LA PUBBLICAZIONE

Mio fratello che amava il cielo

10 luglio 2020 | diMario Calabresi

Ogni libro nasce da un gesto d’amore, per un’idea, per una persona, per una storia. Ogni libro contiene un’urgenza e svela un bisogno. Questa storia nasce dal dialogo con un fratello maggiore che pur non essendoci più da oltre 25 anni continua a indicare la strada, anzi la rotta.

Alberto Nassetti (1966-1994) è stato pilota Alitalia ed è morto in un incidente aereo a Tolosa, in Francia

Alberto Nassetti era un ragazzo guidato da una straordinaria passione, nato nel 1966 si era innamorato del volo e dell’idea di diventare un pilota. A 14 anni convinse i genitori, con una lettera, a permettergli di fare un lungo viaggio ogni giorno – corriera, treno e poi autobus, due ore all’andata e due al ritorno – per poter frequentare l’Istituto tecnico aeronautico “Francesco Baracca” di Forlì. A 23 anni era già stato assunto all’Alitalia, coronando il suo sogno di essere un pilota civile. Due anni dopo scoprì di avere un tumore al cervello ma neanche quello lo distolse dal suo obiettivo. «Aveva una fame di volo così forte da spazzare via tutto, in primis la paura», mi racconta Filippo Nassetti che alla storia di quel fratello più grande di lui di sette anni ha dedicato un libro che esce oggi: “Molte aquile ho visto in volo. Vite straordinarie di piloti”.

«Decise di farsi operare subito, anche se questo comportava il rischio di non parlare più o di finire su una sedia a rotelle, ma lui voleva la possibilità di continuare a volare. L’operazione riuscì e dopo dieci mesi era già seduto al simulatore. Per festeggiare si regalò un viaggio in Nuova Zelanda e celebrò il suo amore per l’aria con un lunghissimo salto nel vuoto, il bungee jumping, su un lago al centro dell’isola Nord. Ricordo però lo sgomento al ritorno quando sembrava che non venisse accolta la sua richiesta di tornare a pilotare. Non era mai accaduto, non c’erano precedenti, e così incontrò legittime resistenze. Ma lui non si arrese, rinunciò ad alcuni farmaci che gli avrebbero impedito di pilotare e alla fine l’Aeronautica gli confermò l’idoneità al volo ma stabilendo che avrebbe dovuto ripetere la visita per rinnovare la licenza ogni sei mesi. È stato il primo pilota al mondo a rientrare in servizio dopo aver subito un’operazione al cervello».

Poi arrivò un viaggio premio, a cui teneva tantissimo: la possibilità di andare in Francia per partecipare ad un volo di collaudo del nuovo Airbus A330. Era il 30 giugno 1994. «Lui stava per compiere 28 anni, io ne avevo 21, abitavamo sul litorale romano, stavo studiando Lettere e avevo iniziato a collaborare con un po’ di giornali. L’articolo di cui ero più orgoglioso era la storia della bocciofila di un circolo anziani che scrissi sul giornale di Ostia e che venne pubblicato con una foto scattata proprio da mio fratello. In ogni cosa lui era il mio punto di riferimento, il mio faro, l’esempio da seguire. Ricordo che in casa c’eravamo solo io e mio padre quando squillò il telefono, risposi io: era un collega di Alberto che disse che voleva venire a parlarci, di aspettarlo. Ero smarrito, non capivo il senso di quella strana telefonata. Mio padre invece capì subito, accese la televisione e andò alla pagina 101 di Televideo. Così scoprimmo l’incidente aereo di Tolosa. Quel momento segna uno spartiacque nella mia vita».

Erano in sette sull’aereo: due piloti, tra cui il capo collaudatore inglese, un tecnico di volo, due piloti italiani (Alberto e il suo collega e amico Pier Paolo Racchetti) e due funzionari di Airbus. L’aereo si schiantò subito dopo il decollo. Non sopravvisse nessuno. Il libro non racconta l’incidente, ma tutto quello che c’è stato prima e racconta l’amore per il cielo, attraverso storie di piloti, tra cui quella del giovane figlio di Racchetti: «Volevo raccontare la sua vita non la sua morte. Volevo parlare della determinazione, degli occhi fissi sull’obiettivo. Anche quel volo tragico era un punto d’arrivo, era un premio, aveva voluto andare lui».

Un’altra immagine di Alberto Nassetti

Chiedo a Filippo, che lavora all’Alitalia ma nella parte comunicazione, cosa gli abbia lasciato Alberto: «Molti libri, con cui mi trasmetteva la sua passione, quelli di Richard Bach, l’autore de “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Ma soprattutto mi ha lasciato questo esempio di determinazione, l’idea che la cosa più importante nella vita sia avere una strada da seguire. Anche se io oggi ho vent’anni anni di più di quanti ne ha avuti lui nel suo ultimo giorno, continuo a immaginarlo come il mio fratello maggiore, quello grande e saggio. Quello che venne a parlare con il maestro di tennis, con cui avevo litigato a 12 anni. Arrivai con lui accanto ed ero spavaldo, convinto che mi avrebbe vendicato, invece ascoltò, poi diede ragione a lui e sulla strada di casa mi fece una sfuriata terribile sul senso del rispetto. È sempre con me, durante questi mesi di quarantena tutti guardavano alle strade vuote, io invece pensando a lui alzavo gli occhi e osservavo il cielo vuoto e senza aerei, una cosa che Alberto non avrebbe mai potuto immaginare».