Quando sfogliamo un album di famiglia ci troviamo sempre a ricordare le persone che non ci sono più, ci fa piacere rivederle e insieme ritrovare vecchie case, spiagge, prati, panorami di montagne. Ma se per i nostri parenti possiamo solo provare nostalgia, sappiamo invece che i luoghi ci sono ancora e che potremmo tornarci. Il cambiamento climatico però sta cambiando le cose e così negli album del ramo materno della mia famiglia in molte foto c’è un paesaggio che ci era molto caro ma che oggi non c’è più: è un ghiacciaio della Val d’Aosta, il ghiacciaio della Brenva.

Quando ero bambino andavo ogni estate con i miei nonni o con mia madre al Santuario di Notre-Dame-de-Guérison, una piccola chiesetta di fine Ottocento, all’inizio della Val Vény piena di ex voto portati da alpinisti che sono sopravvissuti a situazioni difficili durante le ascensioni sul massiccio del Monte Bianco.
La cosa che a me piaceva di più era andare a vedere il ghiacciaio, immenso e possente, che arrivava fin sotto la cappellina. Era bianco, quasi blu in alcune venature ed era così vicino che avevi l’impressione di poterlo toccare. Da quel ghiaccio nasce la Dora Baltea.
Mio nonno raccontava che quando era giovane il ghiaccio arrivava ben più avanti e le foto del grande esploratore Vittorio Sella ci mostrano che nel 1929 i lembi arrivavano a sfiorare le frazioni di Courmayeur.
Mai avrei immaginato di vederlo ritirarsi anno dopo anno, a una velocità che non ha precedenti nella storia. Gli avanzamenti o gli arretramenti del ghiaccio si notavano nel passaggio delle generazioni, la scomparsa dei ghiacciai oggi corrispondono alla vita di una persona.
Stefano Cerio è un artista romano, per molti anni fotografo pubblicitario e ritrattista, cresciuto anche in Piemonte. Suo padre lavorava a Ivrea e lo portava in vacanza in Valle d’Aosta. Ricorda che d’inverno la pista di sci di rientro dalla Val Vény passava ai margini del ghiacciaio e lui era estasiato da questa cosa.
Alcuni anni fa ci è tornato e con sgomento ha scoperto che al posto di quella sua memoria felice di bambino sono rimaste solo pietre e il paesaggio è brullo e quasi desolato.
Così ha pensato che questa storia fosse da mostrare, che servissero delle immagini per far capire cosa sta accadendo alle nostre montagne, quali sono le conseguenze del riscaldamento del pianeta.
Cercava il modo giusto per farlo e la chiave l’ha trovata in un parco giochi. Dieci anni fa Stefano ha pubblicato un libro di grande successo internazionale (“Chinese Fun”) in cui racconta la Cina attraverso i luoghi del divertimento di massa, ma solo nel preciso istante in cui gli spazi si svuotano e non c’è traccia della figura umana. Nascono così immagini sospese che attivano immediatamente la sfera del ricordo e del desiderio.
Stefano ha immaginato un parallelismo e ha iniziato a lavorare con i gonfiabili, ne ha realizzato uno molto grande, di colore blu, una sorta di muro che doveva rappresentare il suo punto di vista di bambino e mostrare con chiarezza tutto lo spazio che manca al ghiacciaio. Ha trovato così un modo potente di rappresentare il vuoto e mettere ciò che è successo sotto i nostri occhi.

Queste foto, scattate in due estati, non solo sulla Brenva ma anche sul versante francese – sulla Mer de Glace vicino a Chamonix – e sugli altri ghiacciai della Val Ferret e della Val Vény ora sono diventate un libro che si intitola Brenva ed è pubblicato dalla casa editrice Quodlibet.
«Ho cominciato a girare per i ghiacciai, che sono delle vere e proprie sentinelle del cambiamento climatico, con il mio muro di gomma. Lo sgonfiavo, mi spostavo e lo rigonfiavo con l’aiuto dei pannelli solari. Lo posizionavo dove mi indicava la memoria delle persone del luogo ed era sconvolgente per tutti visualizzare quanto si sono ritirati».

«Le montagne, un tempo presidi dell’immutabilità, si rivelano oggi – scrive Stefano Chiodi nell’introduzione al libro – instabili. I ghiacciai, in particolare, costituiscono il punto più vulnerabile. La loro progressiva fusione, certificata in tempo reale da impassibili riprese satellitari, ha effetti immediati e differiti: dalla perdita di biodiversità alla riduzione delle risorse idriche per i territori a valle, dall’aumento del rischio idrogeologico alla compromissione di interi habitat».

Questo libro dell’assenza però cerca di mostrare anche come la natura sia capace di trasformare gli spazi, nonostante l’impatto dell’uomo. E così nelle pietraie lasciate vuote nascono i licheni e a loro è dedicata l’ultima parte del libro.
«I ghiacciai lasciano cumuli di detriti causati da valanghe o crolli di seracchi: immagini petrose che si contrappongono a quelle candide del manto di neve. Ma lasciano emergere anche la vegetazione, tra cui dei licheni. Eppure questi licheni montani non sono uno scarto, ma una forma di vita coriacea dai poteri insospettati», scrive in un bellissimo testo Riccardo Venturi, che ricorda come il poeta Camillo Sbarbaro fosse un appassionato studioso di licheni di cui aveva un’immensa collezione.
«Il lichene – scrisse Sbarbaro, in un libro che somiglia a una dichiarazione d’amore – prospera dalla regione delle nubi agli spruzzi del mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto, non lo sfratta il ghiacciaio, non i tropici o il circolo polare. Sfida il buio della caverna e si arrischia nel cratere del vulcano. Teme solo la vicinanza dell’uomo».