Ognuno di noi è cresciuto con l’idea religiosa del miracolo, ci siamo formati con quelli compiuti da Gesù, abbiamo provato a immaginare come fosse possibile che l’acqua diventasse vino, che i pani si moltiplicassero, che un uomo cieco dalla nascita recuperasse la vista o un paralitico tornasse a camminare. Poi, crescendo, abbiamo studiato “Il miracolo economico”, abbiamo sentito la politica raccontarci di nuovi miracoli italiani e oggi, stanchi di promesse pubbliche e conseguenti delusioni, non abbiamo comunque smesso di credere perché siamo circondati da farmaci miracolosi che promettono di farci dimagrire in poche settimane e senza sacrificio, da algoritmi che dovrebbero intuire miracolosamente i nostri bisogni e dall’intelligenza artificiale che sembra fatta per risolvere ogni problema. Il tutto cancellando tempo e fatica.

Mi interessa il tema dei miracoli, a cui è dedicato il nuovo numero di Volume (il trimestrale che dirigo, prodotto da Chora e pubblicato con Feltrinelli), perché è sintomo di ciò che speriamo, di ciò che immaginiamo e vogliamo vedere per vivere meglio.
Miracolo è un concetto che, in questo numero di Volume, prende la forma della speranza, dell’empatia, della solidarietà, dello stupore, dell’ironia, della ribellione all’algoritmo, della favola, ma anche della canzone e della poesia.
Per non perdersi in un mondo difficile da comprendere, ma per ritrovare uno sguardo capace di vedere ciò che potremmo considerare ordinario ma che, se ben guardato, è speciale.
L’immagine di copertina è di Martin Parr, grande fotografo inglese da poco scomparso, a cui abbiamo dedicato anche un ampio portfolio. Parr era un uomo riservato e di poche parole, ma capace di vedere nella quotidianità che lo circondava dettagli preziosi e inattesi. In Parr il miracolo si può leggere nei piccoli gesti di ogni giorno, negli scostamenti quasi impercettibili che rendono una situazione normale degna di attenzione o che regalano un sorriso.
Amo molto la foto che abbiamo messo in copertina: due bambini che mangiano il gelato, il gelato cola e loro si sporcano ovunque. Immagino i genitori che si lamentano, che cercano una fontanella per pulirli, ma è sicuramente l’immagine di un momento felice. Uno di quei piccoli miracoli del quotidiano, fatti di spontaneità e tenerezza a cui di solito facciamo poco caso ma che poi rimpiangiamo.

Quando ho chiesto a Emmanuel Carrère di poterlo intervistare sui miracoli mi ha detto immediatamente di sì, ma, prima ancora che gli spiegassi il motivo della mia richiesta, mi ha fatto segno di aspettare e ha premesso che avremmo avuto bisogno di tempo perché le sue risposte sarebbero state lunghe e dense. Prima di cominciare gli ho preparato un caffè nella cucina della redazione di Chora e lui mi ha raccontato che il miracolo è un tema che lo ha affascinato e tormentato a lungo, è un filo che attraversa i suoi libri, che parte necessariamente dalla religione e dalla speranza, per arrivare a un presente così veloce, rumoroso e tecnologico da aver trasformato i miracoli in qualcosa che ci fa paura: «Non li desideriamo, anzi, siamo terrorizzati dai miracoli che ci aspettano».
Quando parla di “miracoli” Emmanuel Carrère lo fa partendo dalla definizione letterale: “Evento straordinario, inspiegabile secondo le leggi di natura”. Non possiamo non vedere, secondo lo scrittore francese, che siamo circondati da eventi straordinari che non avremmo mai immaginato, come Internet o l’intelligenza artificiale. E che questi salti nell’ignoto ci lasciano sgomenti. La salvezza però, e ci arriveremo solo alla fine del nostro incontro, abita in un altro tipo di miracoli, molto meno visibili, silenziosi e quotidiani.

Carrère ragiona sulla presenza dell’idea di miracolo nei suoi libri, partendo dal “Regno” e arrivando all’ultimo “Kolchoz”, dove gioca molto con il concetto di ucronia – l’esercizio di immaginare cosa sarebbe accaduto se un fatto storico fosse andato diversamente – e prova a pensare a come sarebbe stata la sua vita se le cose avessero preso una strada diversa, convinto che il “vero miracolo” sarebbe poter tornare indietro e correggere gli eventi.
Io, nei suoi libri, ho trovato il miracolo nella capacità di superare difficoltà immense, nella possibilità di trovare risorse sconosciute dentro di noi. Come in “Vite che non sono la mia” dove c’è la forza di sopravvivere al dolore più grande di una coppia di genitori francesi che perde la figlia di quattro anni a causa dello tsunami del 2004 in Sri Lanka.
Ed è partendo da qui, da questa capacità di sopravvivere, che Carrère mi ha regalato il finale migliore e la sintesi perfetta su cosa dovremmo considerare oggi miracolo, lo ha fatto citando una frase della filosofa Simone Weil: «Lei dice che nell’immaginazione, nella finzione, il male è appassionante e seducente, mentre il bene è noioso, non interessante. Lo si trova anche nei miei libri: quando ho scritto “L’Avversario”, la storia di Jean-Claude Romand (che nel 1993 ha ucciso la moglie, i figli e i genitori per evitare che scoprissero due decenni di menzogne, ndr) ho pensato che fosse lui il personaggio appassionante, non la sua famiglia, non le vittime. È un pensiero molto frequente, molto naturale. Ma Simone Weil sottolinea che invece nella vita reale il male è noioso, mediocre ed estremamente diffuso, mentre il bene è estremamente raro e appassionante. Credo che bisognerebbe ricordarsi più spesso di questo: il bene è un miracolo. Il male è la norma, e il bene è un miracolo».

In questo numero di Volume hanno scritto: Vasco Brondi, Antonella Lattanzi, Antonio Pascale, Michele Masneri, Marco Damilano, Don Gabriele Vecchione, Angelo Carotenuto, il direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco, e molte firme della squadra di Chora: Silvia Berzoni, Simone Pieranni, Silvia Nucini, Sara Poma, Silvia Bombino, Leonardo Mazzeo, mentre la playlist è del cantautore Dente e la poesia è stata scritta apposta per noi da Lorenzo Cherubini Jovanotti.