17 Maggio 2025

Ogni vita è un progetto

Oltre ai bisogni fondamentali ci sono anche i sogni e i desideri. E questo è vero per tutti, anche per le persone che vivono nella difficoltà. Per questo l’Ufficio Pio da oltre 400 anni aiuta le persone che hanno bisogno, non solo a sopravvivere ma a vivere senza rinunciare alle loro aspirazioni e talenti. In un podcast in 4 puntate che esce oggi e che presenterò al Salone del libro di Torino racconto alcune di queste storie, che ci mostrano con chiarezza come sia possibile fare la differenza nell’aiutare chi è in difficoltà a ricostruire un progetto di vita.
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Il cammino di una vita non è mai lineare, ci riserva sorprese, conquiste, ma anche cadute inaspettate, difficoltà e smarrimento. Spesso è difficile rimettersi in piedi e riuscire a proseguire: quelli sono i momenti in cui le persone che incontriamo sulla nostra strada possono fare la differenza. Da tempo raccolgo storie di chi è riuscito a farcela perché nei passaggi più difficili ha trovato una mano capace di fare la differenza. La mano può essere quella di un amico, ma anche di uno sconosciuto o di chi da molto tempo si è dato la missione di salvare progetti e percorsi di vita.

Dylan Pesce in studio di registrazione mentre suona la sua chitarra

L’immagine migliore per spiegare tutto me l’ha regalata Dylan, un ragazzo argentino di 22 anni, che ho incontrato all’inizio della primavera: «Se io penso all’aiuto che ho ricevuto immagino un salvagente, qualcosa che mi ha permesso di restare a galla, di non finire con la testa sott’acqua. La mia vita stava naufragando, invece mi hanno offerto un appiglio e da quello ho potuto ricominciare». 
Dylan Pesce, il cognome gli arriva da un bisnonno di Alessandria emigrato in Argentina, è nato a Buenos Aires e quando aveva cinque anni si è trasferito con la madre in Patagonia. Marina faceva la ballerina di tango, poi decidono di fermarsi a Bariloche, sotto le Ande e la madre apre uno studio come podologa. Dylan inizia a studiare musica, si innamora del jazz e tutto sembra andare bene.

Poi arriva la pandemia, lo studio chiude e si devono reinventare un modo di vivere: vendono tutto quello che hanno, comprano un camper e si mettono in viaggio. Iniziano a girare l’Argentina vendendo nei mercati cosmetici prodotti dalla madre. Il loro non è un girovagare senza meta, hanno un piano preciso: vogliono mettere da parte abbastanza soldi per trasferirsi in Italia. Hanno in mente di avviare le pratiche per ottenere la cittadinanza, rivendicando le origini di quel bisnonno piemontese. 

Servono due anni, ma alla fine riescono a partire e atterrano in Italia. Fanno tutti i documenti e cominciano ad aspettare, per quattro mesi vivono a Torino, poi si trasferiscono a Rapallo nella casa che un’amica gli affitta a poco prezzo, perché i risparmi iniziano a scarseggiare e senza documenti non si può lavorare. «Era un tempo sospeso, senza certezze. Io intanto – mi racconta – studiavo tutto il giorno l’italiano e continuavo a suonare». 

Finché un pomeriggio, mentre Dylan sta uscendo di casa, la madre crolla a terra incosciente. «Non riesco a risvegliarla, chiamo l’ambulanza e la portano in ospedale a Genova. Aveva avuto un ictus, se io fossi uscito un minuto prima l’avrei persa per sempre». Incomincia un’altra attesa angosciante che dura più di tre mesi: «Un tempo in cui non ho vissuto, aspettando solo di sapere come sarebbe stato il futuro della mamma: una vita normale o un’esistenza costretta su una sedia a rotelle».
In quel momento la mano che si allunga è quella di Don Paolo, il parroco di San Michele di Pagana, e delle signore del coro: «Mi hanno supportato in mille modi, non solo con il cibo o economicamente, perfino lasciandomi suonare il piano in Chiesa tre o quattro volte la settimana».

Insieme a Dylan mentre registriamo il podcast “Ogni passo”

La madre finalmente esce dall’ospedale, ma i soldi sono finiti, non possono più pagare un affitto. Per chiedere aiuto devono tornare a Torino, dove avevano fatto la richiesta di residenza. Vengono indirizzati a una struttura per l’emergenza freddo, un dormitorio con dei posti letto. La convalescenza della madre è difficilissima, finché non si trova un posto in una struttura gestita dal Gruppo Abele che si prende cura di lei. Dylan invece sta perdendo completamente la speranza, finché un’assistente sociale non lo segnala all’Ufficio Pio, una realtà di cui Dylan non aveva mai sentito parlare ma che gli dicono esistere da più di quattrocento anni. Nello stesso momento gli arriva un messaggio sul telefono: «Diceva di presentarsi all’anagrafe centrale. Ricordo quell’attesa silenziosa, poi ci hanno dato i documenti e abbiamo cominciato a piangere. È stato un momento molto bello, quello in cui è tornata un po’ di speranza». La madre riesce ad ottenere una piccola casa dal Comune.

In quei giorni il tempo ricomincia a scorrere: «Sono stato chiamato all’Ufficio Pio per un colloquio, mi hanno chiesto di parlare del mio progetto di vita e allora gli ho raccontato la mia storia e poi ho aggiunto: “Adesso vorrei studiare, lavorare e fare musica”».
Inseriscono Dylan nel progetto “Primo Piano”, che si rivolge a persone che hanno perso casa e lavoro. Il programma li aiuta a gestire il presente e a costruire un futuro. 
Gli viene assegnato un monolocale a prezzo calmierato nell’ambito di un progetto di coabitazione giovanile e nella casa popolare dove si trasferisce deve fare delle attività per aiutare persone che vivono nella solitudine e nell’emarginazione. 

«Da quel punto fermo tutto ha ricominciato a girare». Si iscrive all’università dove comincia a studiare “Global Law”, una specie di giurisprudenza internazionale, svolge il Servizio Civile presso l’Unione Ciechi – «Assisto persone con disabilità visive, le accompagno dal medico, a fare la spesa o semplicemente faccio loro compagnia per una passeggiata» – e arrotonda suonando musica. 

Gli chiedo quali siano le parole che auspica per il suo futuro, mi risponde con due aggettivi: «Stabile e felice». Poi aggiunge: «Ho imparato cosa significhi non essere lasciati soli e questa è la lezione più importante della mia vita».

Quella di Dylan è una storia dei giorni nostri. Ma di storie come la sua, Fondazione Ufficio Pio, ne ha incontrate tante nei suoi 430 anni di vita. È il 1595 quando la Compagnia di San Paolo fonda l’Ufficio Pio per dare assistenza a persone che vivono in povertà. Lungo i decenni e i secoli le sue attività si ampliano e nascono diversi progetti. Sempre di più, la priorità diventa quella di coinvolgere attivamente le persone, partendo dal loro progetto di vita. L’idea è di non occuparsi solo dei bisogni ma di valorizzare le possibilità e le attitudini, per immaginare un futuro diverso.

La storia di Dylan l’ho incontrata mentre mi raccontavano le iniziative della Fondazione per l’anniversario dei suoi 430 anni e la sua avventura insieme a quella di altre persone che hanno cominciato un nuovo percorso sono diventate un podcast in quattro puntate che si chiama “Ogni Passo. Storie di vite che ripartono”. 

Il legato del 1595 con cui viene costituita la Fondazione Ufficio Pio

Storie come quella di Francesca che oggi ha 26 anni, e vive in un quartiere della periferia nord di Torino. La madre ha una grave malattia psichiatrica da molti anni e il padre, che fa il casellante in autostrada, dodici anni fa si è trovato a doversi occupare della moglie e delle tre figlie. La più grande era appena entrata al liceo mentre Francesca e la sua gemella erano ancora alle medie.
Una situazione difficilissima, ma il padre le incoraggia a non mollare: Francesca si iscrive in un liceo del centro e a 17 anni inizia anche a lavorare: dà ripetizioni, fa la baby sitter e anche le pulizie a casa di una signora anziana del suo quartiere, con la quale costruisce un rapporto profondo di amicizia.

In quarta liceo le offrono un lavoro fisso in un’azienda, pensa di smettere di studiare ma è un’insegnante a fare la differenza: «Ho conosciuto una professoressa che per me è stata una grandissima fonte di ispirazione e lo è tuttora. Vederla vivere con passione mi ha contagiato». Ma le spese universitarie però sarebbero state un vero problema ed è qui che la scuola le ha indicato una possibilità: il progetto Percorsi della Fondazione Ufficio Pio, che dà la possibilità di ricevere un sostegno economico per proseguire gli studi. Il progetto aiuta gli studenti moltiplicando per quattro, ogni mese, i risparmi di uno studente o della sua famiglia, così da poter affrontare le spese legate agli studi, come quelle per le tasse universitarie o l’abbonamento ai mezzi pubblici. 

Il personale della Fondazione Ufficio Pio 

«Il progetto Percorsi – mi ha spiegato Francesca che sta per concludere la laurea magistrale – offre anche sovvenzioni per supporto psicologico, che io ho usato molto, e poi ho avuto la possibilità di comprarmi molti libri. Non posso dire affatto, nei miei quasi 25 anni, di essere una persona risolta. Mi rendo ancora conto di avere tante difficoltà. Però quello che apprezzo oggi di me è che in un modo o nell’altro provo sempre a tirarmi fuori e a trovare il bello nelle cose».

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