Ogni libro che ho scritto ha un debito verso una persona, un luogo, un momento. C’è sempre qualcosa che ha acceso la scintilla e poi un tarlo ha cominciato a lavorare nella mia testa e mi ha indicato la strada. Il mio nuovo libro, che si intitola “Le voci degli altri” e uscirà martedì 22 settembre, di scintille ne ha addirittura quattro: una vecchia storia italiana che da dieci anni ho voglia di ricostruire; un incontro fortuito a Vitoria Gasteiz, capitale dei Paesi Baschi, con un uomo che aspettava senza speranza la verità; il racconto di due sorelle che cercavano da anni notizie del loro padre e, infine, una serata speciale, una cena in cui ho parlato pochissimo e ho ascoltato tanto. C’era molto da imparare.

Era un venerdì, il 24 gennaio 2025, ed ero a cena a Roma insieme a Maria Ressa, giornalista filippina, premio Nobel per la Pace per il suo coraggio nel difendere la libertà di espressione, e con lo scrittore Colum McCann, irlandese di nascita e americano di adozione. Il giorno dopo avremmo partecipato insieme al Giubileo del Mondo della comunicazione, che avrebbe dovuto essere concluso da un discorso di Papa Francesco.
Invece il Papa la mattina dopo, nell’immensa Aula Paolo VI, faticava a parlare, aveva il respiro affannato, tanto che decise di non pronunciare il discorso che aveva preparato e che, poche ore dopo, fu pubblicato. Un testo importante con un invito fondamentale per i giornalisti e non solo: dare spazio, accanto al racconto del male, al bene e a storie che nutrono la vita.
Molti, tra gli ottomila che arrivavano da ogni parte del mondo, rimasero delusi di non poterlo ascoltare, ma lui si fece perdonare facendo un lunghissimo giro per salutare i presenti, per stringere le mani, per ascoltare.
Quella sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei incontrato, fu spiritoso e affettuoso. Dopo tre settimane sarebbe stato ricoverato al Gemelli e tre mesi dopo ci avrebbe lasciato per sempre.
Quella sera prima dell’evento Colum McCann, mentre eravamo a tavola, parlò a lungo dell’importanza dell’empatia, dell’ascolto delle storie degli altri come unica strada per la pace e la comprensione, e poi, prima di andare a dormire mi diede da leggere il discorso che avrebbe pronunciato il giorno dopo. Ho ancora con me quei fogli in cui sottolineava come la distanza più breve tra gli esseri umani non sia un millimetro ma una storia: «Le storie contano. Hanno il potere di cambiare il corso della Storia. Possono salvarci».
Inutile dire, a chi sta leggendo questa newsletter che da sei anni e mezzo racconta storie di persone, quanto abbia amato quel suo discorso. E da lì ho cominciato questo mio nuovo viaggio che vi racconto attraverso l’aletta del nuovo libro.

C’è stato un momento in cui abbiamo smesso di vedere le persone intorno a noi, in cui abbiamo smesso di ascoltarle e ci siamo chiusi nella nostra bolla, convinti che questo ci garantisse una vita più tranquilla e sicura.
I segni di questo cambiamento, la fine dell’empatia e la costruzione di muri non solo fisici ma anche emotivi, si leggono chiaramente nella politica in ogni angolo del mondo, nell’informazione e nei comportamenti collettivi. Non è successo all’improvviso, ma in un percorso in cui la diffidenza è diventata un ingrediente fondamentale delle nostre vite.
Ci è stato raccontato che non era necessario fare la fatica di mettersi nei panni degli altri, anzi, che fosse pericoloso e da evitare. Intorno a noi, però, hanno cominciato a crescere solitudine e indifferenza e il paesaggio si è riempito di macerie.
Questo libro è un incontro con chi sente di essere trasparente e dimenticato e non capisce come sia possibile. Una nonna rimasta l’unica italiana nel suo palazzo popolare, spaventata da un mondo che non comprende, e una bibliotecaria che si confronta con una bambina che non trova nessun libro in cui sentirsi rappresentata. Una donna che si occupa di dare un’identità ai morti senza nome e, senza saperlo, regala una risposta a due sorelle sospese in un dolore lungo vent’anni. Un uomo che passa la vita cercando di scoprire chi abbia ucciso suo padre e, dopo anni di indifferenza, riceve un regalo anonimo che gli regala serenità. Un ragazzo che trova speranza nel rinunciare all’odio che gli spetterebbe, e riconquista così la libertà. E, infine, un uomo che ha speso gran parte della sua vita dentro le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che ha visto il tempo della speranza e quello della disperazione, e che in una terra sfigurata dall’odio continua a cercare spiragli di luce e umanità.