, la maggior parte iscritti a Medicina e Ingegneria. Si erano trasferiti nell’Europa orientale perché riuscire a entrare nelle facoltà statali di Medicina indiane è quasi impossibile, ai test partecipano decine di migliaia di giovani e i posti sono pochissimi. Le università private sono inarrivabili, mentre l’Ucraina offre una laurea di ottimo livello, in inglese, al costo di 3000 euro l’anno. Una laurea che poi è riconosciuta e permette di lavorare in tutta Europa.

La folla dei ragazzi indiani all’interno della palestra della città di Milisauti in Romania, (© Alessandro Serranò, AGF)
La folla dei ragazzi indiani all’interno della palestra della città di Milisauti in Romania, (© Alessandro Serranò, AGF)

Insieme a Sushovan, Brijesh e Aroghya, in sole ventiquattro ore sono arrivati al confine 1500 studenti indiani, il sindaco del paese di Milisauti ha messo a disposizione la grande palestra del paese e ha chiesto alla Onlus milanese “Progetto Arca”, se potevano prendersene cura loro. «Eravamo appena arrivati ed eravamo tutti agitati – mi racconta il presidente del Progetto Arca, Alberto Sinigallia -, ma in poche ore siamo riusciti a dar da mangiare e a trovare il modo di far dormire settecento di questi ragazzi, adesso sono partiti tutti con il ponte aereo, ma ne stanno arrivando altri quattrocento solo oggi e se ne aspettano quattromila».

Il Progetto Arca in Italia si occupa di dare assistenza a persone senza fissa dimora, è arrivato qui con cucine mobili, vestiti e medicine. Si sta occupando di assistere anziani e mamme con bambini piccoli, ora però è alle prese con l’emergenza indiana.

Tre ragazzi che guardano sul telefono la conferenza stampa del presidente ucraino Zelensky (© Alessandro Serranò, AGF)
Tre ragazzi che guardano sul telefono la conferenza stampa del presidente ucraino Zelensky (© Alessandro Serranò, AGF)

Alberto mi racconta che il clima nella palestra era sereno, sembrava di stare nel campus dell’università, tutti finalmente avevano ricaricato i cellulari e potevano chiamare i familiari e gli amici, avevano lasciato la guerra alle spalle ma anche le loro case, i libri e le nuove vite. Ognuno di loro, come tutti quelli che passano il confine, aveva soltanto un trolley, con dentro l’indispensabile. Adesso la palestra è vuota, la stanno pulendo, preparano i caffè, i tè e i panini per i ragazzi che stanno per arrivare. Mi sposto al posto di frontiera per incontrarli appena varcano il confine, è arrivato anche l’ambasciatore indiano e un vice ministro direttamente da Delhi, vogliono accoglierli di fronte alle telecamere di una tv indiana. Ma la coda dall’altra parte è troppo lunga, la precedenza è per le mamme con i bambini, tantissimi sono i neonati nei passeggini, così fa buio e i ragazzi indiani non arrivano, i caffè si sono freddati, il ministro torna in albergo e gli studenti passeranno un’altra notte sotto la neve.