Cosa sarebbe successo se i nostri genitori non si fossero incontrati quel giorno, se non si fossero innamorati, se i nostri nonni avessero scelto una strada che li portava da un’altra parte? Ognuno di noi esiste perché si sono realizzate una serie di combinazioni uniche e le nostre vite sono piene di bivi in cui dobbiamo scegliere da che parte andare. Emmanuel Carrère ha fatto un lungo viaggio nella storia della sua famiglia, andando indietro di quattro generazioni, e in questa indagine che è diventata il suo ultimo libro si chiede spesso cosa sarebbe accaduto se una giornata fosse andata diversamente. Tocca con mano i crocevia della sua storia familiare e sente come tutto sia precario, ma anche prezioso.

Sono uscito dalla lettura delle oltre quattrocento pagine di “Kolchoz”, questo il titolo del libro appena pubblicato, con una sensazione fortissima di come ognuno di noi sia figlio della propria storia e di scelte antiche, anche se raramente ci pensiamo. (Io ho guardato indietro e mi sono reso conto che non esisterei, e non sarei qui a scrivere questa newsletter, se la mia bisnonna materna non avesse tenuto da parte un piatto di cipolle ripiene per farsi notare da quel giovane operaio che era entrato nell’osteria di famiglia: lui non sarebbe diventato suo marito e sarebbe mancata all’appello un sacco di gente. E se mia madre non si fosse lasciata convincere all’ultimo minuto dalla sua amica Maura ad andare a una festa fuori Milano la sera dell’ultimo dell’anno del 1967 dove avrebbe conosciuto mio padre).
Questo tema sta particolarmente a cuore a Carrère che ha scritto la sua tesi di laurea sull’Ucronia, sull’esercizio di immaginare cosa sarebbe potuto succedere se un evento storico fosse andato diversamente (se Napoleone avesse vinto a Waterloo o se Hitler avesse vinto la guerra contro i russi, dove sarebbe andato il mondo?) e nel suo nuovo libro applica questo concetto alla sua famiglia.
Così, quando l’ho incontrato per intervistarlo, abbiamo cominciato proprio da qui: «Sì, è vero – mi racconta – tendiamo a pensare all’Ucronia in termini storici, ma di fatto riguarda anche le nostre vite individuali ed è un po’ anche il principio di questo libro. Come sarebbe stata la nostra vita se a un certo punto avessimo preso un’altra strada? È una cosa che non sapremo mai, ma credo che avere la consapevolezza di questi bivi e del fatto che la nostra vita avrebbe potuto essere diversa rappresenta una specie di piccola lotta individuale contro il determinismo storico».
Emmanuel Carrère ha scritto la storia dei suoi genitori, Hélène e Louis, ma ancora di più ha fatto un viaggio alle radici familiari lungo un secolo. Soprattutto nelle radici materne, che sono prussiane, russe, georgiane. Sono vite incredibili, famiglie che esplodono, che si disperdono, che tramandano dolore e verità taciute per anni. «I miei genitori sono morti tre anni fa, entrambi erano molto anziani, avevano 94 e 93 anni, e io stesso non ero più proprio un giovanotto, avevo 65 anni. Ma anche a 65 anni ci si ritrova orfani, cioè ci si ritrova a occupare un posto diverso nel mondo. In quel momento è nato il bisogno di questo libro, perché di colpo ci si interessa di più a una dimensione verticale: alla dimensione delle relazioni con le generazioni che ci hanno preceduto, con le nostre origini. Così, dopo la loro morte ho iniziato ad aver voglia di raccontare la loro vita e poi sono risalito alla vita dei loro genitori, fino ad arrivare alla vita dei miei bisnonni abbracciando così quattro generazioni».

Il titolo del libro – Kolchoz – è una citazione delle grandi fattorie collettive dell’Unione sovietica, materia di studio della madre di Emmanuel, Hélène Carrère d’Encausse, ma anche un ricordo felice: «Quando mio padre era in viaggio io e le mie due sorelle mettevamo cuscini e materassi intorno al letto di mia madre e dormivamo con lei. Era un rito che ci piaceva moltissimo e che chiamavamo: fare kolchoz. Due giorni prima della morte di mia madre, con le mie sorelle ci siamo ritrovati al suo capezzale e lo abbiamo fatto per l’ultima volta. Mi commuove il fatto che questo titolo rimandi a una cosa minuscola, tenera e felice».
La grande protagonista del libro è proprio la madre, grande studiosa della Russia, scrittrice di libri di successo, presenza fissa alla televisione francese, segretaria generale dell’Académie française e consigliera di presidenti e primi ministri. Una madre con cui il figlio ha confronti e scontri terribili, che li portano a non parlarsi per anni, ma a trovare nel finale della vita un filo comune che recupera il grande amore dell’infanzia.

Una donna di studio, rigore, onori e potere. Una donna che non ha mai mostrato debolezza ma che ha speso la sua vita nel riscatto della caduta dei suoi genitori, tanto che Emmanuel racconta che nella sua camera da letto aveva solo un piccolo e scomodissimo divano su cui dormiva ogni notte, che preparava la sera e smontava all’alba. «Nessuno l’ha mai visto uscire dalla sua stanza se non perfettamente truccata, pettinata e vestita. Quando negli ultimi giorni, nell’hospice dove era ricoverata per le cure palliative, le è stato proposto di indossare una tuta lei è assolutamente inorridita e fino alla morte è rimasta fedele alla sua identità, ma mettendo in campo anche una grande tenerezza nei nostri confronti. Ed è questo ultimo volto di mia madre che sta al cuore del libro e che mi ha ispirato nel raccontare il suo destino».
Un libro sulla madre che non sarebbe stato possibile senza un lavoro silenzioso di ricerca, catalogazione e memoria fatto dal padre, un uomo che archiviava tutto: i compiti scolastici dei figli, le candeline delle torte di compleanno, le cartoline spedite durante le settimane bianche con la scuola, i biglietti del cinema, i programmi dei concerti… «Mio padre ha vissuto tutta la vita nell’ombra di mia madre, aveva una passione segreta per la genealogia, in modo più specifico per la genealogia della famiglia di sua moglie, in parte per snobismo, in parte per amore, in parte perché subiva la fascinazione di questo mondo dell’aristocrazia russa decaduta. Ha condotto queste ricerche per tantissimo tempo, io ne ero consapevole ma solo dopo la sua morte ho scoperto il lavoro immenso che aveva fatto e mi sono reso conto che in un certo senso mi aveva offerto questo libro».
C’è una cosa che nel libro ho dovuto rileggere tre volte perché non ero sicuro di averla capita, talmente mi sembrava incredibile: i genitori si davano del “Lei”. «Non ho mai sentito i miei genitori darsi del Tu e non lo davano a nessuno se non a noi figli, ai loro fratelli e sorelle. Si davano del Lei in parte per snobismo, perché la ritenevano una cosa chic da fare, in parte per stabilire una certa distanza. Fatto sta che per i settantacinque anni della loro convivenza si sono sempre dati del Lei. Questa è una cosa incredibile».

Grazie al lavoro del padre, Carrère ci porta a conoscere esuli russi che fuggiti a Parigi da Mosca improvvisamente perdono tutto: principesse che diventano ricamatrici, nobili che diventano tassisti o magazzinieri. «È un mondo commovente, un mondo romanzesco».
Questo rapporto con la Russia è anche un rapporto che passa attraverso i libri e gli scrittori. Quando Emmanuel ha dodici anni e sono in vacanza al mare a Biarritz la mamma compra due copie de “L’idiota” di Dostoevskij e lo legge insieme a lui. «Nella famiglia di mia madre c’era la convinzione che niente fosse meglio di Dostoevskij e insieme c’era un disprezzo generalizzato nei confronti di Tolstoj. Ma quando avevo trent’anni una notte mi chiamò il fratello di mia madre e mi disse: “Sai cosa sto facendo? Sto leggendo Guerra e pace e domani tu lo devi comprare e vedrai cosa ti succederà”. E quello sarebbe diventato in assoluto il mio libro preferito».

Nei libri di Carrère c’è spesso sofferenza, c’è la parte oscura dell’animo umano, ci sono i drammi. Questo invece, anche se contiene tanta storia dolorosa, è un libro felice perché mette a posto le cose e sembra dare un senso compiuto a tutto. «È un libro che ho scritto con gioia, anche se di fatto è una elaborazione del lutto, ma è una tristezza dolce quella che mi avvolgeva. Mi è piaciuto scrivere dei miei genitori, dei miei nonni, mi è piaciuto raccontare come ci hanno formato e sono stato triste quando ho finito di scriverlo»

Davanti alle ultime ore di vita dei suoi genitori, Emmanuel si chiede se sia meglio morire nel sonno, senza rendersi conto e senza saperlo come auspicano molti, o se sia meglio “morire da vivi” come diceva lo psicanalista inglese Donald Winnicott, con il tempo per staccarsi dalle cose e congedarsi dalla vita.
«È un grande dibattito che divide l’umanità in due tra chi preferisce l’idea di testimoniare la propria morte e chi invece spera che tutto questo accada senza alcuna consapevolezza. Questi ultimi, penso siano la maggioranza.
Io vorrei essere presente ad ogni costo, però è una cosa che dico nell’arroganza della mia buona salute. Quando si porrà davvero questa domanda, allora bisognerà vedere se avrò lo stesso coraggio, perché è un coraggio che in questo momento non mi costa nulla. Però mi viene in mente un amico che soffriva di un cancro dolorosissimo e a cui proposero di somministrare della morfina che rifiutò perché, diceva, non voleva perdersela la sua morte».
