Amo gli oggetti di carta: i libri, le riviste, i quaderni, le agende, i cartoncini, tutto ciò che si può leggere e su cui si può scrivere. Anche in un mondo digitale, in cui leggo tantissimo sul telefono e sul computer, il rapporto fisico con la carta continua ad essere fondamentale nelle mie giornate. Quando prendo in mano un libro per la prima volta ho bisogno di sfogliarlo prima partendo dal fondo e poi dall’inizio e, se mi interessa davvero, di tenerlo in vista e di aprirlo e chiuderlo un sacco di volte. Sulla mia scrivania da alcune settimane c’è una ragazza con la treccia e una maglia a righe, è in piedi sul tavolo della sua stanza con le pareti verdi di un dormitorio universitario. Si chiama Sira, è spagnola della Galizia e ha scelto Milano per fare l’Erasmus. Lei mi guarda e io guardo lei, così come ho provato a guardare le ragazze e i ragazzi della sua età, quelli che hanno vent’anni oggi.

Sira vive sulla copertina di Volume, la rivista-libro trimestrale realizzata da Chora insieme a Feltrinelli. La mia copia è già tutta segnata e stropicciata, come le cose vissute e amate. Da quando, tre settimane fa, è uscito questo secondo numero dedicato ad “Avere vent’anni” continuo ad aprirlo per leggere un pezzo, per riguardare le fotografie, per farmi nuove domande. E di risposte in questo viaggio tra i ventenni ne ho trovate tante e mi dicono cose diverse da quelle che si immaginano e che i preconcetti affibbiano ad ogni generazione che si affaccia al mondo degli adulti.
Le ragazze e i ragazzi di oggi non sono “sdraiati”, come scriveva Michele Serra in un famoso libro di dodici anni fa, ma stanno cercando di conquistarsi uno spazio con idee forti e chiare. In Italia e nel mondo scopriamo che i ventenni si stanno alzando e stanno usando i loro corpi per fare sentire la loro presenza, per chiedere cambiamento. Generazione ansiosa ma coraggiosa e molto meno fragile di quello che pensiamo.

Mentre scrivo queste righe non posso non pensare alle ragazze iraniane, al loro coraggio, alla paura che un regime oscurantista ha di loro e di ogni cambiamento. Al massacro dei corpi e delle speranze di cui ogni giorno scopriamo qualcosa di più. Su Volume sono ospitate le foto di un’artista nata a Teheran 27 anni fa, si chiama Atefe Moeini e nel suo Paese era stata arrestata dalla polizia morale perché aveva i jeans strappati e un foulard rosso. Da un anno è riuscita a lasciare l’Iran e le sue foto contengono l’energia e la rabbia delle sue coetanee. Con questo progetto ha vinto la categoria “Open Call” del Photo Grant di Deloitte.
Questa generazione, nel suo tentativo di riappropriarsi dello spazio fisico in un mondo digitale e immateriale, mi fa molto pensare a quella che si affacciò sulla scena negli Anni Settanta. Di fronte alle solitudini digitali del presente c’è una ricerca di quello che cinquant’anni fa era il valore assoluto: la collettività, l’essere sempre in tanti, non essere mai soli. Può sembrare un parallelo azzardato e oggi i nostri politici lo fanno – in maniera errata e strumentale – creando similitudini con la violenza di quel decennio. Invece io la similitudine la vedo in una certa radicalità sui diritti, nell’attenzione all’ambiente, al cibo, alle condizioni dei luoghi di lavoro, alla necessità di spazi e tempi in cui le regole non siano sempre e solo quelle dell’efficienza e del profitto.

Anche per questo al centro di Volume c’è un portfolio inedito di Gabriele Basilico, il più grande fotografo degli spazi urbani (scomparso nel 2013), un lavoro che scattò nel 1976 sui giovani che frequentavano il Centro Sociale Argelati, che occupavano una casa a Milano in via De Amicis, che si ritrovavano su un grande prato chiamato “il Canada” a Cinisello Balsamo e che facevano le feste in piazza Vetra o al Parco Lambro.
Gabriele Basilico, come racconta Giovanna Calvenzi che era sua moglie e che oggi ne cura l’archivio «non aveva ancora deciso che il suo interesse prioritario, per tutta la vita, sarebbero state le città e affrontò quindi con qualche sprovvedutezza la realizzazione di decine di ritratti dei giovani protagonisti della scena politica milanese. Li metteva in posa o li lasciava liberi di fare quello che stavano facendo».
Basilico avrebbe voluto pubblicare le sue fotografie in un libro e ne aveva perfino già scritto la presentazione, ma poi venne travolto dai ritratti delle fabbriche al tramonto e della Milano che stava cambiando pelle e quel libro non verrà mai realizzato.

I ventenni ce li raccontano scrittrici che quell’età ce l’hanno come Sabrina Efionayi o che la analizzano e la ricordano come Chiara Gamberale e Teresa Ciabatti. In questo viaggio entriamo in una scuola “clandestina” di Kabul, insieme a Francesca Mannocchi, dove una giovane maestra ventenne insegna a leggere di nascosto alle bambine, o ci fermiamo su un marciapiede milanese per capire, attraverso lo sguardo di Silvia Nucini, il rapporto che questa generazione ha con la morte, con il dolore e la fatica di fare i conti con una perdita.