Da molto tempo mi chiedo se sia possibile un’informazione che contenga speranza, che costruisca relazioni e fiducia tra le persone. Ma cosa si può fare? Ieri mattina ne ho parlato aprendo il Giubileo del mondo della comunicazione, dove è intervenuto Papa Francesco, insieme alla premio Nobel per la pace Maria Ressa e allo scrittore Colum McCann.
Questo è il mio discorso.

La domanda da cui partire credo che non possa che essere questa: si può ancora comunicare la speranza o potremmo anche dire: si può ancora comunicare CON speranza? O quella dei nostri giorni è solo una narrazione disperata?
Un’informazione in cui il male è protagonista assoluto, in cui la cronaca nera è il nostro pane quotidiano.
Un’informazione in cui la rabbia e l’odio sono l’aria che respiriamo, in cui la propaganda costruisce ogni giorno un nemico, un colpevole, qualcuno a cui addossare la colpa delle nostre fatiche, dei nostri dolori e delle nostre paure
Un’informazione in cui ci abituiamo a coltivare la diffidenza, a vedere negli altri non degli esseri umani, non delle persone che ci somigliano e che hanno i nostri stessi bisogni, i nostri stessi desideri, i nostri stessi sogni e anche le nostre stesse paure, ma qualcuno da tenere lontano, qualcuno da considerare avversario se non nemico.
Il male va raccontato, nessuno qui immagina e non lo faremo questa mattina, che il racconto della realtà debba essere colorato di rosa, che i fatti tragici, dolorosi e negativi vadano taciuti, che si debba immaginare una realtà alternativa buona e rassicurante.
Ma la narrazione del male non può essere l’unica, non può occupare tutto lo spazio, non può essere la sola chiave di lettura del mondo, non può essere il motore dell’informazione.
Perché anche dentro il male esistono e si possono vedere elementi di bene, ci sono persone e momenti che parlano una lingua diversa, segni di resistenza, di costruzione di situazioni alternative.
Ma sembra che siamo diventati incapaci di coglierli.
Eppure, sono quelli i momenti di salvezza, quegli esempi di bene sono gli appigli che ci aiutano a non cadere nel baratro a non diventare preda della disperazione, sono quelle le cose che ci possono parlare di speranza e che ci possono aiutare a ricostruire la fiducia negli altri e nell’umanità.
Il mondo non è tutto nero, cupo e spaventoso.
Guardiamoci intorno e se ci togliamo le solite lenti noteremo un esercito di persone che ogni giorno costruisce cose buone, tiene relazioni, si prende cura, non si tira indietro, fa costantemente la sua parte.
C’è chi cerca di risolvere le situazioni, chi interviene, chi si sacrifica, chi si occupa, chi cura, chi cerca la verità, chi si batte per la giustizia, chi resiste.
Dobbiamo stare dalla loro parte, dobbiamo sposare il loro punto di vista, non quello della resa all’ineluttabilità del male
Ci deve essere salvezza.
Ci può essere salvezza.
Le persone più importanti per cambiare i termini di questo discorso sono in quest’aula oggi.
Ci vuole responsabilità, la responsabilità di non cavalcare il male nella convinzione che questo funzioni, ci regali ascolto e attenzione.
È una soluzione troppo facile e troppo semplice.
Il male è un carburante che brucia in fretta ma lascia solo macerie.
Un’informazione che racconta ossessivamente solo il male distrugge la società, ci sottrae la possibilità di vivere e costruire, ci toglie fiducia e soffoca la speranza.
Ma così facendo finiremo per smarrire il senso della nostra missione e ci ridurremo ad essere seminatori di rabbia, di disperazione, di odio.
Invece abbiamo la possibilità di essere seminatori di speranza, costruttori di senso, artefici di cambiamento.

Il buon comunicatore ci ha detto ieri Papa Francesco fa sì che chi ascolta, legge o guarda possa essere partecipe, possa essere vicino, possa ritrovare la parte migliore di se stesso ed entrare con questi atteggiamenti nelle storie raccontate.
Dobbiamo sapere che abbiamo la possibilità di scegliere da che parte stare.
E lo possiamo fare ogni giorno.