IL RACCONTO

Chi ha acceso il cerino della scuola francese

20 novembre 2020 | diCesare Martinetti*

Una lettera anonima e minacciosa al direttore della scuola: «T mort» (Sei morto!). Una risposta balorda pronunciata col sorriso di sfida che hanno spesso i ragazzi («Oui, oui» – Sì, sì) alla domanda nient’affatto scherzosa dell’insegnante: «Se vi faccio vedere le caricature di “Charlie Hebdo”, tagliate la gola anche a me?». Nella piccola scuola “Louis Pasteur” (otto classi, 123 bambini), quartiere Contamines, alla periferia di Albertville, in Savoia, il direttore ha preso tutto molto sul serio e denunciato alla Procura.

L’omaggio degli alunni del collège “Bois d’Aulne” di Conflans-Sainte-Honorine (regione di Parigi) a Samuel Paty, il professore decapitato il 16 ottobre scorso da un giovane estremista islamico

E così all’alba del giorno dopo i poliziotti antiterrorismo (due in uniforme, cinque in borghese e mascherati) si sono presentati, armi in vista, a casa di quattro ragazzini (tre maschi e una femmina) di dieci anni e li hanno portati in commissariato. Ci sono rimasti tutto il giorno in stato di retenue legale, una specie di fermo di polizia che si applica ai minori, per apologia di terrorismo. I bambini, come si legge in un dettagliato reportage del quotidiano online “Mediapart”, hanno poi raccontato di essere stati trattati con gentilezza dai poliziotti che nell’attesa di interrogarli a uno a uno gli hanno dato il pranzo, carta e matite per disegnare. Alla fine, nessuna prova di connessione tra loro e la lettera anonima. Tuttavia i quattro hanno confermato di aver risposto sì alla domanda dell’insegnante, con la precisazione che a lui non avrebbero mai tagliato la gola perché «gli vogliono bene». Uno scherzo? Non tanto, perché la denuncia di apologia resta e non si sa fin dove arriverà.

Parlando di scuola, in Francia, dal 16 ottobre scorso, giorno in cui è stato decapitato l’insegnante Samuel Paty, si ha l’impressione di leggere bollettini di guerra. Dietro ogni parola si nasconde l’equivoco e si rivela il sospetto. Ieri “Le Monde” ha pubblicato uno scambio di mail tra Paty e due suoi colleghi che lo accusavano di aver messo tutti in pericolo mostrando in classe due vignette di “Charlie Hebdo” col profeta Maometto. Il padre di un’allieva, musulmano radicale, ne aveva fatto uno scandalo denunciato in un video divenuto virale su YouTube. Paty stesso si era scusato per l’equivoco, ma come raccontano queste mail il clima intorno a lui si era fatto pesante. Pochi giorni dopo un giovane islamista di origini cecene ha acquistato un coltello lungo 35 centimetri e lo ha aspettato fuori dal collège (la nostra scuola media) “Bois d’Aulne” di Conflans-Sainte-Honorine, nella regione di Parigi.

Il professor Samuel Paty ritratto sui manifesti stampati in Francia per onorare la sua memoria

Era l’ultimo giorno di scuola prima delle due settimane di vacanze d’autunno. Il rientro del 2 novembre è diventato così un avvenimento ad alta tensione. In quei giorni si sono svolte varie manifestazioni di insegnanti, molti di loro hanno confessato di lavorare da tempo in ambienti difficili, spesso contestati dai ragazzini e dai genitori di origini musulmane anche sui contenuti dell’insegnamento e parecchi hanno ammesso di “autocensurarsi” per evitare guai. In questo quadro il prof. Paty appare come un martire della scuola laica che, per insegnare ai suoi allievi quindicenni il significato della libertà di espressione, aveva mostrato anche due vignette di “Charlie Hebdo”, una sola delle quali col profeta. Ed aveva avuto la cautela di chiedere ai ragazzi che pensavano di poterne rimanere offesi di chiudere gli occhi, ma di tenere le orecchie bene aperte per comprendere il significato di tutto questo. Ma anche questo dettaglio è stato interpretato contro di lui, come se avesse voluto discriminare i musulmani.

La scelta di Paty si è rivelata alla fine una generosa e fatale ingenuità, un cerino buttato su un campo imbevuto dalla benzina della propaganda islamista, in una crisi (e mettiamoci anche gli effetti del Covid-19) dove la precarietà cresce proprio in quegli ambienti periferici più ricettivi. Per questo il rientro del 2 novembre nelle scuole era vissuto con un’ansia del tutto particolare. Samuel Paty andava celebrato, ma come? Un minuto di silenzio. E poi? Già cinque anni fa l’omaggio ai vignettisti di “Charlie Hebdo” aveva provocato disagi e contestazioni. Jean-Michel Blanquer, ministro dell’Èducation nationale aveva raccomandato fermezza nei principi della scuola laica, il presidente Macron ai funerali del professore aveva sfoggiato l’argenteria retorica della République riaffermando la libertà di espressione senza limiti, anche per le “caricature”.

Una manifestazione di protesta degli insegnanti a Parigi, dopo l’uccisione di Samuel Paty

Ma ancora una volta gli insegnanti si sono trovati soli nelle loro trincee quotidiane. Il caso dei quattro di Albertville è stato l’incidente più eclatante, ma “Mediapart” ha recensito 237 inchieste per apologia di terrorismo, 15 verso bambini come quelli della scuola “Louis Pasteur”. Il passa-parola riporta però decine di episodi che non si sono trasformati in inchieste e tuttavia significativi come quello che mi ha raccontato un insegnante di una scuola di Le Mans, dove durante il minuto di silenzio per Paty, una bambina ha acceso il cellulare con la registrazione di una preghiera da una moschea e lei stessa si è inginocchiata in classe a pregare.

Abbiamo ricostruito quella giornata in una scuola di banlieue, il collège “Lenain de Tillemont”, a Montreuil, nel dipartimento parigino di Saint-Denis. È una scuola classificata dal ministero Rep+, che significa “Réseau enseignement prioritaire renforcé”, una delle 200 scuole più difficili di Francia per la situazione economica e sociale particolarmente degradata. Secondo i dati del ministero in questi istituti il 13 per cento dei ragazzi arriva in classe senza aver fatto colazione; e la scuola provvede. Ne abbiamo parlato con il professor Benjamin Marol, che come Paty insegna storia e geografia, ha più o meno la stessa età e come lui ha nel programma educazione civica e laicità.

Benjamin Marol, insegnante del collège “Lenain de Tillemont” a Montreuil

Professor Marol, come è stato vissuto il rientro nella sua scuola e da voi insegnanti?

«L’assassinio di Samuel Paty era avvenuto due settimane prima, avevamo avuto il tempo di riflettere. Tutte le organizzazioni degli insegnanti avevano incontrato il ministro per decidere come parlare al meglio ai ragazzi. E si era deciso che prima di tornare in classe, in tutte le scuole, avremmo avuto due ore, tra le 8 e le 10, per ragionare insieme. Il ministro ci aveva accordato questo tempo, ma poche ore prima ci è stata negata questa possibilità».

E perché il ministro ha cambiato idea?

«Per ragioni di sicurezza, si era in uno stato di massima allerta sul terrorismo e anche per una misura legata al Covid-19, non si voleva che i ragazzi si ammassassero fino alle 10, al momento di entrare in classe. È stata una decisione grave, ne sono rimasto scioccato perché ho vent’anni di esperienza in queste situazioni, a cominciare dal’11 settembre e so quanto sarebbe stato indispensabile confrontarsi tra insegnanti prima di parlarne con i ragazzi».

Com’era lo stato d’animo tra voi?

«I colleghi giovani erano nel panico totale, non sapevano che cosa dire. Io li ho consigliati di non parlare, se non se la sentivano, gli avrei parlato io nella mia ora di storia e geografia perché è quello il momento in cui si deve riflettere su cosa succede nel mondo. Sono le mie competenze, è il cuore del mio mestiere, mi sento in grado di rispondere alle domande dei miei allievi. Non tutti hanno la formazione giusta per poter spiegare che cos’è la laicità, una nozione complessa».

E lei cosa ha detto ai suoi ragazzi?

«Per prima cosa ho raccontato esattamente che cosa era successo e ho verificato che avessero capito bene. Molti di loro – sono ragazzi di 15 anni – la quasi totalità non conosceva la successione dei fatti. E c’era qualcuno che non sapeva neanche dell’assassinio. Molti sapevano grosso modo. Il mio compito era di mettere le cose in prospettiva e permettere loro di poter giudicare non sull’impulso di un video visto velocemente su Facebook o Twitter, non per sentito dire. Dopodiché ho proposto di fare il minuto di silenzio e hanno risposto tutti “oui”. Non si può non tenere conto della loro sensibilità. Se gli avessi chiesto di farlo prima, mi avrebbero risposto di no, dicendo che sono problemi di adulti e che a loro non interessano. E sarebbe stato comprensibile. Prima la spiegazione, non l’emozione».

Tra i suoi ragazzi vi sono molti musulmani?

«La maggioranza, nella mia classe, 20 su 25».

Come fa a saperlo? Non è vietato chiedere agli studenti la loro fede religiosa?

«Ha ragione, come insegnante ho il dovere di neutralità su religione e opinioni politiche ed è una regola molto stretta. I ragazzi hanno il divieto di indossare segni di espressione di fede. Ma si sa. Quando dicono “noi” o parlano dei “musulmani” si capisce che vogliono comunicare la loro identità. Non posso essere sicuro al cento per cento su tutti, ma la dimensione è quella».

Gli studenti del collège “Lenain de Tillemont”, dove insegna Marol

Ha mai subito contestazioni sui contenuti del suo insegnamento?

«A tutti è capitato di avere dei momenti più caldi e difficili. Ma io non sono d’accordo con i colleghi che affermano di sentirsi insicuri a parlare di certi temi. Io non ho autocensure, e quando trovo qualcuno che mi contraddice provo un vero piacere intellettuale nel fare il mio lavoro: la classe è il luogo dove questo confronto deve avvenire. Sono degli adolescenti, sono esseri in costruzione e bisogna farli crescere nell’uso della ragione, non possiamo limitarci a dispensare loro il catechismo laico della Repubblica. Perché se si fa così, loro possono obbedire ma non riflettere».

Molti dicono che dopo l’attentato a “Charlie Hebdo” del 2015 è diventato molto più difficile insegnare. È vero anche per lei?

«Non particolarmente, un po’ forse. Ma il vero cambiamento che avverto è che oggi viviamo in una società in cui ognuno cerca di imporre il proprio pensiero all’altro. Se si discute, è più per riuscire ad affermare il proprio punto di vista, anche se è palesemente falso, piuttosto che per confrontarsi. Più che sfiducia nell’insegnante, c’è la volontà di sfidarlo nella preminenza intellettuale. La classe diventa un test dove affermare il proprio riconoscimento sociale».

Lei ha mai denunciato dei suoi allievi com’è avvenuto ad Albertville?

«Se c’è un problema in classe c’è un protocollo da seguire, devo fare rapporto al preside e tocca a lui decidere come rispondere. Io ne faccio pochissimi, tre-quattro all’anno e solo se c’è un rischio di violenza, perché i problemi li affronto sempre in classe che per me è un santuario. E quando succede chiedo sistematicamente che ci sia un incontro con la famiglia. Un grande problema di oggi in Francia è che molti insegnanti non sono preparati e non sono motivati, per ragioni di salario o per il prestigio sociale della professione caduto molto in basso. Arrivano dei colleghi che sembrano essere stati reclutati su un giornale di inserzioni, fanno gli insegnanti come se vendessero le baguette in panetteria. Bisogna avere la vocazione, essere in grado di tenere testa ai ragazzi e non farsi mettere sotto. Le denunce e i problemi nascono anche da questa realtà. A me non succede».

Lei ha mostrato le vignette di “Charlie Hebdo” in classe?

«Quando è avvenuto l’attentato, nel 2015, non c’erano vacanze, abbiamo dovuto reagire subito. Io ho mostrato la prima pagina di “Charlie Hebdo” e per molti di loro è stata una sorpresa, han capito che era un giornale, molti pensavano che fosse una persona. E questo già è stato importante per innescare la loro curiosità. Quindi ho fatto una selezione di caricature, evitando quelle più provocatorie (e su “Charlie” sono capaci di provocare al di là del ragionevole) perché penso che non bisogna colpirli inutilmente tanto più quando si sa che l’80 per cento sono musulmani. E bisogna fargli capire che non c’è divieto di blasfemia in Francia. Si mostrano le vignette di “Charlie Hebdo”, come quelle antisemite quando si studia la seconda guerra mondiale. Le caricature fanno parte della storia».

Come si vive in una scuola impiantata in un ambiente così difficile? È vero che i ragazzi arrivano con la pancia vuota?

«È molto faticoso, viviamo in un quartiere con enormi problemi sociali, di famiglia, miseria, i genitori o son disoccupati o fanno lavori in nero. E con la crisi del Covid-19 non si aprono prospettive. Bisogna essere sempre molto attenti, la più piccola scintilla può scatenare l’incidente. Ed è vero, ci sono dei ragazzi che, a un certo punto della mattinata, hanno un calo di zuccheri e tutti noi insegnanti nell’armadio di classe abbiamo merendine e piccoli gateaux per sopperire. Nella scuola c’è anche un infermiere a tempo pieno con le sue riserve. Ma io sono qui da 15 anni e non voglio cambiare, questi adolescenti sono stimolanti e gradevoli».

*Cesare Martinetti (Torino, 1954), giornalista dal 1976: “Gazzetta del Popolo”, Ansa, “la Repubblica”. A “La Stampa” dal 1986. Inviato, corrispondente da Mosca, Bruxelles e Parigi, vicedirettore. Due libri, “Il padrino di Mosca” (1995) e “L’autunno francese” (2007), entrambi editi da Feltrinelli.