15 Agosto 2026

Lindbergh Baby

Quasi un secolo fa il rapimento di un bimbo di nemmeno due anni sconvolse il mondo intero e diede vita al genere “crime” e alla spettacolarizzazione della giustizia come la conosciamo oggi. Marco Bardazzi ha ricostruito quella storia e insieme abbiamo realizzato un podcast che la racconta.
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La storia che ho scelto di raccontare questa estate è quella del rapimento che fece più notizia nel mondo in tutto il Novecento, quella di un bambino di 20 mesi, con i ricci biondi e gli occhi azzurri. Si chiamava Charlie e scomparve la sera del primo marzo 1932. Suo padre era l’uomo più famoso del pianeta, era il ragazzo che cinque anni prima aveva attraversato per la prima volta l’Oceano Atlantico senza fare scalo, in solitaria e con un piccolo aeroplano, lo “Spirit of St. Louis”. Era partito da Long Island, nello Stato di New York, e dopo 33 ore e 30 minuti era atterrato a Parigi: 5.800 chilometri, guidato solo da una carta nautica. La celebrità lo aveva travolto e lo aveva trasformato in un eroe.

Charles Augustus Lindbergh Jr.

L’eroe si era sposato, aveva avuto un figlio e la famiglia cercava di vivere, al riparo dai fotografi, dai giornalisti e dai curiosi, in una villa isolata del New Jersey. Finché una notte qualcuno riuscì ad arrampicarsi fino alla finestra della cameretta del piccolo Charles Augustus Lindbergh Jr. e lo portò via per sempre.
Questa non è solo la storia di un sequestro, ma la data di nascita del genere “crime” e della giustizia-spettacolo come la conosciamo oggi. Centinaia di giornalisti da tutto il mondo seguirono il caso, con dirette radio continue e migliaia di curiosi a fare turismo sui luoghi del sequestro. In quel 1932 prende piede un fenomeno che è arrivato fino a noi, basti pensare al caso Garlasco.
Molti anni fa Marco Bardazzi, con cui facciamo il podcast “Altre/Storie Americane”, mi raccontò questa vicenda a cui aveva appena dedicato un libro. Mille volte abbiamo pensato di riprenderla in mano per raccontare il momento in cui la cronaca nera è cambiata per sempre.

Questa estate ci sembrava il momento giusto, così Marco ha ripreso in mano carte e documenti e ha scritto questa serie podcast in tre episodi che abbiamo realizzato insieme.  

La copertina del podcast “Lindbergh Baby”. Potete ascoltarlo su tutte le piattaforme audio, come Spotify

Ho chiesto a Marco di spiegarci come è nata questa sua passione e perché era necessario andare indietro di quasi un secolo per trovare le radici del nostro tempo e della nostra ossessione per il crimine. Quello che leggerete da qui, è il suo racconto.

Il 7 febbraio 2001, venticinque anni fa, ero nella redazione dell’Ansa a New York, dove da un anno lavoravo come corrispondente dagli Stati Uniti. Mentre leggevo il flusso delle notizie che arrivavano dalle grandi agenzie americane, fui colpito da una breaking news dell’Associated Press: annunciava la morte a novantaquattro anni di una scrittrice e aviatrice americana, Anne Spencer Morrow Lindbergh.
Non sapevo niente di lei e mi chiesi perché l’AP le riservava l’importanza che di solito avevano le notizie della morte di personaggi celebri planetari. Probabilmente era quell’ultimo cognome. La vedova di Charles Lindbergh, l’uomo che nel 1927 aveva attraversato l’Atlantico da solo ed era diventato la prima vera star globale. Ma essere la vedova di una celebrità non significa necessariamente essere un personaggio che merita ampia copertura giornalistica. Come quella che invece in pochi minuti vidi arrivare un po’ dovunque: sulla CNN, sul sito web del New York Times, su tutte le agenzie fu un’improvvisa ondata di “coccodrilli”, come si chiamano in gergo quei necrologi che i giornali tengono pronti da utilizzare per la scomparsa di personaggi famosi. 

Mi misi a leggere. E rimasi senza fiato davanti al racconto di quella vita. Una grande scrittrice, senza dubbio, ma il momento chiave di quell’esistenza – e l’attenzione quasi morbosa che ancora dimostravano i giornali – era ciò che quella donna aveva attraversato da madre, nel 1932. Il rapimento del figlio di venti mesi. La scala appoggiata alla finestra della cameretta. Le settimane di trattative con l’ombra che si era portata via il bambino. Il tragico destino del piccolo Charlie e il processo “del secolo” che ne nacque

Charles Lindbergh era considerato un eroe nazionale: ricevette la medaglia d’oro “Distinguished Flying Cross” negli Stati Uniti e la “Legion d’Onore” in Francia, oltre a essere nominato Uomo dell’Anno da Time nel 1927

Da lì è nata una piccola ossessione per quel “true crime”, come lo chiameremmo oggi. Sorprendente nel mio caso, perché mi ero liberato da poco – felicemente – di un altro caso di cronaca nera e giudiziaria che avevo seguito per otto anni, quello del “Mostro di Firenze” e di Pietro Pacciani, che avevo raccontato giorno dopo giorno come cronista dell’Ansa di Firenze (conservo ancora le lettere che Pacciani mi scriveva dal carcere, per proclamare la sua innocenza). E ora che ero in America e avevo un paese intero da raccontare, ecco che ricadevo nella trappola dei grandi crimini, con il loro fascino oscuro, morboso, pericoloso.  

Complice eBay, ho cominciato a collezionare prima libri su quella vicenda, inclusi quelli scritti negli anni del processo. Poi giornali d’epoca, riviste ingiallite che odoravano di cantina, gadget dedicati al caso Lindbergh. Non contento, nei giorni liberi dal lavoro sono salito in auto e da Manhattan sono andato a visitare i luoghi di quel crimine degli anni Trenta, la villa dei Lindbergh a Hopewell (oggi è un centro di recupero per detenute tossicodipendenti, gestito dallo stato del New Jersey), il tribunale di Flemington, lo Union Hotel di fronte: tutti posti rimasti molto simili a novanta anni fa.  

Un manifestino dell’epoca

Poi un martedì mattina di quel 2001, l’11 settembre, mi sono trovato in mezzo a tutta un’altra storia, mentre camminavo tra la polvere e le macerie di quelle che fino a poche ore prima erano le Torri Gemelle. E il caso Lindbergh è finito rapidamente e per molto tempo in un cassetto. Ho raccontato due guerre, in Afghanistan e Iraq, mi sono immerso nella lunga stagione del terrorismo islamico e non c’era più spazio per quell’epoca ingenua dove gli aerei erano mezzi avventurosi che portavano eroi come Lindbergh, non seminavano morte e distruzione. 
Nel 2004 ho riaperto il cassetto e ne ho ricavato un romanzo, La scala spezzata (SEF), sottotitolo “L’America di Lindbergh e il crimine del secolo”. Per entrare nella vicenda mi ero inventato un cronista, Sherwood Forbes, che tutti chiamavano Chuck. I fatti intorno a lui erano veri, verificati uno per uno. Lui no. Mi serviva un paio d’occhi dentro la storia, qualcuno che potesse muoversi in quelle aule e su quelle strade al posto mio.

Marco Bardazzi tra i documenti che hanno dato il via al racconto di questa storia

Pensavo di averla chiusa lì. Nel 2009 sono rientrato in Italia, ma nel frattempo avevo raccontato la storia e avevo regalato il mio libro al corrispondente dagli Stati Uniti di Repubblica, un collega con cui giravamo spesso insieme l’America e che condivideva con me la passione per un paese straordinario. L’avrete capito: si chiamava Mario Calabresi e di lì a poco sarebbe diventato il mio capo, come Direttore della Stampa. Ero riuscito a contagiarlo con la storia di Lindbergh, che ora appassionava anche lui. Nel 2011 in uno dei suoi libri, “Cosa tiene accese le stelle”, aveva analizzato l’improvvisa crescita della passione degli italiani per la cronaca nera e aveva annotato: “L’interesse morboso della gente per le tragedie ha illustri precedenti ed esiste da decenni… L’esempio migliore l’ho trovato in un libro di Marco Bardazzi, ‘La scala spezzata’ in cui si racconta la vicenda del sequestro e dell’uccisione del piccolo Charles Lindbergh”.
Tra le tante doti di Mario c’è quella di avere una memoria prodigiosa. Si ricorda tutto e ogni tanto ci sono vicende che io ho dimenticato da tempo e che lui invece all’improvviso fa riemergere, accompagnate da una mole di dettagli impressionante. È così che un giorno, mentre eravamo impegnati a raccontare l’America di Donald Trump in una delle nostre puntate del podcast “Altre/Storie Americane”, a un tratto ha tirato fuori di nuovo il caso Lindbergh: “Dovremmo farne un podcast, un racconto in stile true crime, da far uscire in estate”. 

E così sono tornato nel mio solaio pieno di cimeli e ricordi degli anni americani, ho riaperto i faldoni di quella vicenda, ho rimesso insieme libri, giornali e gadget e un giorno mi sono presentato negli studi di Chora Media con due sacchi pieni di ritagli, mappe, riviste del 1935. “Volete davvero raccontare questa storia? Allora cominciamo da qui”. Mario e il team di Chora mi hanno prima guardato come un matto, poi mi hanno chiesto di cominciare a scrivere. “Lindbergh Baby” è nato da qui. 

* Marco Bardazzi ha lavorato per trent’anni come giornalista all’Ansa e a La Stampa, in Italia e negli Stati Uniti. È stato poi Direttore della comunicazione di Eni. Nel 2021 ha co-fondato Bea Media Company, un’agenzia di narrazione strategica d’impresa. Racconta l’America su Il Foglio e nel podcast Altre/Storie Americane con Mario Calabresi. Il suo ultimo libro è “Rapsodia Americana” (BUR Rizzoli).

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