Questa è la storia di una bambina a cui hanno permesso di andare a scuola solo fino a dieci anni, del suo incontro magico con cinque vecchi libri che aveva l’ordine di non toccare, di una tenacia capace di andare oltre le regole e le montagne e della capacità di perdonare.

Shahrbanoo Sadat è nata a Teheran nel 1990, i suoi genitori erano scappati in Iran, insieme a migliaia di altre famiglie, quando l’Afghanistan era stato invaso dai sovietici. I profughi erano mal tollerati dagli iraniani, ogni anno venivano cambiate le regole per poter mandare a scuola i loro figli e così Shahrbanoo aveva potuto studiare solo fino a dieci anni, poi non era più stata ammessa in una classe. Di quegli anni ricorda la paura costante di essere mandata via. Poi nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, l’invasione americana e la caduta dei Talebani, i genitori furono tra i primi a convincersi che si poteva rientrare: era arrivato il tempo di tornare a casa.
Lasciarono Teheran con le tre figlie e viaggiarono fino al loro piccolo paese nel distretto di Bamiyan, in mezzo alla campagna, tra le catene montuose nel cuore dell’Afghanistan. Per Shahrbanoo fu uno choc: passare dalla grande città all’isolamento totale di un villaggio di sette case, senza negozi, senza una scuola per lei, senza rumori, mercati e folla. Si sentiva in gabbia in mezzo a quelle montagne, era piena di rabbia verso suo padre e sua madre, colpevoli di averla sradicata e non sapeva cosa fare.
In quella casa c’era un vecchio libro in cinque volumi, era di sua sorella maggiore che le aveva intimato di non toccarlo perché era vecchio, delicato e prezioso. Era un manuale di lingua, con la copertina gialla, dal titolo: “English step by step”.
Quel libro diventò il suo rifugio e la sua salvezza: per poterlo studiare cominciò a copiarlo su un quaderno, trascriveva ogni pagina, parola per parola, lasciando lo spazio per gli esercizi. Lo faceva ogni giorno, i quaderni si moltiplicarono e ci mise sette mesi a creare il suo personale manuale di inglese. Poi cominciò a studiarlo. Non aveva idea però del suono che potessero avere le parole finché l’altra sorella riuscì a vincere un piccolo concorso che aveva in palio un vocabolario di inglese con la fonetica.

Siamo seduti a tavola in un ristorante romano, abbiamo appena ordinato i carciofi e i tonnarelli cacio e pepe, Shahrbanoo oggi ha 36 anni ed è una regista, è venuta in Italia per presentare il suo nuovo film, che esce nel nostro Paese in prima mondiale. Parla un inglese perfetto e quando le chiedo dove abbia studiato, mi risponde con una bella risata: «Da nessuna parte, non sono mai andata a scuola». Poi comincia a raccontarmi la sua storia, dal lungo periodo della campagna fino all’arrivo a Kabul a diciotto anni. Il lavoro nella rete televisiva TOLOnews, dove la mettono a fare la producer di un programma di cucina – «Il direttore aveva pensato che quello fosse un lavoro da donne, ma io detestavo cucinare e il conduttore, uno chef, era insopportabile. Per dieci anni non ho più voluto sentir parlare di cibo e di ricette».
Poi è riuscita a partecipare al corso di cinematografia dell’Ateliers Varan a Kabul, uno spazio unico di opportunità creativa che ha fatto emergere il suo straordinario talento, tanto da diventare la più giovane regista della storia a partecipare a soli 19 anni alla Residenza della Fondazione del Cinema di Cannes durante la quale per nove mesi l’hanno aiutata a scrivere la sceneggiatura del film “Wolf and Sheep” che avrebbe presentato a Cannes.
TOLOnews, il canale informativo che raccontava l’Afghanistan 24 ore al giorno, sarà però una tappa fondamentale della sua vita ed è protagonista del suo film che si chiama “No Good Men” e ha aperto il Festival di Berlino.

Il film racconta le settimane dell’estate del 2021 in cui i Talebani hanno ripreso il potere, con il ritiro precipitoso degli americani e la fuga da Kabul, attraverso gli occhi di una donna che lotta contro la soffocante mentalità patriarcale che la rende invisibile. Non si tratta però di un documentario ma del racconto di una storia d’amore, della scoperta che l’amore è possibile e che esistono uomini buoni. «Ogni donna che ho incontrato nella mia vita, da mia madre alle sue amiche, a quelle che conoscevo sugli autobus e nei mercati mi hanno sempre ripetuto che non esistono uomini buoni. Sono cresciuta ascoltando storie di violenza, di arbitrio, di abusi. Storie di rassegnazione a una mentalità imperante».
Shahrbanoo arriva a ventuno anni convinta che i maschi siano tutti uguali e che non ci si possa fidare di nessuno di loro. «Finché non ho incontrato un padre del villaggio che ogni mattina faceva molti chilometri in bicicletta per portare la figlia a scuola e che ogni pomeriggio andava a riprenderla nonostante gli altri uomini e perfino i suoi figli, i fratelli della bambina, fossero contrari e lo criticassero».
Il film è un meraviglioso viaggio nella società afghana, fuori dagli stereotipi e dai paesaggi da cartolina, e per la prima volta nella storia del cinema afghano mostra un bacio. «Non era mai accaduto e quando ho scritto la sceneggiatura ho pensato che quella dovesse essere la scena fondamentale. Però nessuna attrice afghana, tra quelle fuggite da Kabul, era disposta ad interpretarla: mi chiedevano di tagliare il bacio. Così alla fine sono stata costretta a diventare anche la protagonista e a fare una cosa che non avrei mai voluto fare: recitare. Ma per salvare quel bacio ho superato le mie timidezze e il fastidio che provo per la mia voce e la mia faccia e mi sono messa davanti alla macchina da presa».

Shahrbanoo Sadat è fuggita da Kabul, insieme alla sua famiglia (i genitori, le sorelle e i nipoti) il 23 agosto del 2021. In mezzo alla folla che si accalcava intorno all’aeroporto, sono riusciti a farsi spazio e a salire su un aereo militare francese. Oggi vivono in Germania, ad Amburgo, e non possono tornare in Afghanistan perché hanno un permesso di soggiorno come rifugiati.
«Quando siamo saliti sull’aereo militare e ci siamo seduti sul pavimento di lamiera ho guardato i miei genitori, seri e silenziosi, che per la seconda volta nella loro vita stavano andando in esilio. In quel momento ho capito e li ho perdonati. Ho sentito cosa significa abbandonare il proprio Paese e ho pensato che un giorno anch’io tornerò e se avrò dei figli li trascinerò con me, come avevano fatto loro. In quel momento, mentre decollavamo, ho fatto pace con loro e con la nostra storia».
I libri di inglese e i quaderni su cui li aveva copiati sono conservati in una scatola tra le montagne dell’Afghanistan ma Shahrbanoo è convinta che non andranno perduti e che un giorno tornerà a prenderli.
Pochi mesi fa le hanno chiesto di insegnare all’università in Germania, lei ha accettato, ma ha chiesto una cosa in cambio: di poter diventare anche una studentessa. Di poter finalmente studiare.
