A Lavagna i pesci non abitano più solo in mare ma anche in uno strano spazio che nel tempo è stato una chiesa, un laboratorio e un negozio. Oggi è lo studio di un’artista e dalla vetrina si vedono subito gruppi di acciughe che fanno il pallone, pesci spada e verdesche che puntano verso l’alto e specie di profondità ai più sconosciute. In questo spazio lasciano il segno, traccia della loro esistenza, e grazie a pregiate carte giapponesi cominciano un viaggio che li porta nel mondo. Nel mio caso un banco di acciughe del mar Ligure – quelle in cui parlo nel capitolo dedicato al pescatore genovese Elia – è arrivato fino alla copertina del mio libro.

Così sono andato a cercare l’artista che abita con i pesci e che ha portato in Italia un’antica tecnica giapponese chiamata gyotaku. Elena Di Capita, ha quarant’anni, è nata qui di fronte al mare, ha studiato come restauratrice e per anni si è occupata di dipinti e missioni archeologiche. Fino al giorno in cui un ragazzo, conosciuto per strada, non le ha parlato del metodo giapponese di tenere la memoria dei pesci.
A spingermi ad andare a conoscerla a Lavagna è stata proprio la scoperta che lei i pesci non li riproduce, non li dipinge con un pennello su una tela o un foglio di carta, ma ne salva l’impronta.
I pescatori giapponesi, a metà dell’Ottocento, diedero vita alla tradizione di conservare la memoria di una cattura importante. Il pesce veniva colorato con un inchiostro a base di carbone e poi lo si copriva con un foglio in modo che lasciasse l’impronta. L’immagine veniva poi corredata dalle informazioni: specie, misura, peso, data di cattura e nome del pescatore. I due esemplari più antichi arrivati da noi sono datati 1839.

Elena comincia a sperimentare questa tecnica nel 2018, ma immediatamente la innova. In Giappone si riproducono pesci singoli, lei invece inventa i banchi di acciughe in movimento e crea situazioni dinamiche. Poi nel 2023 decide di affinare la sua tecnica e riesce a studiare con il vecchio maestro del gyotaku colorato Masatsu Matsunaga poco prima della sua morte.
Torna e apre uno studio in via Dante Alighieri, nel cuore di Lavagna ma a soli seicento metri dal mare, e il suo grande tavolo ogni giorno si anima con i pesci che trova al mercato o che le portano i pescatori.
(Avvertimento importante: nessun pesce viene catturato per raccoglierne l’impronta, lei utilizza solo ciò che è già stato pescato o che è finito nelle reti dei pescatori. Inoltre, i pesci che utilizza per le sue opere non vengono poi buttati, ma restano commestibili e vengono cucinati).

Elena Di Capita lavora su diversi tipi di carta giapponese e crea immagini gyotaku utilizzando soprattutto il nero, che in Giappone è il colore della tradizione con il quale i pescatori stampavano l’immagine di particolari creature catturate e degne di nota. In altre opere, invece, utilizza la tecnica takuseikai, nella quale non si usa il nero ma solo colori sfumati direttamente sui pesci per imitarne la livrea. Rispetta però la tradizione giapponese che vieta il ritocco sull’impronta, ad eccezione degli occhi che vengono dipinti. Soltanto per le acciughe si discosta dalla “regola” sia diluendo diversamente gli inchiostri per dare l’idea delle diverse distanze, sia aggiungendo le ombre, che permettono di percepire un senso di profondità.

La grande passione di Elena, oltre alle sue acciughe, sono i pesci di profondità che non vediamo e non incontriamo mai: «Mi capita di stampare pesci vipera, chimere, asce d’argento che sono degli esseri considerati all’apparenza mostruosi, ma per me sono bellissimi. Sono i lavori più affascinanti».
Glieli mandano delle ricercatrici e dei ricercatori di Genova, Civitavecchia o del Cnr dallo Stretto di Messina. «Tra la Calabria e la Sicilia ci sono fortissime correnti causate dalle maree tra lo Ionio e il Tirreno. Questi spostamenti d’acqua sono così potenti da far emergere i pesci abissali, portarli in superficie e farli spiaggiare. Si spiega così anche la creazione del mito di Cariddi, mostro marino raccontato da Omero nel canto dodicesimo dell’Odissea».
Mentre mi racconta mi mostra un’opera in cui sono presenti l’impronta di un mollusco cefalopode di profondità (a destra) e quella di un beccaccino di mare (nome scientifico Nemictis Scolopaceus) con la bocca lunga e la coda appuntita (a sinistra) che vogliono rappresentare proprio Scilla e Cariddi. Tra loro, al centro, passa un piccolo pesce “ascia d’argento”, a simboleggiare Ulisse. «Questi li ho stampati direttamente a Messina nel centro di studio del CNR. E sono tornata a casa anche con delle meravigliose provette con dei pesci abissali sotto alcool».

Un altro modo che Elena ha per procacciarsi dei soggetti da poter riprodurre, di cui portare a casa “l’orma”, è quello di passare la notte con i pescatori delle lampare: «Io aspetto come un gufo che tirino su le reti e quando vedo che ci sono pesci o meduse catturate accidentalmente, che vengono poi scartati e non portati al mercato, allora chiedo di poterli prendere».
Per creare ognuna delle sue opere impiega diversi giorni, spesso settimane: «Ci vuole grande pazienza e precisione e questo mi viene dal mio background di restauratrice». Un’attitudine che mi conferma che Elena era la persona giusta per illustrare la copertina di un libro sulla fatica.