1 Agosto 2026

Le guerre che non abbiamo voluto

In un tempo in cui le guerre vengono considerate inevitabili, o addirittura necessarie a costruire sicurezza e stabilità, un podcast a più voci ci racconta quello che la Storia e la Costituzione ci insegnano con chiarezza: la pace è un’opzione reale e i conflitti possono sempre essere evitati, con coraggio e diplomazia. Per questo io vi porto in viaggio nell’America di Kennedy.
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«Molte guerre che avrebbero potuto esserci non ci sono state, perché sono state soffocate prima che scoppiassero. La storia ci insegna che gli uomini hanno fatto guerre, ma anche che non le hanno fatte: la guerra è un evento non necessario, ma possibile». In un tempo in cui le guerre appaiono inevitabili e ci vengono addirittura presentate come necessarie per costruire sicurezza e pace, vale la pena recuperare le riflessioni che il filosofo Norberto Bobbio cominciò a proporre ai suoi studenti a metà degli anni Sessanta.  L’urgenza allora era dettata dai rischi di una guerra atomica nello scenario della Guerra Fredda, la contrapposizione tra il mondo Occidentale guidato da Washington e il Blocco comunista da Mosca. E in quel periodo il mondo si era trovato di fronte al rischio reale di un confronto tra le due superpotenze: la crisi dei missili di Cuba dell’autunno del 1962. Una crisi che venne risolta da uno sforzo diplomatico senza precedenti, con pazienza, silenzio e creatività.

La copertina del podcast Ripudia, prodotto da Chora Media. Lo trovate online su tutte le piattaforme di ascolto.

Vi racconto questa storia perché ho scelto di narrarla in una serie podcast realizzata da Chora per Emergency che si intitola “Ripudia”. 
Sono cinque puntate in cui insieme a Francesca Mannocchi, Marco Damilano, Tomaso Montanari e Simone Pieranni proviamo a riflettere sul significato della pace e sulla necessità di riportarla al centro del dibattito pubblico.
Il titolo della serie è chiaramente ispirato dall’articolo 11 della nostra Costituzione, dove per dire “no” alla guerra viene usata una parola tanto netta quanto potente: ripudia

Il significato di questa scelta e il cammino dei costituenti è analizzato e raccontato da Marco Damilano, che si sofferma sulla tradizione pacifista nata da quel percorso, e da Tomaso Montanari che attraverso il pensiero di don Milani critica la visione della “nazione armata” invitando a riscoprire la pace come valore sociale e civile. 
E mentre io spiego come in tredici giorni nell’ottobre 1962 il mondo si trovò sull’orlo del disastro, ma uomini come John Kennedy, suo fratello Robert e il leader sovietico Nikita Kruscev misero da parte il loro ego e sfuggirono alla trappola della prova di forza, Simone Pieranni ci racconta come nel 1969, Cina e Urss si trovarono sull’orlo di una guerra nucleare per un isolotto conteso.

“Thirteen Days: A Memoir of the Cuban Missile Crisis” è il resoconto storico e autobiografico scritto da Robert F. Kennedy (allora Procuratore Generale degli Stati Uniti). È stato pubblicato postumo nel 1969

Francesca Mannocchi analizza invece le parole che usiamo per raccontare la guerra. Anche il linguaggio può diventare uno strumento bellico e la sua puntata è straordinaria per come riesce a mettere a nudo i meccanismi che trasformano le vittime in “danni collaterali” e annullano la responsabilità delle azioni. 
Francesca, che ha lavorato per tanti anni in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Palestina, spiega come la lingua possa diventare un campo di battaglia e lo fa analizzando i comunicati militari. Me lo aveva raccontato in un bellissimo dibattito al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e quel giorno è nata l’idea di trasformare il suo ragionamento in un podcast.

«C’è un momento preciso – racconta – in cui ho cominciato a capirlo davvero. La prima volta che ho letto un comunicato militare subito dopo essere stata nel posto in cui l’evento descritto era accaduto. Lo stesso evento: da una parte i corpi, le persone, le voci, lo spazio fisico, l’odore; dall’altra le parole del comunicato. La distanza tra le due cose era talmente grande che mi sembrava impossibile stessero parlando della stessa cosa. Da allora leggo i comunicati militari come si legge un testo letterario: cercando non solo quello che dicono, ma quello che scelgono di non dire, la forma che danno agli eventi, i presupposti che portano con sé senza dichiararli. E ogni volta trovo le stesse scelte, le stesse strutture, gli stessi meccanismi». 

Il primo meccanismo è la sostituzione: si prende una persona e la si trasforma in una categoria. «Un uomo che torna a casa diventa un individuo che si sposta nell’area operativa. Una famiglia che viaggia in macchina diventa un veicolo in avvicinamento. Una città assediata diventa un teatro delle operazioni. Un quartiere bombardato diventa un obiettivo militare». 
Il secondo meccanismo è l’inversione della causa: «Nei comunicati militari chi spara risponde quasi sempre a qualcosa. Risponde a una minaccia, a un movimento sospetto. Il verbo rispondere è straordinariamente potente perché sposta automaticamente l’origine dell’evento su chi ha subito il fuoco. In questa struttura chi ha sparato è sempre in posizione reattiva. Non ha agito: ha sempre e solo risposto. E rispondere a una minaccia è, per definizione, legittimo. È legittima difesa».
Il terzo meccanismo sono i verbi che Francesca Mannocchi definisce della coscienza interiore: percepire, ritenere, valutare. «Puoi dire: l’auto era ferma, c’è una testimonianza, c’è un video, ci sono ottantasette bossoli sul terreno. Ma quello che qualcuno dice di aver percepito dall’interno della propria testa è, per definizione, inattaccabile. La percezione non ha prove contrarie: quello che conta non è quello che è accaduto, ma quello che il soldato sentiva, percepiva, riteneva in quei secondi». 
Il quarto meccanismo è il passivo senza agente: «Il danno è stato causato. I civili sono stati colpiti. Le abitazioni sono state distrutte. L’azione esiste, ma chi l’ha compiuta è sparito dalla frase. Grammaticalmente, la violenza accade da sola, come un evento naturale, come una calamità, senza che ci sia un soggetto a cui attribuire una scelta, un ordine, un gesto».

Questi quattro meccanismi – la sostituzione, l’inversione della causa, i verbi della coscienza interiore, il passivo senza agente – non sono invenzioni recenti. «Sono stati affinati nel corso di decenni, in conflitti diversi, da eserciti diversi, in lingue diverse. L’esercito americano in Vietnam parlava di danni collaterali e pacificazione. L’esercito russo in Ucraina parla di operazione speciale e denazificazione. L’esercito israeliano nei territori palestinesi parla di attività antiterrorismo e risposta proporzionata. Le parole cambiano. I meccanismi sono gli stessi. Sono diventati standard. Sono diventati automatici».

Con Francesca Mannocchi ad aprile a Perugia, durante l’evento del Festival Internazionale del Giornalismo “Il potere delle storie”. © Francesco Cuoccio

Poi Francesca ci racconta le storie che ha incontrato, fatte di persone, dolore e di comunicati. Ne riporto una che mi sembra esemplare del suo discorso: «Alcune settimane fa in Cisgiordania un soldato israeliano ha sparato su un’auto ferma a un checkpoint.Dentro c’era una famiglia: un padre, una madre, due figli. Il più piccolo aveva sette mesi. Si chiamava Sam. Sam Fahd Abu Haikal. Il proiettile lo ha preso in faccia. È morto.
Il padre aveva fermato l’auto prima del checkpoint. Il soldato si trovava a dieci metri. Li vedeva tutti. “Li vedeva tutti”, ha detto il padre a un giornalista il giorno dopo. Quella frase è rimasta con me perché dice qualcosa di essenziale su ciò che il padre cercava di affermare: che la sua famiglia era visibile, che erano persone reali nello spazio reale, che non c’era nessuna nebbia, nessuna distanza, nessuna ambiguità da cui potesse nascere un equivoco.
Poche ore dopo, le forze armate israeliane hanno pubblicato un comunicato. Diceva che i soldati avevano percepito un veicolo che accelerava verso di loro, che avevano risposto con colpi singoli, che tre palestinesi erano stati feriti ed evacuati per cure mediche, che le forze esprimevano profondo dolore per qualsiasi danno causato a individui non coinvolti.
Veicolo. Percepito. Risposto. Qualsiasi danno. Individui non coinvolti. Tutti e quattro i meccanismi, in cinque righe.

E il risultato è un testo in cui Sam Fahd Abu Haikal non compare mai davvero. Compare una volta sola, assorbito dentro la categoria dei tre palestinesi feriti ed evacuati per cure mediche. Come se stesse per guarire. Come se fosse ancora vivo. Come se il comunicato stesse parlando di qualcosa che può essere riparato.
E poi c’è quella parola – qualsiasi. Qualsiasi danno. Non questo danno. Non questo bambino. Non questo proiettile, questa famiglia, questo checkpoint, questo mattino di giugno. Qualsiasi: una categoria aperta, ipotetica, generica. Come se il dolore espresso non fosse per Sam Fahd Abu Haikal specificamente, ma per una classe astratta di eventi spiacevoli che potrebbero verificarsi. Il dolore diventa una postura istituzionale, non un riconoscimento. È la forma con cui si chiude un file».

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