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15 Giugno 2024

Non esistono cattivi ragazzi

C’è un uomo che da anni accoglie i ragazzi che nessuno accetta, che nessuno vuole ma soprattutto che nessuno vuole vedere. Sono i ragazzi che spaventano le nostre città, quelli che vengono incasellati nella categoria delle Baby Gang. Quell’uomo si chiama Don Claudio Burgio e ha aperto una comunità che è un mondo incredibile, che ascolta e che prova a trovare strade e soluzioni che nessuno immagina. A quell’uomo e alla sua comunità è dedicato un podcast della giornalista Gabriella Simoni. Le ho chiesto di raccontarci questa storia.

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di Gabriella Simoni* 

Conosco don Claudio da tanti anni, da quando lui, per lasciare posto in comunità ad alcuni ragazzi, dormiva in un camper parcheggiato in strada fuori dalle due casette che erano la prima sede di Kayros. Già allora era uno dei pochi che si prendeva in casa i ragazzi rifiutati o fuggiti dalle altre realtà cittadine, lo specchio di quello che la nostra società faceva e fa tuttora fatica a guardare in faccia etichettando centinaia di vite con un generico “microcriminalità”. O baby gang.

Da allora non ci siamo più persi. O meglio ci siamo visti poco in alcuni periodi, più assiduamente in altri, scambiati rapidi messaggi mentre ero a seguire una delle tante guerre che racconto da ormai 30 anni con l’assicurazione che lui avrebbe pregato per me visto che io non lo faccio.
Avendo conosciuto quelli della “prima ora” sono sempre stata vista con un occhio di riguardo a Kayros. Anche perché molti di quei ragazzi oggi fanno gli educatori. E noi ci siamo conosciuti quando erano sbandati e senza direzione. E sanno che non li ho mai giudicati, traditi, usati.

Don Claudio © Kayros Music

Più di una volta mi sono chiesta, e l’ho domandato al Don, come sviluppare tutto quel talento inespresso che ogni volta mi trovavo davanti se qualcuno mi apriva le porte di una vita breve e complicata. E mentre cercavo una risposta ho pensato che forse la cosa più importante era, intanto, far capire che dentro quell’unicum definito delinquenza giovanile c’erano storie, dolori, lacrime, abbandoni, delusioni che si erano trasformate in rabbia, violenza, aggressività. Da lì ai reati la strada è breve…brevissima. Così da anni invece di andare alla mensa aziendale preferisco mangiare con i ragazzi di Kayros. Dopo pranzo spesso mi fermo, rimango lì a osservarli, ascoltarli, percepire quei mari in tempesta che si agitano dentro di loro. 

Mi siedo ai lati del campetto di calcio dove giocano a qualunque cosa, basket, tennis, ma anche dove si azzuffano e accennano tiri di boxe. E aspetto. Come nel cortile di un liceo, qualcuno passa e non ti guarda neanche, qualcun altro si ferma e ti mette alla prova, qualcuno infine inizia a raccontare la sua storia e, a quel punto, la prospettiva si ribalta. Chi ti fa paura mostra le sue di paure. Chi sembra ed è violento svela cicatrici spesso impossibili da guarire. Chi ti guarda con sfida teme il giudizio del mondo esterno.

In uno di quei pomeriggi ancora caldi di inizio autunno ho pensato che un registratore audio avrebbe impattato meno sulle loro vite di una telecamera, che avrebbe consentito loro di aprirsi, di raccontarsi senza quella necessità di nascondere il volto – visto che sono minorenni o che hanno pene da scontare – che li rende criminali nell’immagine prima ancora che ti dicano cosa hanno combinato. Non chiedo mai perché sei qui. Non all’inizio almeno. Ma non puoi avere uno schema. Il rapporto con i ragazzi di Kayros è fatto di intuito e sensibilità. Devi sentirli, non pensare, e sapere quando, cosa, come chiedere. Oppure se tacere e aspettare. Solo chi decide di parlare ti dirà cose vere o almeno verosimili. Un minimo di adattamento della loro storia perché diventi accettabile, prima di tutto ai loro occhi, la devi mettere in conto.

Il cartello presente all’ingresso della comunità Kayros © Kayros Music

Dopo tanti anni non credevo che potessero ancora sorprendermi. E invece è stato così. Ho cominciato ad essere più assidua, a far girare la voce che avremmo fatto un podcast e ogni volta c’era qualcuno in più pronto a parlare. Certo è capitato anche di arrivare con una serie di appuntamenti (chiamiamoli così) e di trovare in comunità quell’aria sinistra che c’è quando succede qualcosa che turba l’equilibrio. Un permesso revocato a qualcuno, un colloquio andato male, una fuga con guaio a seguire, una rivolta al Beccaria dove don Claudio è cappellano.Improvvisamente quell’aria ciarliera e giocosa del quartiere Kayros si trasformava in un pesante silenzio. Non c’era anima viva, tutti rintanati con le cuffie alle orecchie, nelle loro stanzette. Sperando di non essere toccati dall’onda anomala. Ad aspettare che passasse la burrasca.
E credetemi è successo e succede spesso. Allora chiedevo conferma a quelli con cui ho più confidenza, con un semplice “non è giornata, vero?” Poi mi mettevo sul divano dentro se era troppo caldo o troppo freddo, sulle panchine fuori se le temperature erano gradevoli. Stavo un po’ lì. Mi facevo gli affari miei. E alla fine tornavo via come ero arrivata. Senza niente se non la certezza che il prete e i suoi fanno un lavoro inimmaginabile. Per recuperare, ascoltare, capire e cercare chiavi che anche quando sono giuste si rivelano alla fine non così calibrate.

Gabriella Simoni nel ritratto di Federica Guni 

Così giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, prima da sola, poi con Francesca e Aurora ho raccolto le storie dei ragazzi di Kayros. E più ascoltavo più mi rendevo conto che il segreto di quel rapporto meraviglioso che da anni c’è tra me e loro è uno solo. Nessun pregiudizio. Nessun giudizio. A dire il vero ogni volta che ascolto uno di loro penso “poteva succedere anche a me”. I ragazzi di Kayros questo di me lo sanno e lo hanno sempre saputo. Una volta uno di loro mi ha detto “anche tu sei un po’ narci zia”. Credo di aver raramente ricevuto un complimento così bello. Perché significa che non mi sentono come un corpo estraneo, che non percepiscono distanza. Certo non sono una di loro e se lo pensassi sarei superficiale. Non avrei capito la profondità del disagio che li spacca in due.Tutto questo mi ha consentito di mettermi nella stanzina che oggi non c’è più tra il cibo per i gatti la macchinetta del caffè e le scorte di acqua, accendere il registratore zoom e parlare a ruota libera come si fa al bar, in un treno con qualcuno che non si incontrerà mai più o con il tuo migliore amico che non vedi da anni.

Il podcast “Quei cattivi ragazzi” scritto e narrato da Gabriella Simoni e realizzato da Chora Media con il contributo di Tutela Legale, una compagnia di assicurazioni che favorisce la tutela degli assicurati, diffondendo la cultura del diritto

Questo podcast è il risultato di tutto questo. Messo in ordine da una redazione straordinaria, gli altri ragazzi, quelli di Chora, che con me hanno dipanato un filo troppo ingarbugliato perché ci riuscissi da sola. Questo podcast non è solo il racconto dei ragazzi che sfasciano, spaccano, rubano e rapinano: è un viaggio nell’anima di una generazione che non ha definizioni perché non ha radici se non in mille diversi Paesi del mondo e in centinaia di periferie al limite, in cui non si riconoscono più. Eppure sono la miscela necessaria per mettere le basi a un futuro senza confini.

Non possiamo più permetterci di ghettizzare e mettere barriere, possiamo solo costruire ponti, disegnare parabole che uniscono vite parallele che altrimenti non si incontreranno mai.
Quando entri a Kayros passi sotto un cartello con una scritta: “Non esistono ragazzi cattivi”. Partiamo da lì e ascoltiamoli “quei cattivi ragazzi”. Quello che hanno da dire non giustifica, ma spiega

*Gabriella Simoni nasce a Firenze. Frequenta scienze politiche. Si innamora del giornalismo dopo aver abbandonato l’idea di diventare antropologa. Lavora in nero per sette anni finché non approda a Mediaset. Con la Guerra del Golfo e l’inizio delle trasmissioni in diretta inizia a occuparsi di conflitti. Era il 1991. Non ha ancora smesso. Quando non è in trasferta si occupa di carcere, periferie e storie al limite.

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