Cerca
Close this search box.
6 Marzo 2023

Il giornalista non ha amici

Avere fatto il direttore per dieci anni mi ha riempito la vita di cause civili e penali portate avanti da chi si è sentito diffamato da articoli scritti dai giornalisti delle testate che dirigevo. Una gran parte di queste querele - e questo è un male italiano – sono infondate e figlie della voglia di intimidire o di zittire le critiche. Una sentenza pronunciata questa settimana a Firenze è una boccata d’ossigeno, per me e per l’informazione.
CONDIVIDI SU
Facebook
Twitter
WhatsApp

Ogni anno viene pubblicata la classifica mondiale della libertà di stampa e l’Italia non è mai messa troppo bene, lo scorso anno è scivolata al 58esimo posto, dietro la Romania e ben lontana da Norvegia, Danimarca e Svezia (che occupano le prime tre posizioni) ma anche da Germania (16esima), Gran Bretagna (24) e Francia (26). Al fondo della classifica che viene stilata dall’organizzazione Reporter senza frontiere ci sono l’Iran, l’Eritrea e la Corea del Nord. Ma perché siamo messi così male? La risposta non è quella che molti vorrebbero sentire, ovvero che è colpa dei giornalisti che non fanno bene il loro lavoro, ma il contrario: la libertà di stampa è in crisi perché ci sono troppi cronisti minacciati dal crimine organizzato e sotto scorta, perché c’è un ricorso fuori misura alle querele, usate dai poteri politici ed economici per silenziare l’informazione, e infine perché la diffamazione in Italia è ancora un reato penale che prevede il carcere.

Nel 2015 a Bagnaia ho moderato il convegno “Crescere tra le righe” che ha visto la presenza dei direttori dei principali quotidiani americani

Da quattro anni non sono più direttore di un giornale, dopo esserlo stato per un decennio, ma ancora ogni settimana devo firmare nomine di avvocati, presentarmi dalla Polizia o dai Carabinieri per essere identificato in un procedimento e ricevo un report sulle cause in corso. Come direttore responsabile, prima de La Stampa e poi de La Repubblica, ho ricevuto talmente tante querele da averne perso il conto. Ricordo quelle dei politici, sempre per aver raccontato fatti che poi si sono dimostrati essere realmente accaduti, quelle di persone che sono state indagate per crimini di ogni genere e che non gradivano ne fosse data notizia, fino alle più curiose, come quella della proprietaria di un ristorante cinese emiliano che mi ha dato il tormento per tre anni perché in un articolo sul sito si raccontava che nella sua cucina era stato trovato dai NAS del pesce scaduto da un anno. 

Grazie al cielo non sono mai stato condannato ma il tempo perso, le migliaia di ore di lavoro degli avvocati, le spese sostenute dagli editori e l’inutile ingolfamento del sistema giudiziario sono uno scandalo.

Da anni penso che ci vorrebbero leggi più efficaci per punire le querele temerarie, cioè quelle che sono chiaramente pretestuose, e che i giudici dovrebbero usare gli strumenti che già hanno per sanzionare chi ricorre al tribunale in modo infondato. Non accade praticamente mai. Ma, con mia grande sorpresa, è successo questa settimana.

Una causa particolarmente spiacevole che mi ha riguardato, promossa da Andrea Ceccherini – presidente dell’Osservatorio Giovani editori che porta avanti da anni il progetto “Il quotidiano in classe” – chiedeva un risarcimento di centinaia di migliaia di euro per un’inchiesta pubblicata da Il Venerdì di Repubblica in cui il giornalista Claudio Gatti metteva in fila, con accenti critici, una serie di anomalie sulle attività dell’Osservatorio.

Il primo marzo, la giudice Susanna Zanda, della seconda sezione civile del Tribunale di Firenze, ha emesso la sua sentenza, secondo la quale «l’azione proposta contro i giornalisti, l’editore e il direttore di Repubblica è risultata palesemente infondata e temeraria». Inoltre, ha condannato Ceccherini «al pagamento del doppio delle spese legali a titolo di indennizzo per abuso del processo».

L’inchiesta pubblicata su Il Venerdì di Repubblica in cui il giornalista Claudio Gatti ricostruisce il mondo di Andrea Ceccherini e riporta una serie di anomalie sulle attività dell’Osservatorio Giovani editor

La sentenza è un richiamo importante al diritto d’informazione e al valore del giornalismo d’inchiesta e ricorda come in una società democratica la critica sia legittima e sia da tutelare l’interesse collettivo a conoscere.

Per me personalmente c’è qualcosa di più, che vi voglio raccontare. Conosco Andrea Ceccherini da anni, mi ha invitato più volte a intervenire al suo convegno “Crescere tra le righe” a Bagnaia, in Toscana, dove nel 2015 – da direttore de La Stampa – ho moderato l’unico confronto che ci sia stato tra i direttori dei quattro principali quotidiani americani. Ero quindi considerato “un amico” dell’Osservatorio e dei suoi progetti.

All’inizio del 2018 – quando ero passato a dirigere La Repubblica – il giornalista Claudio Gatti, famoso per i suoi articoli pubblicati su molti giornali, dal Sole 24 Ore al Corriere della Sera fino al New York Times, mi ha proposto un’inchiesta che stava completando sul mondo di Ceccherini. Sui numeri della sua attività, sui suoi guadagni e soprattutto sul valore reale del progetto del giornale distribuito nelle scuole. Secondo una certa logica avrei dovuto dirgli che non ero interessato o peggio avrei dovuto soffocare l’iniziativa. Invece gli ho risposto che l’avrei letta con attenzione e solo dopo avrei deciso se pubblicarla. Quando me l’ha mandata, alcune settimane dopo, ho capito che era un lavoro serio, approfondito e solidamente argomentato (come oggi riconosce il Tribunale) e ho deciso di pubblicarla su Il Venerdì. Sapevo che mi sarei attirato problemi, ire e anche il fastidio di un mondo editoriale che ha sempre sostenuto il progetto, ma ho fatto la mia scelta giornalistica.

Ceccherini, che pure è promotore di un’iniziativa che vuole educare alla lettura e alla cultura dei giornali, ha invece scelto di dare una lettura completamente diversa alla storia e ha pensato e scritto che la mia era una scelta diffamatoria consapevole mossa da altri fini, tanto da portarmi in Tribunale.


Quattro anni dopo, la lettura della sentenza (chi avesse tempo e voglia di leggerla integralmente la può trovare qui) è stata una boccata di ossigeno e mi ha riportato in mente le parole del primo insegnante della scuola di giornalismo che si divertiva a ripetere: “I giornalisti non devono avere amici e la sera dovete mangiare da soli”.

Altre/Riflessioni

Ci sono altre storie da raccontare su questo stesso tema.

L’urgenza e l’importanza

Una pausa e un consiglio

Ecco cos’è la dottrina Mitterrand

Non tutto è da buttare

Ci sono altre storie
da raccontare

Iscriviti alla mia newsletter per riceverle in anteprima  e gratuitamente ogni settimana

I tuoi interessi: cosa segui?

Sei più interessato al passato o al futuro?

ISCRIVITI/NEWSLETTER

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere storie come questa in anteprima. ☕️ Ogni venerdì mattina, in tempo per il caffé.