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3 Aprile 2023

L’incrocio dei destini 

Le vite di Joanna e Vittoria sono cominciate nello stesso modo e hanno percorso binari paralleli senza mai sfiorarsi. Ma una sera di marzo, complice una piadina, i loro occhi si sono incrociati e il sogno di Cico si è avverato
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Questa storia comincia in due orfanotrofi indiani alla fine degli Anni Sessanta. Alla porta del primo arriva una madre con una neonata in braccio, chiede alla suora di poterla lasciare lì perché lei non riesce a sfamarla. Quella suora si chiama Lina e da sola si occupa di 150 bambini abbandonati. I piccoli mangiano riso, dormono su piccole stuoie e imparano tardi a camminare perché non ci sono adulti che si possano prendere cura di loro. Sono destinati a crescere in quell’orfanotrofio, senza avere mai l’occasione di una famiglia. A cinquanta chilometri di distanza altre due suore entrano in un ospedale per prendersi cura di una bambina appena rimasta orfana, la mamma è morta di parto. Cominciano due vite parallele, incredibilmente simili, che sembrano destinate a non incrociarsi mai.

Vittoria Bridget Rossetti e Joanna Borella

Marzo 2023: in un’osteria di Ferrara entra una coppia di milanesi che non ha prenotato, è già tardi e non c’è posto ma invece di mandarli via li fanno appoggiare al bancone e gli offrono un bicchiere di bianco fresco e una piadina calda. La cena sembra risolta, ma dieci minuti dopo due francesi chiedono il conto e liberano un tavolo prima del previsto. I due milanesi vengono fatti sedere accanto a una coppia romagnola. Le due donne cominciano a guardarsi, si scrutano in continuazione cercando di non farsi notare, ma non ne possono fare a meno: sono in due tavoli diversi, una di fronte all’altra, e hanno la sensazione di guardarsi nello specchio. Hanno gli stessi occhi, lo stesso colore della pelle e dei capelli. Non ascoltano più i loro compagni, troppo forte è la curiosità, mista a una sensazione di familiarità. Ciò che le differenzia di più è l’accento, forlivese con una fortissima esse sibilante da una parte e milanese con tutte le vocali ben aperte dall’altra. 

I romagnoli sono i primi ad alzarsi, si mettono i cappotti e stanno per uscire quando lei si gira, torna indietro e dice senza preamboli: “Scusa, ma tu che origini hai?” “Sono indiana e avrei voluto farti la stessa domanda”. “Anch’io sono indiana, sono nata a Bombay!”. “Non ci posso credere, anch’io vengo da lì, da un paese che si chiama Belgaum e si trova a una cinquantina di chilometri da Bombay”.

Si presentano – la forlivese si chiama Vittoria Bridget Rossetti, la milanese Joanna Borella – e cominciano a parlare. Vittoria si toglie il cappotto e si risiede, poi dice: “Lo sai che io sono la prima bambina indiana adottata in Italia?”. Joanna scuote la testa: “Eh no, aspetta, sono io la prima, e non solo indiana: io sono la prima adozione internazionale in Italia. Mi aveva portato un uomo che si chiamava Giuseppe Cicorella, detto Cico, che con Liliana Gualandi aveva fondato il Ciai, il centro italiano per le adozioni internazionali. Sono arrivata a Milano il 12 novembre del 1967, dopo aver preso un treno e due aerei”. 

A sentire quelle parole, Vittoria si commuove: “Non ci posso credere, anch’io sono arrivata grazie a Cico, ma il viaggio l’ho fatto con due suore fino a Roma”.

Un attimo dopo si sono abbracciate come se si conoscessero da una vita, come se fossero sorelle, e hanno cominciato a raccontarsi le loro vite per scoprire non solo la stessa origine, lo stesso viaggio, le stesse persone ad accoglierle in Italia, ma anche tante similitudini – un padre adottivo impegnato nel sociale e nelle politiche cittadine, una figlia femmina ventenne a testa (Joanna anche un maschio), un matrimonio alle spalle e un nuovo compagno – ma soprattutto una passione speciale per il calcio, quello giocato.

Joanna durante un’azione di gioco
Vittoria in posa con la sua squadra. Il calcio è la passione che le accomuna

Joanna Borella l’ho conosciuta esattamente due anni fa (qui trovate la newsletter scritta da Stefania Carini che parlava di lei) è un’allenatrice di calcio e ha scritto anche un libro sulle sue squadre di donne e di bambine che si intitola “Le ragazze di Mister Jo”. Quando sbarca a Roma alla fine del 1967 le adozioni internazionali non esistono quasi e in Italia non è mai arrivata una bambina o un bambino da un orfanotrofio fuori dai confini nazionali. Ad aspettarla ci sono Raffaella e Francesco Borella e due fratelli maschi, Sebastiano e Giacomo. Joanna è una bambina piccola che ancora non cammina ma che scopre ben presto un oggetto meraviglioso: «A una settimana dal mio arrivo gattonavo dietro al pallone e ai miei fratelli. Ho iniziato prima a giocare a calcio quasi che a camminare. Ovunque andavo, avevo sempre con me un pallone, un biberon e un pezzettino di pane. Alle elementari, appena suonava la campanella, correvo fuori nel corridoio con una palla di carta e scotch».

La passione di Joanna per il calcio non si spegne, tanto che continua a giocare: «L’unica cosa che mi ha sempre dato fastidio era a volte di dover dimostrare di saper fare molto di più di un maschio». Nel frattempo, inizia a lavorare come babysitter, insegnando spesso ai bambini che accudisce a giocare a calcio. Ad un certo punto le due passioni si sono unite: “Ho frequentato la scuola per gli allenatori di calcio e un corso per educatori sportivi, e nel 2015 ho aperto “Bimbe nel pallone”.

Oggi Joanna ha 56 anni e all’Osteria Dei Battibecchi di Ravenna, dove ha incontrato Vittoria, c’è arrivata perché la mattina dopo doveva andare a un matrimonio. «È stato bellissimo, abbiamo chiacchierato a lungo con la promessa di vederci e sentirci. Penso a Cico che da lassù si godrà i frutti del suo Progetto “adozioni-integrazione”. Diceva sempre che immaginava tante bambine e tanti bambini indiani che poi incontrano con mille accenti di dialetti diversi: “Che bello quando sarete sparsi per l’Italia e stupirete il paese: guarda quello lì che parla il milanese, quell’altro il bolognese, il romano, il siciliano, il piemontese”. È successo!».

Joanna è la fondatrice dell’associazione “Bimbe nel pallone”, scuola di calcio al femminile del quartiere NoLo di Milano

«Quasi tutti i venerdì sera andiamo a mangiare all’osteria – mi racconta Vittoria Bridget Rossetti – perché fanno “i mangiari”  di una volta, pasta e fagioli, il fegato con la rete e i bruciatini con il radicchio. Quella sera, quando i francesi si sono alzati e ho visto Joanna, ho dato un calcione sotto al tavolo a Maurizio, il mio compagno. Mi sentivo stranissima e volevo sapere, ma per educazione non osavo chiedere. Poi, mentre uscivo, ho deciso di tornare indietro perché sono convinta che niente succeda mai per caso».

Vittoria non sarebbe dovuta arrivare in Italia, prima di lei – e subito dopo Joanna – era previsto che la famiglia Rosetti di Forlì adottasse due bimbe indiane, ma queste morirono in orfanotrofio poco prima della partenza. Così la scelta cadde su Victoria (ma all’anagrafe si sbagliarono e misero Vittoria) e su Mary, una bambina di tre mesi più grande: «Lei di giugno e io di settembre 1968, siamo cresciute come gemelle».
Vittoria è una donna molto allegra e simpatica, esattamente come Joanna, ma non tutto è stato facile: «Io non ho la pelle molto scura, ero nerissima da piccola, poi con gli anni mi sono schiarita, ma ancora adesso spesso mi fanno sentire diversa. All’asilo e alle elementari è stata durissima, io e mia sorella eravamo le uniche in Romagna e quando andavamo fuori da Forlì, dove ormai ci conoscevano tutti, sentivamo una specie di diffidenza. Solo quando ci sentivano parlare con la esse romagnola, allora le cose si scioglievano».

Vittoria da bambina alle elementari

Vittoria lavora da 35 anni come operaia all’Elettrolux: «Mio papà era laureato in filosofia, è stato assessore a Forlì e viveva immerso tra i giornali. Mamma era professoressa di lettere, invece io ho sempre odiato studiare. Però avevo tanta manualità e oggi assemblo forni e piani da incasso, mi piace molto il mio lavoro, ne sono orgogliosa. Ho una figlia che si chiama Sara, lavora in fabbrica con me, è altissima e mi assomiglia, anche se il suo babbo è biondo con gli occhi azzurri».

La passione di Vittoria è stata prima l’atletica, correva i 100 metri piani e i 100 ostacoli, poi il calcio: «Ho giocato per molti anni nella squadra della fabbrica, partecipavamo a un torneo ed era bellissimo. Amo il calcio perché è un gioco di squadra e perché mi dà un grande senso di libertà».

Non è mai tornata in India: «Mi incuriosisce, mi piacerebbe tornare da dove sono venuta, ho tutte le carte per farlo ma poi qualcosa mi frena. Mia madre è morta di parto, me lo hanno detto i miei genitori adottivi quando ero alle elementari, e mio padre era scomparso poco prima. Quando sono rimasta incinta ho avuto molta paura, poi invece è stato un parto bellissimo e sono stata fortunata ad avere tante persone accanto. Però non potevo non pensare alle vite parallele, a mia madre che è morta da sola».

Vittoria resta un po’ in silenzio, cerca le parole: «La verità è che non sono pronta. Mi chiedo spesso: come sarebbe stata la mia vita e ho un po’ paura a vedere l’altra faccia di una vita che poteva essere. Ma forse un giorno ce la farò».Anche Joanna non è mai tornata in India: «Non ne ho mai avuto l’occasione e forse il coraggio, ma adesso che ho incontrato Vittoria qualcosa è cambiato e ho pensato che magari potremmo fare il viaggio insieme. In due potrebbe essere più facile».

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