Sono venuto dove “gli altri” non esistono. Nella terra in cui ognuno vede solo quello che vuole vedere, in modo selettivo. Sono venuto nel punto zero dell’empatia. Sono venuto a trovare un uomo che ha speso gran parte della sua vita dentro le mura della città vecchia, un uomo tormentato, che ha visto il tempo della speranza e quello della disperazione, ma continua a cercare segni, persone che mostrino che non è tutto perduto, che non esistono solo la forza, l’odio e la vendetta.

Quel luogo è Gerusalemme, quella terra è quella dove la speranza oggi non esiste, quell’uomo è Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale voluto da Papa Francesco.
Sono venuto a trovarlo perché mentre scrivevo “Le voci degli altri” ho sentito che doveva esserci assolutamente in questo libro dedicato alla crisi dell’empatia, a quelli che combattono contro i muri fisici e emotivi.
Pizzaballa si alza alle quattro e mezza ogni mattina, non fa colazione, legge, scrive, studia, prega e spesso esce per andare al Santo Sepolcro. Cammina da solo nella città vecchia, quando è ancora buio, per essere il primo a entrare non appena il custode musulmano apre il portone.
Così mi sono messo accanto a lui nei vicoli deserti della città vecchia: quartiere cristiano, quartiere arabo. Siamo partiti dalla Porta di Jaffa, dalla sede in pietra bianca del Patriarcato, dove abita da dieci anni. Un grande palazzo costruito un secolo e mezzo fa, lungo le grandi mura, da un architetto di conventi che lo ha riempito di piccole stanze, sul campanile sventola la bandiera vaticana bianca e gialla.

Nelle strade molti negozi sono chiusi, non ci sono turisti, non ci sono pellegrini. È una situazione dolorosa e irreale che va avanti da troppo tempo. L’assenza però ci permette di parlare con calma.
Mi ha raccontato la sua vita, da quella domenica d’autunno in cui arrivò, era il 7 ottobre del 1990 e aveva solo 25 anni. Mi ha raccontato i giorni di sangue ma anche quelli di speranza, la stretta di mano tra i leader israeliani e palestinesi: «C’era un senso di liberazione, la sensazione di tornare a vivere, era come se tutto stesse fiorendo. La quotidianità della pace è una cosa bellissima».
Poi, a poco a poco, quel senso di fiducia ha cominciato a deteriorarsi e nel Duemila la speranza è svanita con lo scoppio della Seconda Intifada.
Fino al dramma del 7 ottobre: «Ancora oggi penso che da fuori non si sia davvero compreso l’impatto sulla popolazione israeliana: è stato qualcosa che ha fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa e da cui non si riesce ad uscire. Dentro di me ha lasciato una lacerazione profonda. I palestinesi non ne vogliono parlare e si rifiutano di condannare pubblicamente».
Il 24 ottobre Pizzaballa scrisse una lettera aperta in cui condannava l’attacco terroristico ma diceva anche che la reazione israeliana, che in quel momento aveva fatto già cinquemila morti, era ingiustificabile. «Sono stato contestato dagli uni e dagli altri. Gli israeliani se prima di ogni cosa non condanni il 7 ottobre non ti ascoltano, ma se parti da quella condanna, allora sono i palestinesi che smettono di ascoltarti».
Poi è andato a Gaza: «Ho visto la devastazione, ho visto morire giovani, vecchi e bambini. Ho ascoltato le testimonianze quotidiane di chi ha vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo e senza medicine».
Aver visto entrambe le cose, aver compreso il dolore di tutti lo ha spinto a fare lo sforzo di “tenere aperte le porte”: «Ascoltare gli uni e gli altri senza volerli giudicare. Sapendo, però, che in questo modo non sarò ascoltato né dagli uni né dagli altri, perché entrambi vorrebbero partecipazione totale al loro dolore; se cerco di fare qualcosa per l’altro è come se tradissi».

Sulla strada verso il Santo Sepolcro lo hanno fermato in molti, chi per raccontargli che ha riaperto il negozio, chi per informarlo che è arrivato un gruppo di coraggiosi pellegrini polacchi, chi per chiedere una preghiera. All’interno della Basilica stavano ristrutturando la pavimentazione ma, a parte gli operai che non erano molti, regnavano un silenzio e una tranquillità inusuali.
Lì gli ho ricordato la prima domanda che gli avevo fatto più di un anno fa: “È ancora possibile la convivenza?”. Mi aveva risposto: «In questo momento realisticamente no». Poi aveva scritto: «Il dolore è radicato negli animi di troppe persone, di fronte alle tragedie di questo tempo ciascuno tende a percepire la propria condizione di vittima come unica e assoluta. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando diventa solo “il nemico”, allora tutto appare lecito».
Una cosa mi ha colpito molto di quest’uomo con il pizzetto bianco e che sorride poco: non pronuncia mai nessuna parola di circostanza, nulla che possa apparire retorico. La situazione è così difficile, dolorosa e ingiusta che lo spinge a una rigorosa compostezza, a non usare con leggerezza idee che non possono abitare il presente.
«L’idea del dialogo è precoce, anche se non dobbiamo rinunciare a tenere viva la possibilità, ma bisogna avere buon senso e riconoscere la realtà delle circostanze. Ci sono percorsi che hanno tappe chiare, la prima è fermare la guerra, smettere di fare violenza ogni giorno sulla popolazione sia a Gaza che in Cisgiordania. Sono tutti così pieni del loro dolore che non hanno spazio per il dolore degli altri. Deve essere rispettato il dolore di tutti, non c’è differenza tra una madre palestinese e una israeliana, ma non ci può essere una equiparazione delle responsabilità. Le responsabilità in questa tragedia non sono uguali, penso alla sproporzione della risposta israeliana e al deterioramento costante della situazione in Palestina. Si moltiplicano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti».

Poi mi ha parlato dell’ideologia della terra, che acceca anche i giovanissimi coloni, della necessità di cercare interlocutori nonostante tutto: «Persone con cui confrontarsi. Uomini e donne che rappresentino un’ancora che ti salva dalla deriva, da te stesso e dalle tue paure».
Poi mi ha raccontato che li cerca ogni giorno, frammenti di speranza in mezzo alla tempesta. E così nel libro raccontiamo le loro storie, crepe nel muro: «Oggi non è il tempo, ma io so che è lì che l’empatia troverà il suo spazio».