18 Ottobre 2025

La vita è un attimo

Io e Matteo ci siamo conosciuti da ragazzi. E, per me, siamo sempre quei ragazzi che scoprivano New York insieme. Come può compiere sessant’anni? Piccolo viaggio di andata e ritorno nei ricordi. Con una certezza: è la felicità che senti dentro che ti dice quanti anni hai
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La scorsa settimana mi è arrivato un messaggio WhatsApp che comunicava che ero stato inserito nel gruppo “Matteo 60”. Ci ho messo un po’ a capire di che cosa si trattasse, finché Matteo finalmente ha scritto per dire che sarebbe passato a Milano e invitava tutti gli amici di una vita a bere un bicchiere per festeggiare i suoi sessant’anni. Sono rimasto fermo con il telefono in mano per qualche minuto: non riuscivo a far stare insieme il mio percepito e la realtà. Per me Matteo è un ragazzo con molti capelli, il pizzetto e molte idee, uno in perenne trasformazione, che non sai mai dove andrà e cosa si inventerà. Uno curioso e sperimentatore come un ventenne. Come è possibile che stia per compiere sessant’anni?

Quando ero ragazzo pensavo che a sessant’anni si diventasse anziani, che si andava in pensione con i capelli bianchi. Pensavo che ci volesse un sacco di tempo per arrivare a quell’età. Invece la mia sensazione è che sia passato soltanto un attimo da quando io e Matteo ci siamo conosciuti: io avevo 24 anni lui 29, eravamo pieni di speranze e di sogni. Se giro la testa indietro vedo perfettamente quei due ragazzi che si incontrano a New York, vedo Matteo con i baffi all’insù e la Uma, un cane dalmata, al guinzaglio. Mi sembra tutto vicinissimo, così presente che allungando un braccio potrei fare una carezza a quella magnifica cagnolina con le macchie.

Insieme a Matteo Bologna nel 2001

Matteo di cognome si chiama Bologna, è un graphic designer, vive a Brooklyn e ha una società che disegna loghi, libri, musei, ristoranti che si chiama Mucca Design. È lui ad aver realizzato il logo di Chora, i caratteri con cui è scritto e tutta l’identità grafica.
Ci siamo incontrati nell’estate del 1994, quando negli Stati Uniti si giocavano i mondiali di calcio e io facevo uno stage nell’ufficio di New York del Corriere della Sera con l’allora corrispondente Gianni Riotta. Dieci settimane indimenticabili, tra le più belle e formative che io abbia mai vissuto. Per la prima volta vivevo fuori dall’Italia e dormivo nel campus di Columbia University, quello dove avevo sognato di fare la scuola di giornalismo e dove mi ero iscritto a un corso di inglese.

Il primo giorno non fu facile: la mia stanza nel dormitorio non c’era. Una gentile signora mi spiegò che non ne avevo diritto perché mi ero iscritto a un corso part time e le stanze erano riservate solo a chi studiava a tempo pieno. Andai nel panico, non sapevo dove dormire. Con un filo di voce chiesi se fossero davvero al completo. Mi rispose che alcuni posti erano ancora disponibili ma che io non avevo i requisiti per accedere. Provai ad insistere, ma fu irremovibile. Non vedevo vie d’uscita e per disperazione feci un gesto molto italiano: uscii su Amsterdam Avenue e cercai un fioraio dove comprai un grande mazzo di fiori colorati. Poi tornai dalla segretaria dell’Università, glieli porsi e le dissi soltanto: «Non posso dormire per strada». Lei rimase un po’ interdetta, poi si mise a ridere e scuotendo la testa mi rassicurò: «Troveremo una soluzione». Quella sera entrai in un appartamento del dormitorio che avrei diviso con un ragazzo russo, un tedesco e un cinese. Spesso ho ripensato a quel mio gesto e penso che se lo rifacessi oggi caccerebbero via me e i miei fiori senza nemmeno sorridere.

Il campus della Columbia University (dal sito dell’Università)

Ogni mattina prendevo la linea 1-9 della Subway – un caldo terribile sulle banchine e un freddo tremendo nei vagoni con l’aria condizionata – e andavo a lavorare nel palazzo che allora ospitava la magnifica e indimenticabile Libreria Rizzoli. Prima di entrare facevo come gli altri dell’ufficio e passavo al bar accanto a prendere un caffè americano con il latte e un muffin con i mirtilli. Poi salivo attraverso la libreria. All’ultimo piano c’era l’ufficio di Oriana Fallaci, ma noi ragazzi non potevamo nemmeno immaginare di avvicinarci, la leggenda voleva che chi ci aveva provato fosse stato malamente redarguito. 

Di giovani ce n’erano tanti, Luca Dini che faceva il corrispondente per Oggi e che poi sarebbe diventato direttore di Vanity Fair, Massimo Lopes Pegna che resterà a Manhattan a scrivere per la Gazzetta dello Sport per ben 30 anni e 9 mesi e Michele Lupi che lavorava per Dove e Gulliver e raccontava storie americane. Una sera Michele mi invitò a casa sua, abitava in una zona che allora era deserta: ai confini del Meat Market, dove storicamente c’erano tutti i depositi e le celle frigo dei macellai di New York. Non ci abitava nessuno e c’era un solo un bar ristorante aperto 24 ore su 24 che si chiamava Florent. Oggi è una delle zone di lusso, piena di ristoranti, di negozi e dove inizia la famosa passeggiata sopraelevata, la High Line.

Allora era tutto un degrado e Michele aveva riempito la casa di trappole per topi. Da qualche settimana ospitava una coppia arrivata da Milano in cerca di fortuna, Cristina e Matteo con la Uma. Lui aveva investito tutti i risparmi in un libro catalogo con i suoi lavori italiani di grafica ma soprattutto le sue idee. Ne aveva stampate una trentina di copie che stava lasciando in visione nelle agenzie di New York. Aspettava qualche risposta e avevano calcolato di avere soldi per restare due mesi, poi il loro sogno americano sarebbe tramontato. Dopo una settimana, però ricevette la telefonata di un settimanale che, affascinato dal suo stile, gli affidava l’incarico di ridisegnare la testata. Da quel momento fu un crescendo: aveva trovato l’America. 

Le vetrine del ristorante Florent. La fotografia di Google Street View rivela l’interno vuoto e desolato: il ristorante è chiuso dal 2008.

Presto avrebbe aperto un suo studio in un loft di Soho e ogni volta che sono tornato a New York sono passato a trovarlo
Ricordo il periodo successivo agli attentati dell’11 settembre, l’angoscia, l’aria irrespirabile per il fumo dei detriti, lo smarrimento di Matteo e una Manhattan vuota di turisti. Ricordo anche il giorno che l’ho salutato prima di ritornare in Italia, era la fine di ottobre di quel 2001 e camminavamo verso Central Park, lui mi fece vedere un piccolo oggetto che si era appena comprato: «È uscito questa settimana, si chiama iPod, può contenere fino a mille canzoni e sarà una rivoluzione». Io ero scettico e gli risposi che non volevo rinunciare a tutti i miei cd. Lui scosse la testa, mi disse che non capivo niente del futuro e prima di salutarmi aggiunse: «Se non ti prendi l’iPod almeno comprati qualche azione della Apple…». Se gli avessi dato retta oggi avrei accumulato una piccola fortuna, ma non sono mai stato bravo in queste cose. 

Tutto questo mi sembra successo ieri, ma soprattutto continuo a vedere me e lui come ragazzi che devono ancora fare un sacco di cose. Eppure, in mezzo è successo di tutto, non solo gli attentati alle Torri Gemelle, le guerre di Bush, le epoche di Obama e di Trump, ma anche che entrambi siamo ormai padri di figlie maggiorenni e i capelli ci si sono ormai ingrigiti.

Una pagina del manuale di stile realizzato da Matteo Bologna per Chora e studi cromatici per le copertine del nostro primo podcast

Cinque anni fa Matteo ha disegnato il logo di Chora, aiutandoci a dare un’identità all’avventura dei podcast, ora anche quella storia è una realtà e non più una scommessa, eppure la sensazione di giovinezza che ho provato mentre bevevamo uno spritz insieme per brindare ai suoi sessanta è qualcosa che mi fa pensare, e stare bene. La vita è un attimo, è vero, ma nessuno mi aveva spiegato che quello che sentiamo dentro non ce lo impone una carta d’identità. E che si può continuare a sognare per tutta la vita. 

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