IL RACCONTO

C’è un giudice con cui fare i conti

6 novembre 2020 | diAnna Dichiarante

La mattina del 3 novembre Milano è cupa; saranno la foschia, l’eco dell’attentato terroristico di Vienna, le ambulanze a sirene spiegate e quel dannato virus. Mi chiedo su quale fronte sarebbe stato oggi Andrea Rocchelli per fare il suo lavoro di fotoreporter. Quali storie avrebbe illuminato con il suo obiettivo. Ma Andy, com’era soprannominato, è stato ucciso il 24 maggio 2014 in Ucraina. Non aveva ancora compiuto 31 anni. Si era calato nella vita dei civili intrappolati nel conflitto tra separatisti filorussi e forze governative, nel Donbass, e lì è stato colpito da granate di mortaio. Insieme a lui è morto Andrej Mironov, attivista russo per i diritti umani, guida e amico di Andy. Perdere il loro talento ha impoverito noi tutti. E la fatica per ricostruire la verità su quanto accaduto quel giorno non è finita.

Andrea “Andy” Rocchelli, a destra, e Andrej Mironov nell’aprile del 2014 (foto ©Gabriele Micalizzi/Cesura)

I marmi del Palazzo di Giustizia milanese sembrano più austeri, attraversati da poca gente nascosta nelle mascherine. Oggi, in Corte d’Assise d’Appello, si chiude il secondo grado del processo a carico di Vitaly Markiv, il sergente della Guardia nazionale ucraina condannato in primo grado per concorso nell’omicidio di Rocchelli. A sera ormai inoltrata, il collegio presieduto dalla giudice Giovanna Ichino lo assolve, ritenendo non sufficientemente provato il fatto che abbia commesso il reato. Dopo tre anni e quattro mesi di custodia cautelare in carcere, lui torna libero e il mattino successivo è in volo verso Kiev. Per lo Stato ucraino, chiamato in giudizio come responsabile civile, cade l’obbligo di risarcire la famiglia di Andy, i suoi colleghi del collettivo fotografico Cesura e le rappresentanze sindacali dei giornalisti.

Le motivazioni della sentenza arriveranno entro 90 giorni. La Procura generale deciderà, quindi, se fare ricorso in Cassazione. È importante ciò che i giudici d’appello scriveranno in quelle pagine, perché la formula usata per assolvere Markiv indica che non si è riusciti a dimostrare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, ma non che sia emersa graniticamente la sua innocenza. Articolo 530 comma 2 del codice di procedura penale. Anche se il comma, nella concitazione, passa inosservato. Subito dopo la pronuncia, in corridoio partono abbracci e gridolini di gioia, mentre per strada un capannello applaude al passaggio degli avvocati della difesa. Il processo è stato trasformato in uno scontro diplomatico tra Italia e Ucraina: uno scontro unilaterale, visto che nel nostro Paese nessuna autorità esterna a quella giudiziaria ha il potere né si è permessa di interferire.

L’aula della Corte d’Assise d’Appello di Milano, con il mosaico sulla giustizia di Mario Sironi alle spalle del collegio

Quando Kiev e parte della stampa hanno iniziato a protestare, sostenendo che nei confronti di Markiv si stessero calpestando i principi dello stato di diritto, mi è parso necessario capire se fosse davvero così. È bastato sedersi nelle aule in cui il processo si è celebrato, prima a Pavia, la città di Rocchelli, e poi a Milano. Il militare – 31 anni e doppio passaporto – è stato detenuto in condizioni contrarie alla legge? Gli sono state precluse le garanzie di difesa? Il dibattimento è stato irregolare? Chi ha sollevato l’allarme ha agitato il sempiterno fantasma della politicizzazione della giustizia, ma non ha argomentato puntualmente le violazioni commesse o precisato le norme disattese. Non sono mancati, invece, i veleni inoculati via social network da fonti ucraine per gettare discredito sui familiari di Andy e sui legali che li assistono. Sfugge quale sia la loro colpa, in una vicenda in cui il dolore e lo spreco di vite umane parevano già abbastanza.

Pavia, marzo 2020. Elisa Signori e Rino Rocchelli, i genitori di Andy (foto ©Alessandro Sala/Cesura)

La tensione si percepisce costantemente. Il sostituto procuratore generale Nunzia Ciaravolo chiede di confermare la sentenza di primo grado, con i 24 anni di reclusione inflitti a Markiv. Nel luglio del 2019, la Corte d’Assise di Pavia aveva accolto la tesi dell’accusa secondo cui a sparare quei colpi di mortaio sarebbe stato l’esercito ucraino, affiancato dalla Guardia nazionale nelle operazioni contro i filorussi. Arruolatosi volontariamente tra le fila di questo corpo paramilitare, Markiv avrebbe svolto funzioni di osservatore e avrebbe fornito ai suoi superiori le coordinate per aggiustare il tiro e centrare Rocchelli e Mironov. «Per le convenzioni internazionali, puntare deliberatamente le armi contro i civili e i giornalisti è un crimine di guerra», dice Ciaravolo a conclusione della sua requisitoria.

A sostegno di questa versione, vengono riproiettati sia le ultime foto scattate da Andy prima di morire sia il video girato negli stessi momenti da William Roguelon, il fotografo francese che si muoveva insieme a lui e a Mironov. Nonostante le gravi ferite, è sopravvissuto. Ma il suo percorso di riabilitazione e di rielaborazione del trauma è stato lungo e difficile, tanto che il suo Paese gli ha riconosciuto un risarcimento come vittima di atti terroristici. William ha cambiato mestiere e ha impiegato mesi per trovare la forza di venire in Italia e mettere la sua testimonianza a disposizione degli inquirenti. Sul piano storico, è anche grazie a lui se sappiamo cos’è successo quel 24 maggio.

La difesa, dal canto suo, respinge in blocco la ricostruzione e chiede di riaprire l’istruttoria, la fase in cui si vagliano i mezzi di prova raccolti nelle indagini. Sotto attacco c’è un punto su cui la Procura ha insistito, ossia l’intercettazione registrata in carcere in cui Markiv sembrerebbe ammettere una responsabilità. «Nel 2014 abbiamo fottuto un reporter», si legge nel brogliaccio provvisorio. «Nel 2014 è stato fottuto un reporter», recita la trascrizione ufficiale chiesta dalle parti in appello. Il verbo cambierebbe il senso della frase. Eppure, l’interprete che aveva inizialmente il compito di ascoltare e tradurre la conversazione non vi avrebbe trovato niente di rilevante da trascrivere. Ha poi rinunciato all’incarico: secondo un testimone, avrebbe ricevuto minacce.

I corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano

Gli avvocati, poi, caldeggiano l’acquisizione di un film realizzato da quattro giornalisti freelance, che avrebbero smontato con esperimenti sul campo i singoli elementi su cui la tesi accusatoria si fonda. Ragioni di distanza e visibilità escluderebbero che a sparare siano stati gli ucraini; quindi, sarebbero stati gli avversari filorussi. Alessandra Ballerini, avvocato dei Rocchelli, si oppone: i test sarebbero stati eseguiti in condizioni diverse da quelle in cui si sono svolti i fatti e nulla certificherebbe la loro imparzialità. La circostanza che il documentario menzioni le autorità ucraine nei ringraziamenti finali – dice – non depone a favore della sua indipendenza.

Non vi sono tracce, invece, dell’inchiesta condotta con sei anni di ritardo da un reparto speciale della polizia ucraina e coordinata dal ministro dell’Interno, Arsen Avakov. È lui che partecipa a quasi tutte le udienze insieme al console. Forse vuole ribadire ai giudici che il governo di Kiev vigila sul processo, come fa pure il collega ministro della Giustizia con una mail inviata alla presidente Ichino e da lei definita «irrituale». O forse vuole rincuorare Markiv, che non ha mai coinvolto nella vicenda commilitoni e vertici gerarchici e che professa fedeltà alla patria. Il sorriso docile che mostrava in aula a Pavia, però, è sparito dietro alla mascherina. Le misure anti-contagio non permettono di farlo uscire dalla cella e sua madre lo guarda, seduta sulle panche, con angoscia e nostalgia. Lui mantiene un portamento militare, talvolta è mosso da scatti di nervosismo appena percettibili. Parla solo prima che la Corte si ritiri in camera di consiglio per la sentenza e proclama la sua innocenza. Il tono è veemente.

Altrettanto acceso è quello tenuto dal suo avvocato, Raffaele Della Valle, nell’arringa. Un j’accuse scagliato contro gli investigatori che avrebbero svolto le indagini con metodi «da caserma»; contro il pm del primo grado che avrebbe rivelato scarsa preparazione giuridica e pregiudizi nei confronti dell’imputato; contro la Corte d’Assise che avrebbe partorito una sentenza frutto di preconcetti politici, di mere fantasie, e «che spaventa il popolo italiano». Pur chiedendo di ammettere un lavoro giornalistico come prova, Della Valle denigra i reporter che hanno reso dichiarazioni a carico di Markiv e la categoria in generale, abituata a inventare buona parte di ciò che pubblica. Infine, deride il tentativo di classificare l’omicidio di Rocchelli e Mironov come crimine di guerra: «Pavia non è mica Norimberga». La giudice Ichino lo richiama, gli ricorda di limitarsi agli argomenti tecnici, senza trascendere negli oltraggi alla magistratura, e stronca le insinuazioni su possibili ingerenze esterne sul giudizio di secondo grado.

La copertina della serie podcast su Andy Rocchelli, intitolata “La Volpe Scapigliata”

L’idea di fondo in tutte le memorie dei difensori – in apparenza negata, ma continuamente insufflata – è che il vero colpevole della morte di Rocchelli sia lui stesso. Perché si è infilato nel posto sbagliato al momento sbagliato, perché se l’è cercata. Era pericoloso quel fronte, che cosa ci è andato a fare?

Quando l’udienza finisce, Milano è cupa e anche deserta. Il coprifuoco incombe. Con lo sguardo seguo i profili dei genitori, della sorella e della compagna di Andy che si allontanano. La compostezza del loro dolore è una lezione di dignità e rigore morale. Chi è responsabile di questo omicidio prima o poi farà i conti con la giustizia o, almeno, dovrà farli con la sua coscienza.

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