Dopo il mio esame di quinta elementare mio nonno Mario mi chiese che regalo volessi, io risposi che sognavo di avere un canotto gonfiabile, immaginavo che lo avrei potuto usare per andare in mare ma anche come piccola piscina riempiendolo d’acqua. Mi disse che prima, però, mi avrebbe portato con lui, per due settimane, nell’azienda tessile che aveva costruito insieme a mia nonna. Ricordo la prima mattina, mia madre che controlla che io sia ben pettinato mentre il nonno mi aspetta in macchina fuori dal cancello. L’arrivo in azienda, nell’ufficio contabilità, dove era pronto un posto per me. Sulla scrivania c’erano dei grandi schedari che contenevano fatture, lettere, bolle di pagamento e numerose cartelle con i nomi dei fornitori e dei clienti. Era tutto in disordine, mi spiegarono che avrei dovuto rimettere ogni cosa al suo posto e in rigoroso ordine alfabetico. Fu un lavoro bellissimo, mi piaceva fare ordine e mi piaceva ascoltare i discorsi dei grandi, mi piaceva la pausa caffè alla macchinetta, dove io prendevo la cioccolata.

All’ora di pranzo tornavo a casa con il nonno e mangiavo con lui, poi alle tre del pomeriggio rientravamo in ufficio per starci fino alle sette e mezza.
A metà della seconda settimana avevo finito il mio lavoro. Solo allora, finalmente, mi regalò il canotto. In quell’estate dei miei 11 anni avevo capito che le cose che conquisti con un po’ di attesa e di fatica hanno un gusto diverso.
L’ho amato tantissimo, quel canotto, che è durato una vita ed era pieno di toppe per chiudere i buchi. L’ho amato perché avevo la sensazione di essermelo guadagnato davvero.
Anche il nonno lo amavo tantissimo, se ne è andato prima che potessi prendere la patente, mi aveva promesso che mi avrebbe insegnato a guidare, come aveva fatto con lo sci. Di lui mi è rimasta l’immagine della cura e della dedizione alle cose, niente poteva essere fatto male o in modo approssimativo. Ma non era una fatica vivere così, era una cifra essenziale della sua esistenza.
Quel modo di essere l’avrei rivisto in mia nonna, che è vissuta vent’anni più di lui, e che ormai novantenne ogni mattina si alzava presto e si attribuiva una serie di compiti e di doveri per la giornata. Cose che avrebbe potuto evitare e che nessuno le chiedeva, ma che la tenevano viva.
Con lei ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili: lavare a mano ogni giorno (secondo lei, la lavatrice era stata l’invenzione più importante del secolo scorso, quella che aveva liberato le donne), procurarsi il ghiaccio in blocchi per la ghiacciaia prima dell’avvento del frigorifero, pedalare con ogni tempo per ore per andare a scuola o a lavorare, sopportare il freddo in case in cui era calda solo la cucina, il lavoro della campagna completamente manuale, i ritmi alienanti della fabbrica.
Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono le scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.

Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile.
Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo.
Allora mi torna in mente mio zio Carlo che arriva in cima a un colle, durante una gita in montagna. È a torso nudo, ha dei pantaloni in velluto alla zuava, una fascetta gialla sulla fronte e un asciugamano intorno al collo, e tutto rosso in faccia dice: «Che bella fatica abbiamo fatto».
Penso a quando gli diagnosticarono un cancro al cervello e per le cure perse la vista da un occhio ma non volle mai comportarsi da malato. Amava tantissimo sciare e qualunque attività da fare montagna, ma con la vista da un solo occhio sembrava difficile poter continuare. Fece un ciclo di cure in Francia, ci andava guidando il suo pulmino (quello con cui portava in giro la sua numerosa famiglia con sei figli) e sulla strada del ritorno passava dalla Valle d’Aosta. Era inverno, così cominciò a portarsi gli sci e a fermarsi subito dopo aver attraversato il traforo del Monte Bianco. Sciava da solo, per sentire il vento in faccia, per sentirsi vivo, per avere il tempo di reimparare a farlo con un occhio solo, per prendere le misure con la sua nuova vita.

Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.
Però, nel mezzo di questa illusione, una mattina, di fronte alle onde di un mare primaverile molto agitato, ho sentito per la prima volta dopo tanto tempo delle parole incredibili e fuori moda. Le ha pronunciate una ragazza speciale.
Avevamo appena finito una lunga chiacchierata e lei doveva allenarsi. Ha indossato la muta, ha raccolto i lunghi capelli sotto la cuffia e prima di cominciare a camminare faticosamente sulla spiaggia, verso l’acqua gelata, mi ha raccontato un’ultima cosa. Quella che ha messo in moto questo libro.
Veronica ha entrambi i piedi amputati a metà, la sabbia è un ostacolo, ma lei sorridendo si è messa in cammino.
L’ho seguita con lo sguardo finché non l’ho vista tuffarsi e nuotare verso il largo. L’ho invidiata, ho invidiato quella forza appassionata, e trovato straordinariamente audace l’ultima frase: «La fatica la devi adorare».