L'INTERVISTA

Come nasce un mestiere

31 luglio 2020 | diMario Calabresi

«Era il 1990, era in corso la guerra del Golfo, io stavo scrivendo la mia tesi di laurea e ho cominciato a lavorare su fogli di notizie manoscritti. In quei giorni mi si è aperto un mondo: quegli “avvisi” erano i primi notiziari, gli albori del giornalismo sulla guerra, in questo caso parlavano della repressione del banditismo nella campagna romana del Cinquecento. Quei manoscritti mi avrebbero poi accompagnato per tutta la mia carriera di storico e sono un giacimento preziosissimo per ragionare sulla costruzione e la diffusione delle notizie». Giampiero Brunelli, professore di Storia moderna alla Sapienza di Roma, ha individuato nella guerra dei Trent’anni – la lunga serie di conflitti che devastò la Germania e l’Europa centrale tra il 1618 e il 1648 – un momento definitivo per la nascita del giornalismo di guerra.

Avviso di Colonia del 19 dicembre 1627: un esempio di foglio manoscritto di notizie sulla guerra dei Trent’anni, prodotto a Venezia su informazioni provenienti dalla Germania. Il documento è conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana

Ogni giorno, oggi, discutiamo di censura, libertà di stampa, dei meccanismi usati dal potere per controllare le informazioni e di velocità di diffusione delle notizie. Sono problemi che hanno le loro radici nel periodo in cui nasceva il mondo moderno e che 400 anni fa trovano un loro punto di volta. L’antenato di Peter Arnett, dei suoi racconti in diretta, era una figura che si chiamava menante e la sua libertà nasceva dal fatto che scriveva a mano evitando la censura sulla stampa: «I manoscritti sono la prima vera forma di giornalismo perché sfuggono al controllo del potere e diffondono le notizie sulle guerre in un tempo in cui si pensava che le informazioni fossero solo per i potenti».

Nel Cinquecento si formano i primi profili professionali legati alla trasmissione delle notizie, un’esigenza legata alla nascita dell’opinione pubblica, che nelle più avanzate città italiane può essere riconosciuta già alla fine del Trecento. Brunelli ha cercato di ricostruire il lavoro dei primi cacciatori di notizie e la loro ricerca delle fonti più autorevoli: dispacci diplomatici, lettere di nobili che si scrivono tra loro, lettere di comandanti in battaglia. La lettera è la prima fonte utilizzata e si crea la figura del menante (colui che porta), insomma il reporter del tempo, che diventerà poi il gazzettiere. Il menante mette insieme le notizie e compila un foglio manoscritto di 10-14 facciate, nel formato di un quaderno.

«Il legame con la fonte – sottolinea Brunelli – è così forte che i manoscritti cominciano sempre con un “che” dichiarativo: “Che i francesi vogliono attaccare la Slesia” oppure “Per lettere venute di Germania si dice che…”. “Tra i mercanti di Amburgo si dice che…”. Un classico era raccontare cosa si diceva a Venezia tra i “banchi”, ovvero nell’ambiente finanziario che prestava i soldi e conosceva lo stato di salute delle monarchie di tutta Europa. Questo ci spiega che la notizia nasce con la necessità di dare al lettore un fondamento della veridicità di ciò che si racconta». Questi proto-giornalisti per convincere gli altri che la notizia che stanno dando è verosimile citano la fonte, se possibile per nome, altrimenti per ambiente: «Il massimo è poter dire: “Per lettera dell’ambasciatore imperiale a Roma”».

Dal lavoro di ricerca di Brunelli – che ho scoperto grazie all’articolo pubblicato nel 2018 su “Rivista storica italiana”, con il titolo “Andiamo un poco fra le corazze e li strepiti di morte. Gli avvisi della Biblioteca Vaticana e la guerra dei Trent’anni” – emerge che la città dominante nel campo dell’informazione nella prima età moderna è Venezia: «Perché era un luogo cruciale di scambio, contemporaneamente città del Nord e del Mediterraneo, e aveva un sistema di comunicazione molto collaudato, un messaggero a cavallo era in grado di arrivare a Vienna nel tempo record di una settimana e nel cuore della Germania in 15 giorni, a patto che il tempo fosse bello e non ci fosse neve sui passi, altrimenti in inverno ci si potevano mettere anche 50 giorni». Quella di un cavaliere era quindi la velocità delle notizie, ma non era sempre uguale, non solo per via del clima, perché ce n’erano di così importanti da spingere il sistema alla massima potenza: «La breaking news del tempo era l’elezione di un Papa, capace di arrivare a Parigi in nove giorni. Si usavano i migliori cavalli e cavalieri, li si cambiava in continuazione e si facevano miracoli in nome della notizia».

Grafica di Manuel Bortoletti per Altre/Storie

«Nella nascita del giornalismo di guerra – sottolinea Brunelli – il fatto che Venezia fosse una repubblica non è secondario. In tutta Europa il controllo sulla stampa era fortissimo, ogni cosa che veniva stampata veniva controllata dal potere politico e non era pensabile dare notizie sulle battaglie e le guerre in corso, tranne che fossero notizie eclatanti che il potere aveva interesse a diffondere. Penso per esempio alla battaglia della Montagna Bianca, grande vittoria imperiale contro la rivolta boema del 1620, che mette fine alla prima fase della guerra dei Trent’anni. In quel caso ci sono avvisi a stampa, ma di parte, che glorificano una fazione in lotta, che il potere controlla e fa uscire perché compiacenti».

Così la vera circolazione delle notizie è manoscritta: il menante scrive e poi ha una bottega di copisti per produrre più copie. Non sappiamo quante fossero in grado di produrne ma sappiamo che il menante faceva diverse versioni: una per i lettori normali che le acquistavano a un prezzo abbastanza accessibile (a Venezia al mercato di Rialto), una per quelle famiglie che volevano sapere qualcosa di più approfondito e poi c’erano dei fogli, chiamati avvisi secreti, spesso anche cifrati, per un pubblico molto ristretto dove si davano le notizie più importanti e delicate. Oggi siamo in grado di sapere tutto ciò perché molte famiglie nobili italiane avevano una collezione di manoscritti che sono arrivati fino a noi. Brunelli li studia da anni e una delle cose che più lo ha colpito è la quantità di dettagli che questi fogli contenevano.

«Per conquistare la fiducia dei lettori era fondamentale la cura dei dettagli. I primi giornalisti pensavano che il pubblico fosse interessato anche agli aspetti più minuti e personali, pensavano in termini intimi. Era come se il menante dicesse ai suoi lettori: dovete credermi perché ho tutti i particolari. Per esempio si racconta come un gruppo di cento cavalieri croati tentò di guadare un fiume e cinque annegarono. Oppure ho trovato i dettagli su una rivolta del 1630 di contadini stanchi di dare vitto e alloggio ai soldati. Allora non esistevano caserme e alloggi, così i militari dovevano sempre trovare un posto dove mangiare e dormire. I contadini sfiniti dalla lunga guerra organizzano una ribellione e uccidono alcuni soldati con l’esecuzione esemplare di due colonnelli tedeschi, che vengono fatti a pezzi e portati in giro sulle picche. Il menante si dilunga nei particolari, racconta perfino del taglio dei nasi.

Nei manoscritti si racconta anche come va a finire la storia: l’esercito imperiale, che non può tollerare questa insubordinazione che mette a rischio la tenuta del suo potere, organizza una spedizione punitiva e manda 1.800 soldati nel villaggio. Uccidono più di mille contadini e ne lasciano appesi agli alberi 43. I dettagli della rivolta arrivavano da lettere spedite a casa da Magonza e Ratisbona da soldati italiani, gente che sapeva scrivere quindi che aveva studiato e aveva la qualifica da capitano in su. In quel tempo era pieno di italiani che combattevano, professionisti che lavoravano per l’Impero. Lo stipendio medio del soldato era quello di un operaio specializzato dei cantieri, in più si aveva la possibilità di saccheggio. In molti manoscritti troviamo i racconti di quanto si arricchivano grazie alle razzie».

I frontespizi di tre avvisi a stampa conservati nella Biblioteca Casanatense di Roma

Una cosa che ci fa riflettere è come questi primi giornalisti fossero molto coscienziosi, controllavano le notizie e se non erano confermate lo dicevano con chiarezza nei loro fogli, spiegando il livello di credibilità delle cose. Non c’era sensazionalismo ma scrupolo di credibilità. «Questo è straordinariamente moderno e viene da pensare che sarebbe bello se si facesse sempre così anche oggi. Io ci tengo molto a mostrare come tutti i fenomeni che consideriamo moderni nascano nel Cinquecento e nel Seicento. Non finiscono mai di stupirci, perché li riteniamo periodi chiusi e lontani, invece lì cominciano a maturare fenomeni che durano ancora. È evidente per l’informazione ma anche per mille altre cose. Pensiamo al potere commissariale: è invenzione dell’età moderna. Oggi va tanto di moda nominare un commissario per dare risposta a ogni problema o emergenza, ma questo nasce per la stessa esigenza alla fine del Quattrocento, solo che allora a nominarli erano i re».

I più grandi giacimenti di fogli manoscritti di notizie provengono da Venezia e Roma e la collezione più importante si trova alla Biblioteca Vaticana, è quella dei duchi di Urbino, Guidobaldo II e Francesco Maria II, grandi collezionisti di avvisi tra il 1555 e il 1625: «Avevano capito, ben prima degli altri, che le notizie avrebbero fatto la storia e ordinarono, conservarono e rilegarono tutti i fogli manoscritti del tempo. Una meraviglia che ci racconta come nasce un mestiere».