25 Dicembre 2025

La storia di Arpi, un raggio di Luce

La mia storia di Natale parla di una bambina a cui nessuno dava speranze e del piccolo miracolo che creano le persone che non si arrendono.
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Questa è una piccola storia di tenacia e di speranza capace di parlarci di futuro. Tra tante storie che ho incontrato negli ultimi mesi mi è sembrata la più adatta per il Natale di un anno faticoso e violento come il 2025, in cui è stato difficile immaginare cose buone e coltivare fiducia. I protagonisti sono una neonata, una suora, un medico e il nostro Servizio Sanitario Nazionale. La nostra storia inizia a Yerevan, la capitale dell’Armenia, in un orfanotrofio delle suore di Madre Teresa di Calcutta dove vengono accolti bambini incurabili e senza speranza. In questo momento ce ne sono 21, di età comprese tra i tre mesi e i 14 anni. È ufficialmente considerato un luogo per cure palliative, ma le suore non si arrendono molto facilmente e così accadono anche i miracoli.

Suor Benedetta sorride tenendo Arpi tra le braccia

All’inizio di dicembre dell’anno scorso, a Yerevan, è nata Arpi, una bambina con i capelli nerissimi e gli occhi azzurri, a cui i medici hanno diagnosticato una grave malformazione, tale da darle al massimo due anni di vita. I genitori non hanno avuto il coraggio di portarla a casa e l’hanno abbandonata in ospedale. Così, dopo quattro mesi, è stato chiamato l’orfanotrofio. Delle sette suore, tre indiane, due polacche, un’argentina e un’italiana, è toccato a quest’ultima, Suor Benedetta, andare a prendere Arpi.
«I genitori, molto probabilmente, non erano in grado di far fronte alle cure che servivano e anche i medici armeni avevano fatto quello che potevano. Quando me l’hanno consegnata – racconta suor Benedetta – mi hanno detto che se fossimo riuscite a portarla all’esteroforse una speranza ci sarebbe stata».
Quell’idea di trovare una strada diversa dalla compassionevole assistenza diventa una fissazione per suor Benedetta, che prima di prendere i voti si era laureata in medicina a Pavia. Così ogni sera, per settimane, si mette al computer e naviga alla ricerca di soluzioni. 

Intanto Arpi conquista tutte con la sua delicatezza e i suoi sorrisi: «Ci siamo subito affezionate a lei, è una bambina solare nonostante tutto quello che ha sofferto e che continua a soffrire, in un attimo l’abbiamo amata e ci è stato chiaro perché si chiama Arpi, che in armeno significa “luce”».
Ma trovare una soluzione non è facile: Arpi è nata con una malformazione per la quale le parti terminali dell’intestino, degli organi genitali e della vescica non si sono sviluppate e confluiscono in un unico canale. 

Nelle sue indagini notturne online, la suora individua un chirurgo milanese, Ernesto Leva, che ha imparato a New York la tecnica per ricostruire ciò che manca a questi neonati. Scopre che lavora al Policlinico di Milano, ma trova equipe di medici specializzati anche a Parigi e a Madrid. Non ha idea di come poter arrivare in questi Paesi, allora scrive agli ambasciatori di Spagna, Francia e Italia.
«Il primo a rispondere – mi spiega – è stato l’ambasciatore italiano che quando ha visto Arpi ha deciso di fare tutto il possibile per poterla portare in Italia». A quel punto suor Benedetta scrive al dottor Leva, gli manda la cartella clinica e chiede se esista la possibilità di curarla, lui le risponde subito dicendosi disponibile a studiare il caso e coinvolgendo il Policlinico e la Regione Lombardia.

Un’illustrazione del dott.Ernesto Leva in corsia

«Abbiamo fatto tutti i documenti necessari e la Lombardia ha accettato di prenderla in carico, sostenendo la parte finanziaria, così siamo riusciti a organizzare il viaggio della bambina in Italia. L’ambasciata italiana in Armenia – sottolinea la suora – è stata splendida: ci hanno preparato loro tutti i documenti, le traduzioni delle carte e quando abbiamo avuto il via libera per le cure ci hanno dato il visto in mezza giornata».
Il 27 settembre Arpi e suor Benedetta atterrano a Milano e vanno direttamente dall’aeroporto al Policlinico. «Da quel momento io e Arpi non ci siamo mai separate, da tre mesi siamo sempre insieme, giorno e notte, prima un mese e mezzo in ospedale e adesso siamo a casa della mia famiglia, da cui mancavo da 35 anni».
Vi siete adottate a vicenda”, le dico e lei mi risponde con un sorriso mentre stringe la bimba: «Esatto, è andata proprio così».
Per un mese al Policlinico studiano il caso, il dottor Leva, che è il direttore della chirurgia pediatrica, mi spiega che Arpi ha la forma più grave della malformazione e che la chirurgia deve dividere i tre canali e ricostruirne l’anatomia. 

A fine ottobre, quando tutti i controlli sono stati fatti, e si è sicuri che non ci siano altre patologie congenite, Arpi viene operata dal dottor Leva: «L’operazione è stata molto complessa – spiega – ed è durata più di dieci ore, che per un bambino è un tempo infinito. L’intervento era l’unica possibilità, altrimenti i suoi reni, nell’arco di due anni, non avrebbero più funzionato e la bambina non ce l’avrebbe fatta».
Invece Arpi è qui di fronte a me che gioca con il microfono del registratore, ha uno sguardo sereno e curioso e si muove continuamente. Il dottor Leva si commuove mentre la osserva: «È la prima volta in 35 anni di professione che una bambina mi tocca così il cuore: è speciale e ha una luce che ha colpito tutti noi. Il suo percorso operatorio non è ancora finito: la parte più importante è stata fatta ma dovrà essere nuovamente operata a gennaio e poi, di nuovo, quando avrà tre anni. Fino all’adolescenza dovrà essere seguita, ma grazie a Suor Benedetta questa bambina avrà una vita totalmente diversa da quella che il destino le aveva assegnato».

Faccio ancora una sola domanda: che vita la aspetta? «Una vita normale, sarà una bambina con una vita uguale a quella degli altri». Mi racconta che dovrà avere degli accorgimenti quotidiani, seguire delle cure ma crescerà, andrà a scuola, studierà, farà sport, si innamorerà, potrà lavorare. «E non è escluso che un giorno possa diventare una madre e avere dei figli. È già accaduto con altre bambine che abbiamo operato».
È accaduto ad Arpi grazie ad una suora timida e silenziosa, a un chirurgo appassionato, a un ambasciatore sensibile e al nostro tanto bistrattato Servizio Sanitario Nazionale. 
Mentre ci salutiamo, Ernesto Leva aggiunge ancora una frase: «Ora tutto è possibile e Arpi un giorno potrà essere una nonna che racconta questa storia ai suoi nipoti».

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