IL PODCAST

Amatrice, il coraggio di restare

20 agosto 2021 | diMario Calabresi

Sono tornato ad Amatrice cinque anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016 per cercare i segni della rinascita e fare un podcast di Altre/Storie (che potete ascoltare qui). Non è stato facile trovarli: la quantità di macerie è ancora impressionante, le ruspe continuano a rimuovere i detriti e la maggior parte delle case non è tuttora agibile. Il mondo è andato avanti ma i segni sono ancora tutti lì. E così il ricordo e la ferita dei 299 morti.

Le macerie sono la prima cosa che ho incontrato appena sono arrivato ad Amatrice (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

È successo solo cinque anni fa, ma intanto tutto è cambiato: c’erano appena stati il referendum della Brexit e il tentato golpe in Turchia, a cui Erdogan avrebbe reagito con una feroce repressione che non si è mai conclusa; negli Stati Uniti era ancora presidente Barack Obama e nessuno avrebbe scommesso un dollaro su Donald Trump; il primo ministro italiano era Matteo Renzi, non avevamo ancora avuto Salvini ministro dell’Interno, il governo gialloverde e poi quello giallorosso, e Mario Draghi viveva a Francoforte. Era un altro mondo. A cambiarlo radicalmente sarebbe arrivato un virus, che ci fa apparire il “prima” ancora più a lontano. Ma ad Amatrice sembra che il tempo si sia fermato, che cinque anni non siano trascorsi, una sensazione che dà sconforto.

Quel che resta del centro storico di Amatrice (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

La risposta alla domanda per cui mi sono messo in viaggio però l’ho trovata la prima mattina, dopo un’alba indimenticabile. Me l’ha regalata Michela D’Alessio, che ha rimesso in piedi un agriturismo e alleva cavalli per amore: «Sono le persone che devono ricostruirsi, non le case, perché poi alla fine uno si sta sempre a lamentare, ma più ti lamenti e più ti logori dentro. Invece devi pensare positivo e cercare l’aiuto e la collaborazione degli altri. Perché da soli non si riesce a far niente, o poco. Questo ho imparato».

Alba sul cratere di Amatrice (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

L’unico viaggio possibile allora è proprio quello tra le persone, quelle che sono rimaste e che in maniera testarda continuano a crederci. Michela, che ha riaperto le casette del suo agriturismo tra un lockdown e l’altro, mi porta a vedere i suoi dieci cavalli: «Quando sono nata, i miei genitori avevano il maneggio, mamma racconta sempre che quando gattonavo un giorno ero scomparsa e mi hanno trovata in mezzo ai cavalli. Mi passavano sopra stando attenti a non schiacciarmi e io stavo lì tranquilla tra le loro zampe». Quel maneggio non esiste più, ma Michela sta ancora con i cavalli, li accarezza, ci gioca e li alleva solo perché ama che siano liberi, non devono fare nulla. È come se il terremoto le avesse insegnato il valore delle cose gratuite, da fare senza interesse.

Michela insieme ad alcuni dei suoi 10 cavalli

Dario Cestoni è nato qui, ma lavorava fuori, è tornato dopo il terremoto e in questi anni ha rimosso macerie e partecipato alla ricostruzione. Scherzi del destino: la prima casa che ha dovuto abbattere è stata quella in cui abitavano i suoi genitori. «Vivere qui non è semplice. Però la mia compagna ha un ristorante e per lei, e per il senso d’appartenenza alla mia Terra, ho deciso di rimanere qua. Anche se quello che c’era prima non lo riesco a vedere più. Tanti amici sono morti per il terremoto e tanti sono andati via, si sono fatti una famiglia fuori. Della mia vita di prima mi sarà rimasto nemmeno un dieci per cento. Però mi sono detto: “Ma proviamoci, andiamo avanti, qualcosa dovrà succedere. Anche se ci vorranno tanti anni per ricreare qualcosa che assomigli alla normalità».

Dario Cestoni, insieme a Roberta, gestisce il ristorante “Da Giovannino”, aperto dal nonno di Roberta (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

Rocco Rorandelli, il fotografo che mi accompagna in questo viaggio, mi ha convinto a salire fino a Terracino, piccola frazione di Accumoli: «Quando sono arrivato lassù la prima volta ho sentito molto forte la sensazione di una comunità che si tiene salda. È un posto piccolo, ci vivono una ventina di persone, ma hanno comunque il bar, il minimarket e un centro polifunzionale dove fanno anche la messa. Lì si sente forte l’idea che stando insieme si riesce a uscire meglio da un evento tragico come un terremoto».

Terracino di Accumuli, il vecchio paese è ancora in piedi ma disabitato, a destra si possono vedere le nuove costruzioni prefabbricate dove si vive provvisoriamente (credits: Rocco Rorandelli, TerraProject)

La vita del paese gira attorno a Nunzia e Caterina, avevano due negozi, ora uno solo, che fa da bar e da alimentari, è sempre aperto ed è un punto di riferimento per molti paesi. Non hanno voluto chiudere e andarsene per rispetto verso la mamma che gli ha lasciato il negozio e una licenza vecchia 120 anni. Da loro si trova tutto e qui passano tutti. Basta aspettare.

Nunzia, con la maglia rossa, e Caterina gestiscono il bar/alimentari di Terracino (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

Tra i primi ad arrivare c’è Giorgio Baiocchi: uno dei cinque rimasti a Terracino nell’inverno dopo il terremoto. Un inverno di gelo, di metri di neve e di nuove scosse ancora più terribili. Un inverno passato in una roulotte a cui si ghiacciava la porta: per aprirla ci voleva il phon. Tutto per non lasciare le sue cinquanta mucche di razza marchigiana e il luogo dove è nato e dove suo padre aveva aperto l’azienda agricola, combattendo contro i lupi che gli mangiavano le pecore e le puledre. Quando racconta il sisma, il rumore della terra che si apre, le nuvole di fumo sui paesi, ancora si commuove, ma non si è mai pentito di essere rimasto. Anche i suoi fratelli Armando e Giovanni non riescono a resistere al richiamo delle origini.

I tre fratelli Baiocchi, da sinistra Giovanni Armando e Giorgio (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

E poi c’è Manuela Baiocchi, figlia di Giovanni, il fratello di mezzo, ha 35 anni ed è tornata a vivere a Terracino dopo 15 anni a Roma. Dal 2019 ha avviato un’azienda agricola. «Il terremoto ha rafforzato il mio desiderio di tornare, nonostante tutti dicessero che fossi una pazza, i miei genitori per primi». Coltiva lenticchie, lo fa a mano e su terre che erano incolte da decenni, ha iniziato con mezzo ettaro lo scorso anno ed è riuscita a vendere tutto il raccolto, così ora è salita a un ettaro e mezzo. «Il desiderio è quello di ampliarsi sempre di più, così coltivo anche patate, fagioli, grano e ho i marroneti da frutto». Mi racconta la prima volta che ha portato le lenticchie in un laboratorio a Cascia per farle insacchettare: «Mi ricordo ancora l’emozione di quando il ragazzo è uscito per farmi vedere come veniva il primo sacchetto con la mia etichetta, mi sembrava di stare fuori dalla sala parto ad aspettare di vedere il neonato».

Manuela Baiocchi dopo il terremoto ha lasciato Roma ed è tornata a vivere a Terracino dove coltiva lenticchie (© Rocco Rorandelli, TerraProject)

Nel paese c’è una vecchia costruzione in pietra che apparteneva ai bisnonni di Manuela, era stata una stalla, poi un laboratorio per fare i formaggi e per vent’anni un forno in cui sua madre faceva il pane e dei fenomenali biscotti. Lei ora vuole riaprire, per il momento dovrà accontentarsi di uno spazio nei prefabbricati sulla Salaria, vicino ad Accumoli, ma sa che un giorno tornerà qui per fare il pane con la sua farina, una vera produzione non a “chilometro zero” ma a “metro zero”. «Credo nella qualità dei prodotti agricoli che nascono in queste zone, perché sono agricolture che soffrono un sacco: per l’altitudine, per gli inverni lunghi, per il freddo, il tempo instabile anche d’estate. Però poi la qualità e i sapori meritano, sono tutta un’altra cosa».

Manuela Baiocchi davanti al forno appartenuto ai suoi bisnonni

Le cose non sono facili, in tanti la mettono in guardia, ma lei non coltiva illusioni: «Se dovessi fermarmi a guardare come sono oggi le cose, penso che scapperei subito, ritornerei a Roma. Ma fra dieci anni mi vedo qui, nel forno che ha fatto mio padre insieme a mia madre. Sono tornata qui apposta».
Manuela non ha una sua macina, ma insieme ad altri ragazzi della zona, giovani agricoltori come lei, vanno allo stesso mulino: «Siamo sette e ci siamo uniti in quest’ultimo anno. Abbiamo capito che insieme possiamo andare più lontano e ci possiamo fare tanta forza. E quindi collaboriamo, ci aiutiamo, se serve un attrezzo ce lo prestiamo, se serve una mano per un mercato agricolo ci andiamo insieme. Se uno ha già fatto degli errori dà dei consigli per evitare agli altri di farne. Devo dire che è una cosa inaspettata, che però è successa. Pensiamo di fare anche un progetto d’impresa insieme, una rete». Ho finito il mio viaggio e le ultime parole mi confermano che aveva ragione Michela, la ragazza dei cavalli, sono le reti fatte di persone che salvano dai naufragi.

La mappa della mostra itinerante “Di semi e di pietre. Viaggio nella rinascita di un territorio”, realizzata dal collettivo TerraProject e curata da Giulia Ticozzi. Potete visitarla fino al 5 settembre