I RACCONTI

Guardare il virus dritto negli occhi

13 marzo 2020 | diMario Calabresi

Una battaglia la vince chi combatte al fronte, ma solo se ha tutti gli elementi per conoscere il nemico, la sua posizione, la sua forza e i suoi punti deboli; se arrivano i rifornimenti e le munizioni; se esiste una strategia condivisa e uno spirito di squadra; se c’è chi analizza gli errori e le perdite. L’Ospedale Sacco di Milano è il luogo ideale per capire cosa si sta facendo e a che punto si è nella lotta contro il virus, perché lo spirito di squadra è fortissimo, come mi ha raccontato Antonio Castelli: «Tutto comincia con l’Università: chi nasce qui come medico molto spesso non va più via, c’è un’affiliazione che dura tutta la vita. Per molto tempo è stato quasi considerato un limite: nel nostro lavoro è corretto cercare nuovi stimoli, andare a fare nuove esperienze; così, se stai sempre nello stesso posto, sembri uno “seduto”, poco dinamico. Invece questo è un valore aggiunto: il “sistema Sacco” è una rete che tiene, anche sotto il profilo umano».


«Se conosci il nemico, sai come bloccarlo e come contenerlo. Lo puoi combattere».
Alessia Lai, 40 anni, biologa molecolare

Alessia Lai, ritratto di Marta Signori

La voce si sente male, poi mi dice: «Sto andando a fare un prelievo, ti richiamo quando ho finito». Di fronte al lavoro faccio un passo indietro, immagino un prelievo di sangue per un test e aspetto. Mi richiama: «Ero a fare un prelievo al bancomat, avevo bisogno di uscire per prendere un po’ d’aria». Le spiego l’equivoco e almeno per un attimo riusciamo a ridere. Alessia Lai, da quel venerdì 21 febbraio, vive in laboratorio. Mentre gli italiani sono costretti a stare a casa, lei lavora senza sosta. «Quel giorno è cambiato tutto, stavo andando a Città Studi perché si laureavano due miei studenti, quando ho ricevuto la chiamata: “Stanno arrivando i primi pazienti positivi al coronavirus”. Sono tornata al Sacco e ho impostato il mio lavoro, subito dopo sono corsa dall’altra parte della città in commissione di laurea, poi di nuovo in laboratorio fino a tarda sera e così per tutto il fine settimana».

Quella mattina era strana e particolare già di per sé: «La nostra professoressa Claudia Balotta era appena andata in pensione, il suo primo giorno a casa. Invece si è presentata appena ha capito cosa stava succedendo: è venuta a darci una mano nel momento più impegnativo e complicato che abbiamo mai avuto». Insieme ad Alessia, nel laboratorio al terzo piano del padiglione 19 ci sono Annalisa Bergna, Arianna Gabrieli e il polacco Marciej Tarkowsky. Il laboratorio ha una sicurezza Bls3, quella necessaria per trattare un virus come questo; al Sacco esiste anche un laboratorio di livello 4, il più alto, per emergenze come Ebola. «Lavoriamo in assoluta sicurezza, siamo bardati dalla punta dei piedi alla punta dei capelli, con la tuta, gli occhiali, la mascherina e tre paia di guanti».

Non si sono fatti cogliere alla sprovvista, erano entrati in preallarme quando è scoppiata l’epidemia in Cina; alla notizia dei due pazienti positivi all’istituto Spallanzani di Roma, poi, avevano già preparato delle cellule capaci di crescere in vitro, nelle quali inserire il virus e farlo replicare. Da subito lavorano sul materiale biologico dei pazienti arrivati da Codogno, i quattro trasportati quel venerdì, e una settimana dopo fanno la loro scoperta: «No, non abbiamo scoperto niente; abbiamo isolato il ceppo che circolava da noi e lo stiamo caratterizzando per trovare in cosa è differente da quello cinese e da quello isolato allo Spallanzani. Ciò che ci è chiaro è che, pur somigliandosi, presentano delle differenze».

Chiedo ad Alessia di provare a spiegarmi cosa significhi questa differenza e lei mi regala una piccola lezione: «Questo è un virus a Rna; ciò significa che, quando si replica, non corregge eventuali errori, ma se li porta dietro e per questo, nel suo viaggio, ha subito delle mutazioni che lo rendono diverso da quello cinese. Averne definito l’identità ci permetterà di tracciarne i movimenti e di capire se è simile a quello che sta colpendo altre parti d’Europa. Ora andremo avanti con altri pazienti malati e con quelli che guariscono».

Un risultato che ha caricato tutti: «Siamo stati molto contenti, essere riusciti a isolare il ceppo è stata una bella soddisfazione per noi quattro, la prof (così le ricercatrici chiamano l’immunologa Balotta), il professor Gianguglielmo Zehender e il professor Massimo Galli, che è anche il direttore del Dipartimento di Scienze biomediche e cliniche». Si ferma un attimo, quasi per immaginare cosa sto pensando, e allora mi dice: «Non è che abbiamo brindato, eh! Questo è un punto di partenza, non di arrivo, non abbiamo raggiunto un traguardo, ma messo le basi per poter fare altri esperimenti e contribuire alla ricerca di un vaccino».

Inavvertitamente, mentre parlo della capacità di contagio di questo virus, pronuncio la parola influenza. E qui il tono di Alessia cambia completamente e si fa secco: «No! Non è un’influenza, è un virus diverso: altra famiglia, altro genere, non lo conosciamo, non abbiamo un vaccino, non abbiamo farmaci sperimentati e anche il tasso di mortalità è diverso. Non è Ebola, ma non è nemmeno un’influenza».

Alessia ha 40 anni e nell’Italia di oggi – in cui la ricerca non ha fondi per stabilizzare i contratti, in cui l’università e la sanità fanno più tagli che concorsi – a quell’età si è ancora considerati ragazzi. Una ragazza che però lavora in questo laboratorio da 16 anni, grazie a una vocazione precoce: «Ho scelto al liceo di fare ricerca, volevo occuparmi di Hiv; sono figlia degli anni in cui l’emergenza era l’Aids, così non ho mai avuto dubbi su cosa studiare e dove specializzarmi. Sono entrata qui per fare la tesi e ci sono rimasta, mi piace l’ambiente, la ricerca che si fa e ho cominciato a occuparmi di molte altre infezioni. La mia passione mi ha sempre guidata e non è mai venuta meno».

Fino a sei mesi fa aveva un assegno di ricerca, ora nemmeno più quello, così sta lavorando come libera professionista e continua a essere cultore della materia in Università, collaborando con il professor Zehender per esami e corsi di laurea. Le chiedo se le dia fastidio che nei titoli di stampa, nel dare notizia del successo delle tre ricercatrici, sia stata usata la parola “precarie”. «Certo, è brutto da dirsi, ma è la realtà dei fatti. Non solo mia, ma della maggior parte delle persone che fanno ricerca. Fa ridere che ce ne si accorga adesso, purtroppo è una condizione abituale e ordinaria». Ma quanto pensa di dover aspettare per diventare professore associato, lei che ha già passato l’abilitazione nazionale per l’insegnamento? Mi risponde con estrema franchezza: «Non ne ho idea, ma nel frattempo potrei almeno diventare ricercatore a tempo determinato, sarebbe già qualcosa».

Intanto, rimane completamente concentrata a dare un volto a questo virus: «Se impariamo a conoscerlo, allora si può lavorare per creare il vaccino e mettere a punto i farmaci più adatti, che vanno testati e controllati». Prima che arrivi la notte, però, deve andare a casa da Ice, un gattone di otto chili: almeno una volta al giorno se ne deve occupare. Il vecchio labrador, che ha appena compiuto 15 anni, si è invece trasferito nel giardino dei suoi genitori, non poteva pagare il conto del virus venuto dalla Cina.


«Ci vuole uno sforzo organizzativo enorme per concentrare ogni risorsa e ogni energia nella battaglia contro il nuovo virus».
Chiara Cogliati, 53 anni, specialista in Medicina interna

Chiara Cogliati, ritratto di Marta Signori

Chiara Cogliati ha una visione lucida e fredda, in queste settimane mi ha ripetuto sempre di avere la stessa preoccupazione, quella della sottovalutazione del pericolo. La sera prima della decisione del governo di chiudere la Lombardia, era sconfortata: «Non siamo in grado di percepire il pericolo, oscilliamo nell’arco della stessa giornata tra la denuncia angosciata, magari postando sui social scenari catastrofici, e l’aperitivo. Questo è il rischio maggiore, anche perché il picco non è ancora arrivato, ne siamo ben lontani e la capacità del sistema è limitata».

Direttore di due reparti di Medicina generale, anche Chiara è arrivata al Sacco come studentessa e non è più andata via. Non è in prima linea, ma si occupa delle retrovie, di organizzare, di fare spazio. In queste tre settimane ha dovuto cercare di dimettere tutti quelli che erano in via di guarigione e potevano tornare a casa per prendere nel suo reparto i pazienti delle malattie infettive, per lasciare spazio ai cosiddetti “pazienti-corona”, per permettere che una parte dell’ospedale si focalizzasse solo nella battaglia al Covid-19.

«Ogni giorno abbiamo svuotato un pezzo e trasferito malati, ora anche la Medicina d’urgenza è arrivata da me, così si sono creati 120 posti dedicati al coronavirus, per i pazienti ventilati ma non intubati. Poi si è fatto spazio in Pneumologia, sono altri 22 posti, e ora si sta svuotando anche il primo piano del padiglione delle Medicine. Sopra al Pronto Soccorso, hanno creato una zona dedicata ai pazienti in attesa del referto del tampone».

L’idea è quella di un cantiere continuo per non finire sott’acqua, di avere sempre un letto in più di quello che serve. Una corsa contro il tempo in cui c’è una continua accelerazione al centro, ma intorno tutto rallenta: ridotta l’attività della Chirurgia, della stroke unit che si occupa degli ictus, quasi spente le attività ambulatoriali, chiuso il Pronto Soccorso al 118. «Paradossalmente è tutto molto più tranquillo, non avevo mai visto questi corridoi semideserti, ci sono meno ricoveri e meno pazienti e non ci sono gli studenti di Medicina. Uno sforzo organizzativo enorme per concentrare ogni risorsa e ogni energia nella battaglia contro il nuovo virus, a partire da tutto il personale infermieristico, fondamentale per vincere».

Mi racconta la fatica di lavorare bardati, i segni che lasciano le mascherine, il caldo che rende molto più faticoso ogni gesto e che rende necessari più infermieri per ogni paziente. Una realtà che adesso è emersa sotto gli occhi di tutti. Il materiale per proteggersi dal contagio c’è, ma quello che veniva utilizzato in un mese ora basta per un solo giorno. E poi ci sono le preoccupazioni di tutti quelli che sono in prima linea, le mille domande, ognuno di loro ha cambiato radicalmente i propri comportamenti: «Io non bacio e non abbraccio più nessuno da settimane, sto lontana dai miei figli, molti di noi non tornano a casa da parecchi giorni. Non possiamo permetterci mai di abbassare la guardia».


«Bisogna capire il più in fretta possibile cosa è successo: analizzare i danni del virus per poterlo combattere con armi nuove».
Manuela Nebuloni, 51 anni, anatomopatologa

Manuela Nebuloni, ritratto di Marta Signori

Manuela Nebuloni dirige il reparto di Anatomia patologica, lavora al piano terra del padiglione 19, due piani sotto il laboratorio di ricerca di Alessia Lai. Ma se Alessia, con la sua ricerca, è una vedetta che deve dare un volto al nemico, Manuela sta dalla parte opposta: «Io sono in fondo alla filiera, mi occupo di riscontri diagnostici e autopsie, devo aiutare a capire il meccanismo».

Non si può sprecare nemmeno un’ora, la diffusione è così veloce che dormire è diventato un lusso: «Ogni sera torno a casa e studio tutto quello che sta uscendo, tutti i nuovi articoli scientifici che vengono prodotti su questo virus; anche se sono stanchissima, resto in piedi per aggiornarmi. Ogni giorno può fare la differenza, è una corsa contro il tempo». Anche la sua vita è cambiata radicalmente: «Ho ridotto ogni rapporto, non esco, lo faccio solo in casi di estrema necessità; ma avrebbero dovuto farlo tutti da subito, stare isolati il più possibile».

Il suo ruolo è, come sempre, quello di capire cosa succede durante e dopo la malattia, ciò che ha portato al decesso, che lesioni ci sono state. Capire per poter aiutare i clinici per la parte terapeutica. «Ciò che è importante qui è la mentalità infettivologica: abbiamo uno sguardo che negli anni si è specializzato, perché il patologo riconosce quello che ha già visto – magari molto tempo prima, ma l’immagine è rimasta in un angolo del suo cervello – e allora arriva a comprendere delle cose più in fretta».

E che cosa stanno vedendo? «Un patogeno respiratorio, una polmonite interstiziale. Non sono cose totalmente nuove, perché i virus hanno comportamenti simili, ma quello che vediamo nei casi più gravi che portano al decesso sono lesioni polmonari molto importanti, molto pesanti; c’è un’aggressività che fa impressione».

Nebuloni e il suo team di sette medici non fanno solo diagnosi, ma danno elementi a tutta la catena di cura per decidere come calibrare la terapia; in queste ore si stanno concentrando sui danni renali: «Questa è una malattia polmonare, ma io rilevo anche danni ai reni ed è fondamentale segnalarlo ai rianimatori che sono in Terapia intensiva». L’esempio pratico di questa collaborazione è la chat nata su WhatsApp tra Nebuloni, il gruppo di rianimatori guidati da Antonio Castelli e i nefrologi: si scambiano continuamente idee, suggerimenti, evidenze per mettere a punto cure efficaci. In Terapia intensiva le chat sono addirittura quattro: una per i turni di lavoro, una per le riunioni, una solo dei rianimatori con segnalazioni utili a tutti e poi questa con i nefrologi.

Quello che a Manuela manca di più, però, non è il tempo della normalità, ma il rapporto con gli studenti, l’insegnamento, la formazione dei medici di domani. «Gli specializzandi sono tutti in servizio, indispensabili, gli altri devono stare a casa, hanno dovuto lasciare il reparto e mordono il freno. In questi giorni telefonano, scrivono, fanno domande. Stavano imparando a fare i medici, ma in un momento così cruciale devono fare un passo indietro; una cosa obbligata, ma capisco quanto possa essere frustrante».

Le sta talmente a cuore la cosa che una notte, dopo aver finito di studiare, mi ha mandato un messaggio che spiega tutto: «Ciò che è davvero surreale è vedere gli edifici completamente vuoti, non solo le aule, ma i corridoi, le sale studio, il bar, le sale ritrovo. Il polo Vialba è una specie di campus in cui c’è sempre vita, gli studenti sono lì dalla mattina alla sera, ma adesso è completamente vuoto, silenzioso, triste. Non manca solo la parte formativa, di per sé fondamentale, manca anche la vita stessa dell’università. Questa forse è la cosa più triste. Ieri uno studente in tesi del sesto anno ha messo sullo stato di WhatsApp una foto del polo con una frase molto poetica, che racchiude il senso di quel posto: “Non è solo un luogo dove si va a fare lezione, ma un luogo dove si vive. Appena finisce tutto e rientriamo, facciamo una bellissima festa!”».