IL PODCAST

Da Sarajevo a Mariupol, la lezione da imparare

8 aprile 2022 | diMario Calabresi

Cos’era Sarajevo? «Una realtà multietnica leggendaria, dove il rabbino andava a cena dall’Imam e dove i preti ortodossi andavano a caccia sulle montagne insieme a quelli cattolici, dove nelle case dei cristiani c’era sempre una pentola che non aveva mai contenuto carne di maiale, per poter ospitare musulmani ed ebrei. Una città dove avevo visto una coabitazione reale e il nascere di una nuova generazione non nazionalista». Il miracolo di Sarajevo finì nei primi giorni di aprile di trent’anni fa, quando cominciò un assedio che sarebbe durato quasi quattro anni e avrebbe causato 12mila morti e 50mila feriti. Alla fine, la popolazione di Sarajevo si sarebbe quasi dimezzata. In quei giorni a raccontare la tragedia c’era Paolo Rumiz, allora inviato del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, ed è da lui che sono tornato per cercare risposte sui fantasmi che ancora oggi sconvolgono l’Europa.

Foto dell’Hotel Bristol a Sarajevo del fotografo Primoz Bizjak. Amo questa foto che ho comprato anni fa e che fa da sfondo ad ogni mia diretta Facebook o Instagram. Il fotografo sloveno che l’ha scattata nel 2003 mi ha spiegato che sul tetto di quell’hotel, nell’insegna, c’erano ancora i fori dei proiettili dei cecchini e che quel buio, che si mangiava le luci della città, simboleggiava i demoni delle divisioni e del nazionalismo che continuano a incombere sui Balcani

In queste settimane si sente continuamente ripetere che non vedevamo più guerre in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, ascolto e penso che abbiamo completamente rimosso la guerra nei Balcani: «È così – mi risponde Rumiz, ci siamo dimenticati che il primo grande urbanicidio d’Europa dopo il 1945 fu Vukovar, che significa “città del lupo”, una città croata sul Danubio assediata dai serbi nel 1991, dopo sarebbe stato il turno di Sarajevo. Oggi Mariupol, in Ucraina, è una semplice replica di quanto è accaduto trent’anni fa».

Oggi non ricordiamo anche perché in quei giorni pochi capirono davvero il significato di quello che stava succedendo: «Io già allora – mi racconta Paolo – ero in uno stato di disperazione perché non riuscivo a far capire ai miei lettori che quello che accadeva in Bosnia non era una malattia della ex Jugoslavia da cui noi dovevamo proteggerci, ma era il primo sintomo di qualcosa che stava contaminando l’Europa e che nasceva proprio dal crollo del vecchio sistema comunista. Lì è scattata una spiegazione fallace, abbiamo descritto quella guerra come uno scontro tribale tipico dell’anima dei popoli balcanici, una cosa che non ci apparteneva, che non avrebbe potuto contaminarci. Invece era il segno di qualcosa che cominciava a corrodere l’Europa dall’interno.
Poi abbiamo visto i populismi, il ritorno dei nazionalismi, il moltiplicarsi delle linee di filo spinato all’interno del nostro continente a un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale. Da allora abbiamo visto riaccendersi le linee di frattura sui confini tra Occidente e Oriente».

Paolo Rumiz ha un suo personale sismografo, è come un rabdomante che capta le tensioni, i cambiamenti, che sa riconoscere prima degli altri i punti di frattura nello spazio europeo. Nato a Trieste sulla linea di faglia, oggi vive in Slovenia, a pochi chilometri dal confine italiano. Ho pensato che fosse la persona giusta per interpretare questi trent’anni e la nostra chiacchierata è diventata anche un podcast che potete ascoltare qui.

L’ultimo episodio della mia serie podcast “Altre/Storie” per Choramedia

«Dalle finestre della mia casetta di campagna, subito oltre il confine sloveno, vedo un sacco di cose che non sono così chiare a chi vive in città. Da un lato, ai margini del bosco, a duecento metri da casa passano i profughi afghani e siriani, dall’altra parte, a un paio di chilometri passano i profughi ucraini. In mezzo, nel villaggio, la gente ha già capito perfettamente che a causa delle restrizioni del gas dovute alla guerra bisogna fare più legna del solito. Tutto il paese sta lavorando per fare delle legnaie formidabili. Sono uomini che non hanno studiato ma che hanno già capito come andranno le cose. In un luogo così piccolo e defilato ho la sensazione di essere seduto su una linea sismica ma anche un sismografo che mi consente di rilevare tensioni che si manifestano anche a grande distanza».

Dal suo punto di osservazione periferico per l’Italia ma centralissimo per l’Europa, Paolo ha sempre potuto avvertire in largo anticipo quello che stava accadendo e in particolare i primi scricchiolii del Patto di Varsavia. «Avevo cominciavo ad avvertire quei segnali con grande anticipo rispetto ai colleghi giornalisti di Milano e Roma, perché c’era un tam-tam che passava attraverso i camionisti, i piccoli commercianti dei traffici di frontiera, che avevano fatto sì che fossi informato con grande anticipo della frana del comunismo. Ricordo che andai in Donbass quando si era appena insediato Gorbaciov e già si avvertivano i rumori».

Rumiz trent’anni fa scrisse un libro bellissimo, che me lo fece conoscere, si intitolava “La linea dei mirtilli” e il primo dei reportage che lo componevano era ambientato in un bosco dove una famiglia cecoslovacca andava a prendere funghi e mirtilli che sarebbe poi stato diviso dalla linea di frontiera tra Slovacchia e Repubblica Ceca: «Mi era sembrato bello raccontare l’inizio di questa frammentazione dell’Europa in un luogo dove la divisione era avvenuta in modo pacifico e senza spargimento di sangue. Però il grosso dell’attenzione era poi concentrato sulla vecchia Jugoslavia, perché era lì che questa autodistruzione si manifestò nel modo più atroce e si impossessò nel giro di pochissimo tempo dell’area che era appartenuta all’impero sovietico».

La nuova edizione de “La linea dei mirtilli” di Paolo Rumiz, libro di reportage appena ripubblicato
L’ultimo libro di Paolo Rumiz “Canto per Europa”

Paolo però fino all’ultimo aveva pensato che la guerra a Sarajevo non sarebbe mai cominciata: «Poco prima dell’inizio dell’assedio vidi 300mila persone che manifestavano per la pace, c’era già stata la guerra in Croazia e tutti temevano che si replicasse anche lì in Bosnia. Vidi una mobilitazione civile impensabile e mi illusi che la guerra non sarebbe scoppiata. Invece bastò che pochi uomini appostati sui tetti della città creassero il panico e dividessero le masse sulla base dell’appartenenza etnica per far deflagrare tutto. Successe con la complicità dell’Europa e dell’Occidente tutto. L’errore – sottolinea – è stato di vedere quella mescolanza tra popoli come una complicazione e un ostacolo per la sicurezza e per il futuro. Per questo fin dall’inizio ci siamo illusi che la pace potesse passare per una ridefinizione di una mappa etnica che consentisse agli uni di vivere da una parte e agli altri dall’altra, ma così facendo abbiamo fornito ai belligeranti la legittimazione per la pulizia etnica. Poi ricordo cose paradossali che mi fecero piangere di rabbia: l’Occidente non nominava mai la parola assedio perché avrebbe implicato che ci fosse un assediante e un assediato e quindi un aggressore e un aggredito, ma questo non si doveva dire perché avevamo sposato in pieno la teoria dell’autodissoluzione tribale di un paese e forse anche per questo non abbiamo inteso che quella fosse una guerra nel cuore dell’Europa ma solo un autocombustione locale, che non poteva contagiarci. Oggi in Ucraina, con mille differenze, assistiamo alla stessa cosa».

Ritratto di Paolo Rumiz sul palco

Paolo Rumiz ha viaggiato a lungo sui confini d’Europa, li ama profondamente e quando gli chiedo di arrivare all’oggi, di spiegarmi cosa sta accadendo, comincia così: «Sono terre dove gli Dèi si incontrano, come mi ha detto un giorno Enzo Bianchi, parlo di quello spazio che comprende Ucraina, Bielorussia, le repubbliche baltiche. Sono due mondi – Oriente e Occidente, non Europa e Asia – è lo spazio dove due visioni del mondo si toccano e possono generare grandi contaminazioni positive o anche scontri micidiali. Sono terre che, a mio vedere, sarebbero dovute restare un grande cuscinetto, invece sono diventate punto di contatto».

Ma se gli chiedo quali sono le vere motivazioni di questa guerra, ha le idee chiare: «È accaduto anche in Ucraina come nella ex Jugoslavia: questa guerra nasce per incapacità di gestione, per corruzione, per malaffare. Putin non riesce a rilanciare un Paese che resta poverissimo, che soffre di una corruzione endemica e ha dovuto inventarsi una “guerra patriottica” per riaccendere il consenso e cristallizzare la situazione intorno a sé. In guerra non si discute mai chi sta al comando, tutto si congela e l’opposizione deve tacere perché c’è la patria in pericolo. Si trattava di restaurare l’onore, di ristabilire la grandezza della Russia dopo lo sfacelo del crollo del comunismo. Però se da un lato abbiamo Putin, che ha convinto le nuove generazioni di non essere europee, dall’altro abbiamo un Occidente che facendosi troppo sotto, proprio al confine con l’orso sovietico, ha fatto saltare tutti quei territori di passaggio dove l’Europa trascolora, senza bisogno di un confine netto».

Paolo Rumiz con i musicisti durante lo spettacolo “Canto per Europa”. Protagonista della storia è una giovanissima profuga siriana che riesce a fuggire dalla guerra, il suo nome è Europa

Alla fine, chiedo a Paolo dove abbia trovato più spirito europeo nei suoi viaggi: «La mia sensazione è che l’anima profonda dell’Europa abiti sul confine e spesso oltre i confini. Oggi l’Europa è più un sogno di chi non la possiede, di chi non ce l’ha, non di chi l’abita, sazio, da secoli. C’è questo grande amore per l’Occidente che senti da quelle parti, ma purtroppo oggi assisto a un progressivo allontanamento di questi due mondi».

Poi mi racconta come la racconta e la descrive ai suoi piccoli nipoti: «Europa è una terra benedetta da Dio, il verde è visibile dall’aereo da qualunque parte si arrivi, prima ci sono lande sterminate e non misurabili, in cui trionfa il colore giallo o bruno. Europa invece è una terra fertile, che ha il mare dappertutto, una terra piena di acqua, di fiumi, di monti e di città, un luogo misurabile dove da un campanile vedi un altro campanile e da una montagna ne vedi un’altra. Noi abbiamo completamente perso il senso dolce dell’appartenenza a questa patria comune dove il muezzin e il campanile possono vedersi da vicino, dove le diverse religioni si incontrano, dove puoi rincasare la sera senza essere portato via dalla polizia per qualcosa che hai detto. Queste cose i miei nipotini le capiscono ed è una cosa che avverte chiunque si allontani dall’Europa. È la lontananza che genera il desiderio di Europa. Dobbiamo ritrovare il nostro nome, il senso e la posizione nel mondo».