Chi nel 1976 s’iscriveva al primo anno d’università a Milano poteva dire sì o no alla pratica politica della violenza, all’eroina, alla cocaina. Erano tutt’e tre intorno a noi e letteralmente a portata di mano. Uno dei miei professori era Guido Galli, che verrà ammazzato dai terroristi di Prima Linea. Con lui avrei dovuto fare la tesi in Criminologia, entrando come poliziotto a San Vittore.

Quando Milano era il Far West
di Piero Colaprico*
Il servizio di leva l’ho fatto in Marina, in un ufficio a Milano: un mio commilitone giocava nelle bische e una sera mi ha portato con lui in un mezzanino della metropolitana. È stata la prima volta che, comprando un panino grondante sugo da una specie di barman alto un metro e cinquanta, ho sentito nominare N. P., un grande boss. Era un gangster che metteva paura. E anni dopo, da giornalista, l’avrei incontrato a San Vittore. Di Renato Vallanzasca e Francesco Turatello leggevo l’epopea criminale sui giornali, così come di altri banditi. Oggi, che si sente tanto parlare di sicurezza, si scorda nella città dove vivevo ventenne si contavano circa 150 morti ammazzati l’anno, che c’erano sparatorie che seminavano il panico e assalti alle banche che costavano la vita di impiegati e clienti. I banditi usavano le mitragliette, i regolamenti di conti avvenivano tranquillamente in mezzo alla gente.
Alla cronaca nera sono arrivato quasi per caso, nel senso che prima e dopo la laurea tentavo di scrivere romanzi (ho buttato tutto), mi mantenevo con vari lavori e grazie alla famosa nevicata del 1985 ero tornato a collaborare alle pagine milanesi di Repubblica. Dopo un po’ di articoli, mi era stato proposto di restare. Mollai con dispiacere un contratto d’oro con la Rai: il richiamo della carta stampata era molto più forte. Mi vedevo, prima o poi, come responsabile delle pagine di cultura. Errore. Illusione. Non sapevo che il direttore Eugenio Scalfari voleva introdurre nel giornale due argomenti sino ad allora non trattati con regolarità: lo sport e, appunto, la cronaca nera.
A Gianni Mura, già celebre, toccò lo sport. A me, da solo, coprire a Milano (e provincia): la questura, i carabinieri, l’obitorio, gli ospedali, i vigili urbani. Così per due anni. Mi è rimasto un senso di giostra, ma anche la gratitudine per la libertà incredibile di muovermi tra fatti e persone in ogni quartiere. Inchieste varie, omicidi da descrivere, i sequestri di persona da seguire. Tanto lavoro di strada produceva un sacco di contatti umani e professionali e i primissimi scoop: ad esempio “bucai” ogni concorrente dando in anteprima in apertura di giornale una notizia segretissima e molto importante, e cioè la scoperta dell’ultimo covo delle Brigate Rosse a Milano.

L’alluvione della Valtellina, dopo la nevicata, mi cambiò la vita professionale: i reportage piacquero a Scalfari che nell’89, dopo soli quattro anni, mi nominò inviato speciale. E questo significava due cose: fine dei turni e dei giri di nera quotidiani (meno male); e possibilità di girare e scegliere molto di più (ottimo). È in quegli anni che, meno vincolato dagli orari, ho cominciato a poter parlare di più con gli investigatori, con gli imputati dei processi, con i detenuti. E a ricostruire meglio il passato recente. Troppo occupati con il terrorismo e la politica, i quotidiani avevano infatti relegato per anni le mafie e il crimine organizzato in pochi spazi, basandosi soprattutto sulle versioni ufficiali. Mi ero accorto che c’era altro da dire. Ci ho provato.

E quando, dopo aver seguito i primi anni dell’inchiesta Tangentopoli, ho pubblicato il mio primo libro di fiction, Kriminalbar, qualcosa è ancora cambiato, in meglio: «Hai capito perché quello lì ci faceva tutte quelle domande? Per metterci dentro un libro e guadagnare soldi». La frase, che circolava tra i boss dentro San Vittore, mi è stata raccontata da un amico penalista.
Da allora sono passati altri decenni e non c’è nessuno – lo assicuro – che possa dire che io abbia tradito una confidenza o una parola data, o abbia giocato sporco, o abbia infierito sulle persone, specie se in difficoltà. Posso sbagliare valutazioni, come no, ma a sbagliare sono io. La mia carriera giornalistica ha avuto alti e bassi, ma chi sapeva dire no negli anni Settanta resta uno a cui interessa poco dei sì e dei no con cui rispondere ai direttori. Mi fa più piacere l’esistenza di chi ancora mi telefona: «Ciao, Kola, ti vorrei raccontare una rapina che non sa nessuno». Oppure: «Kola, ma lo sai come andò davvero quell’indagine per l’omicidio di…». Il tempo di ascoltare una buona storia lo si trova quasi sempre: e se non in un articolo o in un podcast, può comunque vedere la luce in un romanzo giallo.
* Piero Colaprico è nato a Putignano ed è giornalista e scrittore. Ha lavorato a Repubblica come inviato e poi caporedattore di Milano. Nel 2006 gli è stato assegnato l’Ambrogino d’oro.