LA STORIA

Appesi a un filo

8 ottobre 2021 | diMario Calabresi

La signora con i capelli bianchi e il vestito verde mi ferma sventolando il libro con una mano, capisco che vuole una dedica, poi, abbassando leggermente la voce, mi chiede se possiamo fare anche una foto, le rispondo che in cambio voglio scattare io un selfie con lei. Ride, poi mi racconta di aver fatto la professoressa di francese per tutta la vita, di avere un grande amore per i libri, di essere stata sposata con un medico siciliano, e di essere la camogliese più vecchia. Non le avrei chiesto l’età, ma a quel punto oso. La risposta è secca: 100! Mentre le faccio i complimenti stupito, la ragazza che l’accompagna sussurra: “Sarebbero 102”. Allora lei si gira di scatto e la rimprovera scherzosamente: “Ma lascia che mi tolga due anni, un secolo basta e avanza!”.

Il selfie con la professoressa Agnese Segato che ho postato sui miei social

Lei si chiama Agnese Segato vedova Castellana ed è nata il 19 giugno del 1919 e il selfie l’ho scattato al Festival della Comunicazione di Camogli quattro settimane fa, al termine di un mio intervento dal titolo: “Il Dio delle narrazioni”. Avevo appena finito di sostenere che le cose che aiutano di più la scrittura e la ricerca di storie (come quelle per questa newsletter) sono la curiosità e l’empatia con le persone. Che bisogna osservare il mondo e tenere sempre gli occhi aperti. Avevo raccontato come lo scrittore israeliano David Grossman vada in giro per Gerusalemme a cercare i volti dei protagonisti dei suoi romanzi. Quando non riesce a mettere a fuoco che faccia abbia o come cammini uno dei suoi personaggi, allora smette di scrivere, esce di casa e si ferma ad osservare la gente ai semafori, oppure gira per negozi. Proprio nella corsia di un supermercato, dopo una lunga ricerca, ha trovato Ghili la ragazza del suo ultimo romanzo “La vita gioca con me”. «Erano giorni che cercavo di immaginare che faccia avesse – mi ha raccontato Grossman -, ma non riuscivo a darle un volto, sentivo la sua voce ma non vedevo la faccia. Finché ho visto passare una giovane donna che spingeva il carrello e sono rimasto folgorato: eccola! L’ho seguita per mettere a fuoco come si muoveva, come camminava, poi, prima che arrivasse alla cassa, me ne sono andato in fretta: non volevo sentire la sua voce, altrimenti si sarebbe rotta la magia di quella visione».
Poi avevo raccontato come io sia convinto che esista un Dio delle narrazioni che, se mostri di avere fede nel mondo e coltivi lo stupore anziché il cinismo, può donarti storie straordinarie, coincidenze inaspettate e incroci magici.
Qualche giorno dopo averlo scattato, ho rivisto il selfie con la signora Agnese, mi piaceva il modo in cui rideva e l’ho messo su Instagram e Facebook augurandole lunga vita.

Insieme di Agnese Segato poco prima di farci il selfie 

La prima a scrivermi è stata Serena Bertolucci, direttrice di Palazzo Reale a Genova, felice di aver rivisto la sua professoressa: «Ricordo che entrava in classe con un grembiule per proteggersi gli abiti dal gesso della lavagna. Erano solo due a portarlo alle scuole medie, una era mia madre, insegnante di matematica e fisica, che indossava un camice austero, liscio, blu e l’altra era lei con la cintura in vita, un bel fiocco, e la gonna leggermente a sbuffo. Nella mia testa di ragazzina quello era lo specchio esatto delle materie scolastiche, di come le vedevo io… la matematica sobria, quasi ascetica, il francese chic e allegro. Avevamo un libro che prevedeva, ad inizio capitolo, due pagine di dialoghi rigorosamente da imparare a memoria e da sceneggiare in classe, perché una lingua bisogna parlarla e bisognava parlarla con qualcuno. Non c’erano i laboratori di lingue allora, così ognuno di noi era a rotazione Pierre, Marc o Jeanne, quasi un copione che ancora tutti noi a distanza di quarant’anni ricordiamo perfettamente… basta provare … se tu ad un allievo della professoressa Castellana dici “Bonjour Pierre” sai che sicuramente la risposta sarà “Salut Marc” come segno di riconoscimento e di appartenenza. Mi succede ancora oggi. Qualche volta la prof il sorriso lo perdeva eh… ci diceva una cosa forte “io sputo sangue per voi… e voi…” quasi con delusione come se la nostra disattenzione, il nostro chiasso fossero, oltre a tutto il resto, anche il tradimento di una reciproca alleanza in un cammino verso la nostra costruzione di persone. Era autorevole, non autoritaria. Di quella autorevolezza che ti fa pensare: ok, io mi fido di te».

Il tramonto su Camogli

Poi mi ha scritto un’altra allieva, che oggi vive a Recco, e si chiama Marisa Bozzo. Il suo ricordo è più antico, risale al 1960 quando la professoressa insegnava francese all’istituto Guglielmo Marconi di Santa Margherita, una scuola superiore di computista commerciale. Marisa ha ritrovato anche una foto di classe, ricorda anche lei il grembiule e i capelli neri e si è stupita quando ha visto la foto su Facebook: «Non pensavo che fosse ancora in vita, che bella sorpresa vederla, l’ho riconosciuta subito. Ricordo che dopo essere rimasta vedova era andata a vivere con il figlio a Genova ma poi mi avevano raccontato che era voluta tornare a Camogli. L’aria è speciale e garantisce lunga vita, mica penserà che la professoressa sia l’unica centenaria!».

Una foto della classe di Marisa Bozzo, in piedi a sinistra con la cintura bianca, con la professoressa Segato, terza da destra accanto ad altri due professori

Mentre cercavo quanti abitanti ha Camogli (sono 5342) e il numero di telefono del sindaco per sapere quanti centenari ci sono, mi è arrivato un messaggio dalla Valle d’Aosta che ha chiuso il cerchio e mi ha mostrato, ancora una volta ,che la realtà è infinitamente più sorprendente della fantasia. Lo ha fatto dire meglio di tutti William Shakespeare ad Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

Il messaggio era di Cristina Valcavi e mi spiegava che a lei la professoressa ha fatto un regalo che le ha svoltato la vita. Le ho telefonato e mi ha raccontato che da trent’anni vive a Gressoney Saint Jean: «Ci sono capitata per caso, ma poi sono rimasta per scelta e per amore. Avevo 27 anni e un’amica mi aveva invitato per la settimana bianca, sono rimasta incantata dal posto e dalle montagne, poi la mia vita è stata tutta susseguirsi di coincidenze: ho trovato subito lavoro nel miniclub di un residence, poi alla reception, ho sposato una guida alpina, abbiamo avuto una bellissima figlia che si chiama Carola e le cose erano perfette. Poi mio marito è morto in montagna e improvvisamente due anni fa mi hanno lasciata a casa dal lavoro. Non sapevo dove andare. Un’amica mi ha suggerito di provare un concorso pubblico regionale: c’era la possibilità di tornare a lavorare con i bambini nelle scuole dell’infanzia. Mi sono iscritta all’ultimo momento utile, ma ho scoperto che in Valle d’Aosta la prima cosa che chiedono a un concorso pubblico è l’esame di francese. Io, nella vita, l’ho studiato solo alle medie, a Camogli; non c’era tempo per rimettersi a studiare, sono andata e ho provato. L’ho passato senza problemi. Erano passati quarantacinque anni ma non avevo dimenticato niente di quello che mi aveva dato la professoressa Castellana, me lo sono portato dietro tutta la vita. Mi ha fatto un regalo prezioso e, quando ho visto la sua foto sorridente, mi sono sentita felice».
La sto per salutare ma ho ancora una domanda, chiedo a lei se sappia se ci sono altri centenari a Camogli. «Ma certo! Mio papà è del 1920, in gambissima, con una memoria di ferro, ogni mattina esce a fare la spesa e si fa la sua passeggiata. Il 28 ottobre compirà 101 anni». 

Ettore Valcavi festeggia a Camogli i suoi 100 anni

Ettore Valcavi quando aveva sei anni si è ammalato di polmonite, poi ha iniziato a lavorare a 16 anni come elettricista e a 17 è rimasto folgorato su un palo della luce, ma è sopravvissuto e ha fatto la Seconda guerra mondiale in Marina. È stato il terzo a vaccinarsi a Camogli, dopo la professoressa e dopo la signora Tina Ansaldo, che faceva la sarta ed è di un anno più grande di lui. Così i centenari sono tre.
«Li tiene legati alla vita l’umorismo – mi suggerisce Cristina -, hanno una leggerezza speciale. La mattina in cui mio padre è stato convocato dal sindaco per ritirare la targa del cittadino centenario, si è vestito da solo, ha messo la cravatta ed è uscito orgoglioso solo con il suo bastone, a passo veloce è arrivato in Comune e ha detto al primo cittadino: “Eccomi qui: non ti capiterà molto spesso che un centenario venga non accompagnato, sulle sue gambe, a ritirare questa targa…». 

Ettore Valcavi riceve dal Sindaco di Camogli Francesco Olivari la targa del cittadino centenario