«Sono nato e ho sempre vissuto a Milano. Ho vagabondato per le strade del centro e della periferia, ho conosciuto i cortili di ringhiera e i nobili portici, ho guardato i negozi di lusso e le bancarelle dei mercati, ho preso gli aperitivi nei luccicanti American bar e ho trascorso lunghe serate nelle vecchie osterie a tirar notte con gli amici. Di Milano pensavo di sapere tutto, ma poi è arrivata la grande nevicata». Sono passati quarantuno anni ma a Virgilio Carnisio brillano ancora gli occhi quando ricorda la straordinaria perturbazione del gennaio del 1985, quella di cui è stato il migliore testimone.

Siamo seduti sul divano del suo salotto, abita poco lontano dallo stadio di San Siro, in una casa tranquilla e luminosa. Sul muro è incollata una gigantografia che ci porta in una strada di Manhattan, è la stampa di una foto che ha scattato nello stesso anno della grande nevicata, sul tavolo ci sono tutti i suoi libri.
Virgilio Carnisio, 87 anni, è uno dei più appassionati testimoni dell’identità di una città che abbia mai incontrato. Ha fotografato Milano senza sosta per più di sessant’anni, aggiornando una grande mappa su cui segnava quartieri, strade e numeri civici in cui andava a scattare. Tutto è sempre stato catalogato e oggi nel suo archivio ci sono 25mila foto stampate e 120mila negativi.
Nessun paesaggio, niente natura: «Mi piacciono le vie strette, i cortili, le osterie, i centri storici e la gente. Non mi piacciono i panorami, mi mettono l’angoscia. Io amo le città».

Carnisio è nato il 30 dicembre del 1938 al fondo di via Sardegna, quasi in Piazza Tripoli: «Dove oggi c’è la circonvallazione, allora scorreva l’Olona, c’erano i prati ma era inquinatissimo, tutti lo usavano come scarico, e d’estate puzzava in un modo terribile». La prima cosa che capisco, mentre lo ascolto, è che in lui c’è molta memoria ma nessuna idealizzazione del passato. Gli piace ricordare ma non pensa che il meglio sia tutto alle spalle. L’unica cosa di cui sente davvero la nostalgia è la neve.
Sono a casa sua perché un anno fa al Mia, la fiera milanese dedicata alla fotografia, ero rimasto colpito dall’immagine di un gruppo di persone in fila indiana in mezzo alla neve davanti al Duomo. Era una foto di Carnisio e grazie a Claudio Argentiero dell’Archivio Fotografico Italiano, ho scoperto il suo lavoro.
Anch’io ricordo bene la storica nevicata del 1985 e di averla sentita prima ancora di averla vista, nel senso che quella mattina di lunedì 13 gennaio c’era un silenzio strano perché totale: nessun rumore. Qualcosa di eccezionale.
Carnisio prende un bel libro, curato da Alfiuccia Musumeci, e mi legge un passaggio del suo diario di quei giorni: «All’alba un insolito chiarore entra nella stanza e i rumori giungono smorzati: la neve continua a cadere compatta e la città si fa bianca, continuerà così per altri tre giorni. Con la macchina fotografica al collo mi avvio per la solita strada, non passa alcun tram e le rare auto vanno a passo d’uomo attente a non sbandare ma presto si fermeranno definitivamente accanto al marciapiede… Ora si affonda, ora si procede a fatica, se qualcuno cade lo si aiuta prontamente. Non solo la città è cambiata, anche i milanesi, che solitamente vanno di fretta, adesso si fermano a guardare: siamo stupiti, ci sorridiamo, forse siamo più buoni: la neve ha fatto il miracolo».



Di mestiere Virgilio faceva l’assicuratore, nel ramo aviazione: «Lavoravo alla Ras in Corso Italia e fotografavo sempre nella pausa pranzo, il venerdì pomeriggio, tutto il sabato, la domenica e durante le ferie. Ho vissuto questa grande passione in modo totalizzante e ho documentato la trasformazione di Milano, dalle macerie della guerra ai grattacieli, ma tenendo sempre al centro le persone».
A metà degli Anni Settanta pubblica un libro sulle vecchie osterie: «Ogni mattina libera camminavo e fotografavo per un paio d’ore, poi a mezzogiorno entravo in una osteria, mangiavo un uovo sodo col pepe o col sale e prendevo un bianchino. Si parlava un po’ di tutto. Ripartivo, facevo un’altra ora di foto e poi passavo da un’altra osteria. Allora si cominciava a essere un po’ più brilli e si finiva a parlare del mondo e di come risolvere i problemi».
Delle osterie e dei bar gli mancano le canzoni e le discussioni: «C’era un’atmosfera che non c’è più: ancora negli Anni Ottanta sopra al bar Jamaica suonavano il piano. Il pianista era un grande personaggio e diceva: “Ragazzi, parlate pure, io suono lo stesso, ma meglio che parliate perché bisogna comunicare”. Adesso è un po’ diverso, anche se io ho ancora i miei posticini: un bar dove prima erano tutti pregiudicati adesso è tenuto da una famiglia cinese e si è ripulito, la città continua a trasformarsi!».


Gli è sempre piaciuto cercare un senso e un filo nei suoi viaggi dentro la città: «Dopo le osterie, sul finire degli Anni Settanta ho fotografato i manifesti politici e sociali per più di un anno, poi i numeri civici, le insegne dei negozi, le lapidi (diventate il libro: “Milano ricorda”) e l’immagine della donna nella pubblicità degli Anni Ottanta». Nella sua lunghissima vita di fotografo è tornato molte volte negli stessi posti, anche a distanza di anni, il luogo che ha amato di più è il numero 18 di Corso San Gottardo, il cui cortile interno si collega con via Ascanio Sforza: «Adesso è tutto restaurato e infiorato, prima c’erano gli artigiani, adesso è tutto un giardino. Ai miei occhi appare snaturato».
Mi racconta che al quartiere Isola tutte le case di ringhiera avevano il campo per le bocce nel cortile, un’osteria interna, bambini che giocavano ad ogni ora e portinaie severissime che dovevano tenere l’ordine. «Oggi quella vita sociale e quella condivisione sono scomparse ma bisogna riconoscere che si vive molto meglio, allora tutto era scomodo, faceva freddo e non c’erano i bagni in casa ma si doveva uscire sui ballatoi».


Oggi Virgilio non riesce più a fare i suoi giri per problemi alle gambe e gli manca il gusto di fotografare la sua città: «Anche dopo tanti anni non provo nostalgia ma proprio amore. Anche se Milano è cambiata tantissimo, nella sua promessa è rimasta la stessa: è un luogo che offre tantissime opportunità, in cui hai la sensazione di poter fare tutto. In tutta la mia vita sono stato tre volte alla Scala ma sapere che è lì è bellissimo, sapere che ci sono i musei, che arrivi ovunque con la metropolitana, che c’è il cinema al mattino sono cose che ti fanno sentire libero di scegliere. La libertà e le possibilità sono la cifra della città».
Testimone dei grandi cambiamenti, la ricostruzione dopo la guerra – «ricordo il trenino che trasportava le macerie e la nascita della Montagnetta, che altro non è che un cumulo di detriti» -, l’arrivo degli immigrati dal Sud, le proteste studentesche, la stagione dell’eroina e quelle dell’Aids, poi la “Milano da bere” degli Anni Ottanta – «la novità furono le discoteche, oltre che il trionfo dei marchi di moda, in quel decennio la città è cambiata parecchio» – Virgilio pensa che la vera novità sia la trasformazione di Milano in una città turistica. «Non me lo sarei mai immaginato, è certo un bene per i negozi e per l’economia ma ha portato anche un aumento dei prezzi che paghiamo tutti: le osterie e le trattorie si chiamano ancora così sulle insegne ma il conto è quello dei ristoranti!».


Il luogo del cuore di Virgilio Carnisio è l’area centralissima e antichissima delle Cinque Vie con Piazzetta Borromeo: «Amo via Santa Marta e mi ha sempre affascinato che in quel dedalo di stradine fino a pochissimi anni fa ci fossero ancora le macerie di un palazzo bombardato del 1943».
Gli avevo proposto di fare il gioco delle cose che gli mancano, di cui ha nostalgia, ma lui ha ribaltato il discorso e ha cominciato a raccontarmi le cose che invece “NON” gli mancano: «Non rimpiango il sistema scolastico che era troppo rigido, come lo era la società quando ero ragazzo. Non rimpiango la periferia povera, piena di baracche e di desolazione. Non rimpiango la nebbia e lo smog. Certo la nebbia era bellissima da fotografare ma era un macello andare in giro, ricordo una volta agli inizi degli Anni Sessanta di essermi dovuto fermare, mentre ero in via Vincenzo Monti, perché non riuscivo a vedere nemmeno dov’era il marciapiede. Ci siamo dimenticati anche dell’aria terribile che respiravamo: lavavi la macchina la mattina e il pomeriggio era già di nuovo coperta di fuliggine grigia, tale che potevi scriverci con il dito. E poi la città era grigia e i palazzi scrostati, lo era perfino la chiesa di Santa Maria delle Grazie. Oggi è fantastico come sia tutto curato e rinnovato, lo posso dire perché sono uno che gira la città da quasi novant’anni».

Alla fine insisto per sapere almeno una cosa che gli manca, oltre alle sue osterie, ci pensa e poi alza la voce: «I negozietti, i piccoli negozi di zona: non è possibile che per comprare un litro di latte bisogna andare al supermercato e poi fare la coda alla cassa. I negozietti erano un luogo in cui si stabilivano rapporti di fiducia, in cui si poteva aprire il conto e pagare alla fine della settimana, in cui ci si teneva informati sulla vita del quartiere, erano spazi di welfare. Ecco la cosa che mi manca di più».
L’uomo che non coltiva la nostalgia mi mostra il suo archivio sul computer, mi fa vedere il suo account Instagram e prima di salutarmi mi propone una passeggiata con lui alle Cinque Vie: «Bisogna sempre guardare le cose con uno sguardo nuovo e curioso, così non ci si stanca mai». Siamo d’accordo di andarci dopo Pasqua.
