14 Maggio 2020

Siamo figli di “Serial”

Che cos’è un podcast? Ma, soprattutto, cosa non è? Ce lo spiega uno dei pionieri del genere in Italia. Che lo descrive come il futuro della più antica forma di comunicazione
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Adnan Syed forse non lo sa, ma gli dobbiamo molto. Se una giornalista radiofonica, all’inizio del 2014, non avesse deciso di ricostruire la vicenda della sua dubbia condanna all’ergastolo, forse podcast sarebbe ancora una parola difficile da pronunciare e, soprattutto, da riempire di significato. L’inchiesta che Sarah Koenig ha compiuto sul processo per l’omicidio di Hae Min Lee, l’ex fidanzata di Syed, l’ha fatta diventare popolare in tutto il mondo. Se oggi i podcast sono una nuova, straordinaria opportunità per raccontare storie e fare buon giornalismo, lo dobbiamo ai dodici episodi di “Serial”.

La copertina del podcast “Serial” di Sarah Koenig

In realtà, non è stato così semplice far capire che cos’è un podcast. Negli ultimi anni ho passato più tempo a spiegare che cosa non è: non è la radio in replica, non è un audiolibro con la musica, non è un articolo scritto per un giornale letto ad alta voce. Io l’ho capito nella mia personale “mattina dopo”, il pomeriggio del 1° agosto 2017, in un centro culturale popolare di Brooklyn. Tre giorni prima ero stato licenziato e avevo bisogno di dare sostanza e studio al mio “piano B”. Anzi “P”, come podcast, appunto.

Su Internet avevo prenotato gli ultimi posti per una conferenza con Alex Kapelman, autore di una serie sulla musica che mi era piaciuta molto: era piena di interviste, estratti e con un grande lavoro sul suono. Pensavo di ritrovarmi in un auditorium tra centinaia di persone e invece eravamo sì e no una decina, inclusi mia moglie che avevo trascinato in quell’avventura, un’infermiera, un tassista e uno studente di graphic design. Kapelman collegò il suo Mac all’impianto stereo e riuscì in pochi minuti a farci capire, con enorme passione, perché il podcast sarebbe stato il futuro della forma più antica di comunicazione.

Da sempre, prima ancora di scrivere o di stampare, le persone usano la voce per condividere, educare, intrattenere. E questo consente sia a chi narra sia a chi ascolta di usare la propria immaginazione, senza bisogno di un libro o di un giornale da seguire né di uno schermo per comprendere una storia. Ecco, il podcast è tutto questo realizzato con gli strumenti digitali più avanzati. È un racconto fatto di voci, di suoni e di musica, che si può ascoltare dovunque e in qualsiasi momento, anche mentre si sta facendo altro, si corre, si cucina o si viaggia: bastano un telefonino e un paio di auricolari. Dentro ci si può mettere di tutto – inchieste, reportage, approfondimenti, ricostruzioni storiche – e la sua durata dipende solo da quanto si ha da raccontare.

Da quel pomeriggio di agosto a Brooklyn sono successe molte cose. Spotify ha deciso di investire pesantemente nel settore, alcuni podcast di fiction sono diventati serie televisive e la Corte suprema del Maryland ha respinto la richiesta di riaprire il processo contro Adnan Syed, nonostante “Serial” abbia superato nel frattempo 180 milioni di ascolti. Anche in Italia la diffusione dei podcast sta avendo una crescita esplosiva: gli ultimi dati segnano un aumento del 700% negli ascolti dall’inizio della pandemia. Con il passare dei mesi, il successo di serie come “Da Costa a Costa”, “Veleno” e “La piena” ha tolto anche me dall’imbarazzo di dover spiegare di cosa si tratti o non si tratti.

Ora “La Volpe Scapigliata” di Mario Calabresi dimostra quanto il mercato sia ormai maturo per prodotti di altissima qualità che metà degli italiani sa finalmente come chiamare.

*Il giornalista Carlo Annese è produttore esecutivo del podcast “La Volpe Scapigliata”

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